Dategli la Stella della Mole, poi dategli un altro Oscar, e perché no anche un Nobel al cinema o alla ricerca nel cinema: che non esiste ma per James “Jim” Cameron lo si potrebbe inventare. D’altronde lo ha detto lui: «Una delle cose che più apprezzo della vita è la possibilità di scoprire cose nuove». Un mantra che il genio, regista, produttore, inventore canadese ha portato avanti in tutta la sua carriera, anzi fin da bambino (quand’è nato l’amore per il cinema), rivoluzionando la settima arte, anzi ridefinendo i canoni della cultura pop per sempre. In che modo? Con “pochi” film, tutti cult.

Ci sono registi che darebbero una mano per creare anche solo una volta nella vita alcune delle pellicole di James Cameron, e non solo perché sono spettacolari, ma pure per il successo incontrastato al botteghino: alcuni dei più grandi box-office di sempre sono suoi e i film che li hanno “battuti” sono nuovamente suoi. Da Terminator a Titanic fino ad Avatar: il pedigree cinematografico di Jim (nomignolo per confidenti) è indubbiamente quello di un’icona, quasi difficile da immaginare se non fosse vera.
E il bello della mostra The Art of James Cameron sbarcata a Torino il 26 febbraio, è proprio questo: toccare con mano le idee di un regista leggendario per scoprire che dietro a un successo così grande alla fine c’è “solamente” un’enorme umanità; o meglio un’equazione di umanissimi sentimenti quali curiosità, passione, abnegazione… Tutte cose che ci riguardano spesso in prima persona e che mischiate nella persona di James Cameron hanno dato vita a un immaginario unico. Un immaginario molto più “tecnico” rispetto a quello visto con Tim Burton, sempre al Museo Nazionale del Cinema, perché animato da una necessità di esplorazione continua, che guarda allo spazio e poi alle profondità degli abissi, che aspira a maneggiare il futuro, ma che allo stesso tempo si prende cura del presente.

Ecco, tutto meraviglioso, ma come hanno costruito questa The Art of James Cameron? Partiamo dalle basi. Intanto è aperta dal 26 febbraio e lo sarà fino al 15 giugno, noi all’epoca abbiamo avuto la fortuna di vederla in anteprima e una cosa l’abbiamo detta subito: è veramente uno spettacolo. Ancora prima di immergersi nel pensiero di Cameron, in 40 anni di esperimenti, intuizioni, studi, ricerca, rivoluzioni, successi… l’impatto è mozzafiato, proprio esteticamente. Incanta come Avatar e fa trattenere il fiato come Titanic, sfruttando peraltro l’accoglienza del museo del cinema più bello, importante, evoluto d’Italia, dentro la “nostra” Mole Antonelliana.

In questo senso un plauso sicuramente va fatto a tutto il team del Museo Nazionale del Cinema, in primis al presidente Enzo Ghigo, sicuramente al direttore Carlo Chatrian (alla sua prima vera mostra alla Mole), e a tutti coloro che hanno preso parte a un progetto colossale e ambizioso. Reso possibile grazie alla collaborazione con le Istituzioni, con i partner e soprattutto con l’Avatar Alliance Foundation e la Cinémathèque française, senza dimenticare ovviamente la curatrice della mostra Kim Butts.

Dalla curatrice alla struttura: com’è fatta The Art of James Cameron? Ve la raccontiamo noi, anche se ovviamente l’invito è a viverla di persona. La mostra si sviluppa sulla rampa elicoidale all’interno della Mole ed è poi suddivisa in 5 aree tematiche: Sognare ad occhi aperti, La Macchina umana, Esplorare l’ignoto, Mondi indomiti, Creature. In ogni sezione troviamo bozzetti, dipinti, video, oggetti di scena, fotografie, costumi, storyboards… per un totale di 300 “documenti” più 60 opere aggiuntive. Cosa ci raccontano? Il dietro le quinte dei cult di Cameron, i suoi studi determinati, la voglia di innovare continuamente, con una passione e una forza creativa a tratti incomprensibili. Tutto è dettaglio, tutto è ispirazione, e tutto ci ricorda quanto lavoro esista dietro a queste pellicole.

