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Benedetto Camerana

La città e l'architetto

di Guido Barosio

BENEDETTO CAMERANA INTEGRA I SUOI PROGETTI METROPOLITANI CON PROSPETTIVE CULTURALI AD AMPIO RAGGIO. LA TORINO LABORATORIO DEVE CREDERE NELLE NUOVE VOCAZIONI, COME L’AEROSPAZIALE, E RELAZIONARSI CON MILANO, CAPITALE D’EUROPA. IL MAUTO DEVE RACCONTARE LA CIVILTÀ DELL’AUTO AL MONDO, MENTRE I NUOVI MUSEI DELLO SPORT SARANNO UNO SHOW PER ESALTARE LE EMOZIONI

Esistono luoghi della città iconici, contemporanei, che conosciamo e abbiamo acquisito nel nostro immaginario, ma che sovente l’osservatore non collega al suo autore, a una ‘firma’ rapidamente individuabile. Perché l’architetto non appare come Picasso o Canaletto, il suo nome si legge in filigrana, e lo riconoscono solo gli addetti ai lavori o coloro che dispongono di una cultura più solida e completa. Ma questa figura, nella sua migliore espressione in equilibrio tra umanesimo e materia, ci parla di un professionista che attinge al genius loci, che interpreta gli spazi, che esplora passato e futuro offrendo solida concretezza ai bisogni della comunità e anche ai suoi sogni. Nella sua Torino, ma non solo, Benedetto Camerana, 56 anni, un curriculum che documenta percorsi sempre originali, ha saputo aggiungere opere che hanno lasciato il segno: l’Environment Park, il Villaggio Olimpico, quell’arco rosso che sorvola la città ridisegnata col 2006, lo Juventus Museum, la Chiesa Maria Madre dei Giovani al SERMIG, il Campus Luigi Einaudi e – spostando lo sguardo al di fuori della città – il Museo Alfa Romeo e l’allestimento del Museo Ferrari. «Io interpreto il mio ruolo in maniera trasversale – ci racconta – attingendo a diverse discipline, perché la mia formazione familiare mi ha fornito molti contributi in ambito industriale, tecnico e culturale.

A casa nostra ho avuto modo d’incontrare Giulio Einaudi, Mario Soldati, Michelangelo Pistoletto, Mario Schifano e tanti altri. Così ho potuto integrare conoscenze diverse e mi sono radicato in panorami differenti, tutti stimolanti

A casa nostra ho avuto modo d’incontrare Giulio Einaudi, Mario Soldati, Michelangelo Pistoletto, Mario Schifano e tanti altri. Così ho potuto integrare conoscenze diverse e mi sono radicato in panorami differenti, tutti stimolanti. Da queste esperienze a essere un architetto multidisciplinare il passo è stato veloce. Perché la nostra professione ha una diretta discendenza dal Rinascimento, da una cultura – fortemente italiana – dove le arti dialogano attraverso i progetti, creando opere che non sono solo fine a se stesse, ma arricchiscono la vita civile. Leonardo era un genio che creava macchine di ogni tipo e soluzioni innovative per edifici e fortificazioni, fino a concepire la propria città ideale. In tempi più recenti Ernesto Rogers affermava che l’architetto lavora dal cucchiaio alla città. Il nostro obiettivo è offrire risposte semplici e funzionali a problemi complessi».

Hai lavorato a progetti ambiziosi sia a Torino che fuori città, quali sono le principali differenze?

«Non è mai semplice ottenere riconoscimenti nella propria città, e questo accade in maniera ancora più accentuata a Torino. Ma se la scelta avviene tramite concorso, quindi per titoli e competenze, allora il problema è facilmente superabile. Però questa è una città che mette in atto grande competenza, sia nel pubblico che nel privato. Altrove c’è una maggiore superficialità».

Come vedi oggi Torino e quali sono le sue prospettive?

«Torino è ancora molto provinciale. Nel 2006 ci fu una scossa: la città rispose alla sfida in modo eccezionale, divenne consapevole della propria bellezza e seppe esporla al mondo. Oggi, purtroppo, stiamo arretrando e i nostri limiti tornano a galla. Occorre prendere consapevolezza di cosa siamo: Torino è stata grande, è stata una capitale nella storia e nell’industria, ma oggi è una città media, e da questa considerazione dobbiamo ripartire. Anche nel nostro relazionarci con Milano dobbiamo avere un atteggiamento diverso. A 50 minuti di treno – meno di quanto ci si mette ad attraversare Londra – si trova l’unica metropoli europea del nostro Paese. Oggi le tre capitali del continente sono Parigi, Londra e Milano. Quindi ogni confronto è impossibile, ma una fruttifera integrazione sì. Occorre interagire nella differenza, perché se Torino è un laboratorio, il laboratorio d’Italia dove si sperimenta, Milano è un formidabile mercato, che sa vendere per vocazione. La nostra città deve puntare al turismo d’élite, a un’offerta di elevato profilo ma low cost. Più in generale, serve un nuovo piano strategico e va completamente ripensato il piano regolatore, quello attuale non aiuta ma ingessa, complica la vita alle imprese e dilata i tempi necessari a completare i lavori».

