Terminator. Avatar. Aliens. Titanic. Rambo II. Piraña Paura. Solaris… Ovvero James Cameron. È innegabile che in molte pellicole di Cameron vi sia sempre una buona dose di follia. Vogliamo essere più politically correct (ho i brividi solo a scriverlo) e chiamarla fantasia? Creatività? Nulla cambia. Quale ne sia il nome (Umberto Eco o Shakespeare insegnano…) ci troviamo dinnanzi a un tratto positivo o negativo? Domanda oziosa: guardiamo i risultati. Tratto positivo.
Alcune pellicole di Cameron si inseriscono nell’alveo di pellicole precedenti (anche se con finali imprevedibili): basti pensare ad Aliens e Terminator. Concentriamoci allora su Avatar: follia e sogno. E a seguire, la capacità di tramutare sogno e follia in realtà: la realtà data da un film, ovviamente. E di Avatar Cameron è stato tanto regista quanto sceneggiatore. In altri termini: ha dapprima sognato e poi ha messo in pratica.
Sia chiaro: non intendo assumere le vesti di critico cinematografico. Non ne ho la capacità e fatico a stare nelle mie, di vesti; ma la premessa mi è necessaria per una considerazione che si focalizza su un punto che tocca tutti noi (o almeno chi vive di lavoro e mercato: dunque la maggioranza).
Cosa possiamo imparare (anche) da Cameron?
Follia o creatività. Sogno, visione, capacità applicativa (gli anglofoni scriverebbero “implementazione”, altri disquisirebbero di “capacità di mettere – o scaricare – a terra”). Costanza. Risultato. Successo. Cosa possiamo imparare (anche) da Cameron? Intanto qualcosa che diamo per scontato: e cioè che abbiamo un meraviglioso e unico (per ora) Museo Nazionale del Cinema. Con sabauda indifferenza, non ce ne vantiamo e non lo usiamo abbastanza per far conoscere la città. E nemmeno, non me ne voglia chi si occupa di comunicazione di questa istituzione, per far conoscere il Museo stesso. Un giorno, magari, parlerò qui di comunicazione: non come esperto, bensì da osservatore e da frequentatore di altri luoghi in Italia e all’estero.
Altro? Certamente sì. Per avere successo occorre avere una visione (una sceneggiatura?) e trovare la persona o le persone che realizzino detta visione (il regista?), e che sappiano generare consenso ed energia. Ma non basta avere una visione: questa deve essere chiara, identitaria, innovativa, priva di autocompiacimento e che non sia rifugio in una storia che non c’è più o inutile fuga verso un futuro puramente ideologico o speculativo. Come quello, ad esempio, di Torino città turistica.
Non che il turismo non sia importante e non debba essere valorizzato (è fondamentale!), ma Torino è e resta una città industriale: occorrono un visionario che proietti nel futuro questa capacità industriale (unita a tanto altro: cultura, turismo, AI, formazione universitaria…) e un pragmatico o un gruppo di pragmatici che trasformino la visione in realtà, e la rendano missione dei cittadini verso un futuro vero.
Parole chiave? Economia. Posti di lavoro. Sostenibilità. Tecnologia al servizio dell’uomo. Altrimenti rischiamo di avere una sceneggiatura da cinepanettone e una regia da Oggi le comiche…
