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Allarme cervelli in fuga...

oppure no?

IN DIECI ANNI MOLTISSIMI ITALIANI SONO EMIGRATI ALL'ESTERO. PER I MOTIVI PIÙ DISPARATI. È MEGLIO GUARDARE VERSO L'ESTERNO O GUARDARCI ALLO SPECCHIO? PROVIAMO AD AFFRONTARE L'ANNOSO DILEMMA

I dati ISTAT ci segnalano un’evidenza che è ormai da molti anni sulla bocca di tanti se non tutti: molti giovani scelgono di andarsene dall’Italia per cercare lavoro altrove. Non solo carichi di speranze, ma anche di doverose aspettative che nell’epoca della comunicazione globale si reperiscono con relativa semplicità (anche se non sempre con idonea correttezza).

Più nello specifico i dati parlano di circa 600.000 italiani emigrati negli ultimi 10 anni (ragazzi tra i 20 e i 34 anni), soprattutto verso paesi di prossimità (Francia, Regno Unito, Germania…), ma tra questi solo 1 su 4 è laureato. Quindi, posto che essere “dottori” non si abbina per forza a un’evidenza di “possesso di cervello” (né viceversa), cosa intendiamo quando utilizziamo il termine “fuga di cervelli”?

Altri dati: la statistica dei laureati si alza decisamente se si parla di altri paesi UE (un emigrato italiano in Olanda su due possiede una laurea), specialmente se sono sedi di grandi aziende internazionali o Istituzioni europee.

Ne traiamo un’evidenza: la maggior parte di questa emigrazione senza laurea sceglie paesi “vicini”, in cui non cercare chissà quale impiego, ma principalmente un lavoro, che probabilmente ci si aspetta meglio retribuito, magari burocraticamente più “smart”, o perché in generale si è alla ricerca di condizioni di lavoro migliori.

Posto che essere “dottori” non si abbina per forza a un'evidenza di “possesso di cervello” (né viceversa), cosa intendiamo quando utilizziamo il termine “fuga di cervelli”?

Quindi, azzardando l’affermazione, più che una fuga di cervelli, quello che seicentomila italiani emigrati rappresentano è una ricerca di “condizioni migliori”. Un chiaro segnale, che dovrebbe consequenzialmente trasformarsi in direttive, leggi… insomma azioni.

Altri dati (stavolta più “positivi”): la spesa che le aziende italiane riservano al welfare interno è negli ultimi anni in costante aumento, e nel 2023 ha toccato i quasi 633 miliardi di euro, con un netto aumento rispetto al 2022 (+3,7 %). Numeri incoraggianti che da una parte danno la cifra del reale impegno che le realtà italiane stanno mettendo in campo per prendersi cura del proprio capitale umano, ma che allo stesso tempo raccontano di una sorta di “rincorsa” che il nostro Paese sta portando avanti in questo senso.

Abbiamo dunque interpellato a riguardo Gianfranco Garrone della società Falgar, agenzia Reale Mutua torinese, con focus su consulenze assicurative e assistenziali, e con una spiccata propensione alla gestione del welfare aziendale (che è proprio quello che cercavamo). Un commento sui dati sopra citati? «Parlano abbastanza da soli. Oggi è chiaro (quasi) a tutti che un’azienda non possa prescindere da un piano di welfare. Il modo di disegnare il proprio lavoro è cambiato. Il mindset delle persone non è più quello di un tempo. Soprattutto le nuove generazioni non sono disposte a scendere a ogni compromesso. E non è un tema di soldi o di pigrizia… Oggi la qualità della vita è uno dei primi punti nell’organigramma di un lavoratore».

E voi lavorate in quest’ottica? «Noi ci occupiamo di diverse attività; una di queste è proprio assistere le aziende nei loro programmi di welfare. E lo facciamo sempre di più perché sempre maggiori sono le richieste». Non basta aumentare gli stipendi? «A parte che la leva economica non è una via percorribile per tutte le attività, purtroppo… Ma poi, come dicevo, oggi è fondamentale la qualità della vita, anche a lavoro. Sanità, politiche sociali, previdenza, formazione continua… sono tutti temi importantissimi che un’impresa spesso non riesce a gestire autonomamente; e qui entriamo in gioco noi». Si può parlare di “fuga di cervelli” quindi? «Si può, ma forse è un po’ distraente. Probabilmente sarebbe più costruttivo concentrarsi su ciò che possiamo offrire noi qui. E su come migliorare questa offerta».

Quindi, ricapitolando, molti cervelli “scappano”: forse è arrivato il momento, per quelli che rimangono qui, di creare modelli di business sempre più attraenti e soddisfacenti. Anche, e soprattutto, passando attraverso il nuovo welfare delle aziende del nostro Paese.