Martedì 31 marzo siamo stati al Museo Nazionale del Cinema per la conferenza stampa e preview della mostra My name is Orson Welles che ha inaugurato il primo di aprile e sarà poi aperta fino al 5 ottobre 2026. La Mole Antonelliana accoglie dunque il padre del cinema moderno: genio, attore incredibile, regista di culto, innovatore ante litteram, rigettato da Hollywood, adottato dall’Europa… E lo celebra attraverso una mostra, dobbiamo dirlo, bellissima (curata da Frédéric Bonnaud), e perfettamente incastonata nell’affascinante verticalità della Mole Antonelliana.
Il percorso di cui ci hanno parlato presidente e direttore del Museo, Enzo Ghigo e Carlo Chatrian, insieme proprio a Bonnaud, è un’esplorazione profonda dentro le complessità di una figura irripetibile e decisiva nel plasmare la settima arte stessa. Un viaggio in quarant’anni di produzione artistica allo stesso tempo costante e discontinua, ma sempre caratterizzata da un amore e da un desiderio di creazione quasi indescrivibili. Ma l’intento di My name is Orson Welles è proprio questo: prendere oltre 400 contenuti (locandine, bozze, tavole, fotografie…) e immergere lo spettatore in un’immaginazione più grande, contemporaneamente mitica e umana, quella di Orson Welles.

Da Hollywood all’Europa, da Quarto potere all’Otello… un excursus lunare dentro il lavoro di un genio tanto scomodo quanto amato (prevalentemente post dipartita), capace di far appassionare al cinema generazioni di registi e attori tra i più grandi e riconosciuti degli ultimi sessant’anni. In questo senso, emozionante il passaggio in conferenza (a sorpresa) di Roberto Perpignani, semplicemente uno dei più grandi montatori viventi (uno che ha lavorato con Bertolucci, i Taviani, Moretti, Steno…), giovanissimo assistente al montaggio di Welles, di cui ha raccontato un paio di aneddoti e considerazioni.
Un momento abbastanza prezioso per tutti noi. Tra le altre cose, Perpignani definisce Welles come un uomo di grande pazienza, caratteristica non troppo in linea con la sua narrazione canonica… E che quindi in realtà risulta perfettamente in linea con “l’effetto Orson Welles”, ovvero quello di un mondo che non riusciremo mai a comprendere fino in fondo. Non potremo mai davvero capire come abbia girato Quarto potere nel 1941, cosa si celasse davvero dietro quella faccia burbera, se si sia mai sentito realmente realizzato… E, in fondo, è giusto così.
Noi sulla mostra non vi facciamo troppi spoiler, ma voi, senza indugi, per approfondire il mito e mitico Orson Welles, non fatevi sfuggire My name is Orson Welles, dal primo aprile al 5 ottobre al Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Tutte le info e i biglietti li trovate QUI.
