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Chiaro come il sole

di Andrea dalla Chiara

Tutti pronti a competere?

Torino, Primavera 2024

Nella storia del secolo passato, dal Dopoguerra in poi, ci eravamo abituati a momenti di crisi con il carattere della periodicità. Da qualche tempo pare che le crisi si uniscano l’una all’altra e questo rende le riflessioni più complesse. Eppure tutti noi, chi più chi meno, ci troviamo di fronte a un cammino da percorrere, ed è quindi inevitabile porsi una domanda, ovvero: qual è il modo migliore per procedere? Da professionista che si occupa di aziende, di redazione dei connessi piani industriali, di riorganizzazione societaria finalizzata alla creazione di efficienza gestionale, la risposta può essere solo una: programmare e farsi trovare pronti. Pronti alla migliore delle condizioni che troveremo, pronti alla peggiore e pronti a una versione intermedia delle condizioni (che poi di solito è quella che capita più sovente). Questo perché la conoscenza di sé, la progettazione del proprio sviluppo e la messa in opera delle azioni necessarie, è anche l’unico modo per partecipare al futuro che sempre più vuol dire essere organizzati per competere. Ad utrumque paratus, recita un motto dell’antica Roma. A una prima traduzione un po’ semplicistica parrebbe voler dire “pronti a tutto”. In realtà l’interpretazione è ben più profonda e si intona alle necessità di questi tempi.

Ad utrumque paratus, recita un motto dell'antica Roma

Le attività di programmazione che ogni impresa deve mettere in campo, possono portare a esiti certamente prevedibili, ma all’interno di una forbice: la migliore delle ipotesi e la peggiore delle ipotesi. La vita delle persone, come quella delle imprese, è infatti inevitabilmente condizionata da piccole o grandi variabili che ci chiedono, come persone e come imprese, di essere adattabili alla competizione su più livelli, e il motto romano prende in esame proprio i due casi che possono l’uno o l’altro realizzarsi, chiedendoci di essere “preparati per entrambi”. Ma che cosa significa essere preparato in entrambi i casi?

1. Occorre essere versatili e convinti che entrambe le situazioni siano considerate accettabili e affrontabili, e prendervi quindi parte con responsabilità.

2. Occorre utilizzare i propri studi per sviluppare un pensiero critico, sapendo cogliere dell’uno e dell’altro caso aspetti negativi e positivi, potendo così mettervi mano.

3. Occorre ipotizzare una via da percorrere in un caso (quello auspicato), ma pure nell’altro (quello che avevamo considerato improbabile e che invece si è avverato).

Quindi a monte sta la programmazione e a valle la possibilità, perché organizzati, di saper agire sui cambiamenti che i percorsi della vita, come detto in apertura, ci riservano. Nella vita, nelle imprese e oggi anche nella cosa pubblica, e in particolare nelle città, che sono il luogo per eccellenza dove tutto o quasi accade. Per questo è a mio giudizio “chiaro come il sole” che anche la città debba essere in grado di saper analizzare se stessa, capire i propri punti di forza, e programmare le proprie attività anche aprendosi a ciò che la cittadinanza può offrire. Pensiamo a certe città d’Europa, dove i cittadini riuniti in comitati e associazioni danno il proprio contributo alla cura della città laddove l’amministrazione, per i motivi più disparati, quasi sempre la carenza di fondi, non arriva o non può arrivare. Pensiamo alla gestione e alla cura di certi centri di ritrovo, alla pulizia dei palazzi o dei portici, alla manutenzione dei monumenti. Proprio dalle colonne di questa rivista sarebbe bello far partire iniziative come quella della cura dei giardini aulici del centro, vanto assoluto di Torino, e che spesso avrebbero bisogno di un’attenzione maggiore.