Ci sono dei settori d’eccellenza sui quali puntare?

«Occorre valorizzare altre vocazioni, come quella aerospaziale, dove abbiamo un distretto formidabile, per fatturato e posizionamento internazionale. Però a Torino manca ancora una narrazione adeguata delle proprie eccellenze, fondamentale sotto il profilo dell’immagine e della visibilità. Proprio nel settore aerospaziale c’è un progetto, al quale sto lavorando, che si rivelerà strategico: quello della Cittadella dello Spazio e del Museo dello Spazio».

Anche la TAV avrà un valore strategico?

«Ho detto e confermo che la TAV è l’unica speranza che abbiamo per non diventare una piccola città di provincia. Grazie alla TAV non saremo più la stazione d’arrivo di una grande linea, ma la tappa di passaggio in un percorso che attraverserà l’Europa. Torino assumerà un ruolo strategico, ricco di potenzialità economiche generate dal collegamento. E poi i benefici ambientali sono evidenti, il treno permette di eliminare buona parte del traffico su gomma, altamente inquinante».

Sei presidente del MAUTO, un ruolo diverso rispetto alle tue attività professionali. Cosa ti ha condotto in quel contesto e quali sono i tuoi obiettivi?

Villaggio Olimpico © Sebastiano Pellion di Persano

«Per me, da sempre, l’auto è cultura e passione. Anche in questo caso le mie radici familiari sono state importanti, come il mio interesse per il mondo dello sport. Il 24 settembre abbiamo presentato il nuovo allestimento permanente, che si apre con un omaggio al fondatore Carlo Biscaretti di Ruffia. Ma il mio impegno va anche nella direzione di potenziare le relazioni internazionali, strategiche per il posizionamento del museo e per la sua visibilità. Recentemente è stato rafforzato il nostro organigramma con il nuovo direttore Mariella Mengozzi, risorsa fondamentale per la comunicazione, il marketing e le relazioni turistiche. Il MAUTO ha la più bella collezione di auto al mondo e dobbiamo inserirla a pieno titolo nella mappa internazionale del settore, rendendola sempre più attrattiva per un pubblico senza confini che deve ancora conoscerla. Per me questo museo deve essere sempre più valorizzato come vetrina dello sviluppo ».

Lo sport e i musei dedicati. Con lo Juventus Museum hai concepito qualcosa di innovativo e differente. Su quali elementi hai lavorato?

Sermig
© Sebastiano Pellion di Persano

«Sono partito dal concetto di narrazione e di lettura per creare un museo che non fosse statico. In Europa i grandi musei del calcio – come quelli dedicati a Real Madrid, Arsenal o Manchester United – sono una semplice esposizione di trofei, foto e maglie, al massimo si osserva qualche video. Per me, invece, occorre coinvolgere tutti i sensi, attraverso colori, luci, suoni e tecnologia. È necessario passare dal concetto, vecchio, di ‘hall of fame’ a quello contemporaneo di ‘show’. Le coppe, ad esempio, se ti limiti a esporle come un soprammobile, non trasmettono nessuna emozione; se, invece, le proponi in un contesto di luci e suoni, come abbiamo fatto per la Juventus, raggiungi le corde più profonde del visitatore. Per tutto questo serve un progetto forte, direi industriale, e poi una visione sportiva e culturale».

Guardiamo verso il futuro, e anche oltre. Qual è il sogno di Benedetto Camerana architetto?

«Mi viene spontaneo pensare allo spazio, ma andando oltre rispetto a ciò che si potrebbe ipotizzare. Non immagino di creare edifici come cupole sulla Luna o su Marte, a quello stanno già pensando in tanti. Il mio sogno è di intervenire sulla superficie di un asteroide, un pianetino che si potrebbe spostare e guidare grazie a tecnologie che oggi cominciano ad essere immaginabili. In quel contesto sarebbe fantastico progettare uno spazio per l’uomo. Qualcosa di più rispetto a una base, una piccola città astronave che si possa muovere nello spazio».

(Foto di FRANCO BORRELLI e CAMERANA & PARTNERS)