L’inizio della mostra è già cult: con la dedica a Titanic e alla scena del dipinto che Jack fa a Rose, una delle più iconiche della storia del cinema. Una chicca? La mano che disegna Rose è quella di Cameron, che è mancino, mentre Jack non lo è. E qui vi raccontano come hanno fatto a rendere ugualmente credibile la scena… Sempre a piano terra, nell’Aula del Tempio, si comincia a respirare per davvero Cameron, con uno spazio dedicato al mago degli effetti speciali Stan Winston (fido collaboratore del regista per i due Terminator e non solo), alla creazione della regina aliena di Aliens – Scontro Finale (l’insetto fatale fatto incubo spaziale, un mostro cinematografico leggendario) e poi si comincia a salire…
La rampa elicoidale è una benedizione, oltreché fortunata chiave strutturale di questo Museo, perché accentua la magia degli allestimenti, e in questo caso permette anche di godersi al meglio gli immensi giochi di luce e immagini proiettati in mezzo all’Aula. Sognare ad occhi aperti è la sezione che ci immerge nell’immaginazione di un Cameron bambino per sempre, che non ha mai smesso di immaginare mondi e creature, fin da tenera età. Disegni e bozzetti ci narrano di un Cameron che a scuola riempiva i suoi quaderni di studi di figura, mostri e paesaggi extraterrestri; l’alimentazione pop di cui il piccolo James si ciba fin da subito.

Naturalmente Cameron cresce e con lui la mostra, accompagnandoci lungo gli albori della sua carriera, la collaborazione con il leggendario Roger Corman, i primi design costruiti per pellicole di altri, fino alla seconda declinazione della mostra: La Macchina umana. Un salto senza appello nel mondo di Terminator, e quindi dei cyborg, delle intelligenze artificiali prima che fossero moda, della tecnologia che sa essere progresso e incubo. Tutti temi che torneranno in porzioni diverse sia nella sua filmografia che in questa mostra, così come la spinta a Esplorare l’ignoto, forse una delle prime suggestioni che vengono in mente pensando a Cameron, pioniere e avventuriero di qualsivoglia mondo: nel cosmo, nell’oceano più profondo, su pianeti lontanissimi. Mondi indomiti, spesso abitati da creature fantastiche, ma ancor più spesso in pericolo o che mettono in pericolo.

Lo spettro della distruzione di massa è una costante nei film di Cameron, e la colpa è il più delle volte di provenienza umana, spesso “nucleare”, tema caro ai nati in piena Guerra fredda. La difesa del pianeta, e quindi la critica alla violenza dell’uomo, diventa punto cardinale di tutta la storia di Avatar, forse una delle fatiche cinematografiche più celebri di Cameron e anche una delle partiture più affascinanti della mostra. Cameron per Avatar ha dovuto inventare un mondo, un popolo, una cultura… tutto da zero, scegliendo di generare un ambiente rigoglioso e ampissimo in cui la bio-luminescenza sottolinea la forza della vita che scorre in ogni elemento. È particolarmente toccante, attraverso bozze e lavori preliminari, scoprire il pianeta di Pandora ben prima di Avatar, ovvero l’universo di Avatar prima di come lo abbiamo conosciuto noi. Nello specifico possiamo ammirare, nella sezione Creature, la genesi del popolo dei Na’vi, alieni ma in parte umani, maestosi ma anche fragili di fronte all’incubo esportato dall’umanità.

Ecco, noi vi abbiamo anticipato un po’ di suggestioni, ma ci pare sia complicato e perfino ingiusto rivelare più aspetti di una mostra che va semplicemente vissuta. Parlando di The Art of James Cameron, il direttore Chatrian l’ha definita: «Un degno contrappunto alla visionarietà di James Cameron»; e l’impressione è proprio questa: ci si trova a provare a capire come possa stare tutto nella mente di un solo uomo.
Nota interessante: la mostra è allestita secondo i criteri del Design for All, con 9 pannelli multi-sensoriali, al fine di favorire un’agevole fruizione per tutti i visitatori. Un’iniziativa importante, che apre a una doverosa riflessione, e ci riporta a metà gennaio, ovvero a quando abbiamo assistito, al Cinema Massimo, alla conferenza stampa di presentazione del nuovo anno del Museo Nazionale del Cinema e della sua Fondazione. In quell’occasione il presidente Ghigo, Chatrian e tutto il team ci avevano trasportati all’interno della visione di questo grande organismo. Un’entità oggi molto diversa da ciò che era ieri: comprende 80 risorse attive e una rete di volontari vastissima; racchiude un archivio da più di 3 milioni di opere conservate; in 17 anni ha prodotto più di 800 progetti cinematografici di cui 220 sono diventati film, grazie al TorinoFilmLab (e molti anche di successo). Il tutto accogliendo nel proprio Museo più di 800.000 visitatori all’anno.

Vale la pena fermarsi a riflettere e a guardare un Museo Nazionale del Cinema oggettivamente cambiato, riconoscente, ma consapevole e maturo, che vuole fare le cose in grande e soprattutto che le fa; che richiama a sé Tim Burton e ora perfino James Cameron, con una mostra magnifica e con un messaggio audiovisivo in cui il regista esprime tutta la sua voglia di venire a visitare la nostra città. Sembra fantascienza, ma non lo è. E forse per trasportarci in una Torino del futuro servivano giusto James Cameron e il nuovo Museo del Cinema.
(foto ARCHIVIO JAMES CAMERON e MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA)
