Se credete ai fantasmi, Orson Welles mi ha incontrato in piazza Vittorio, in uno di quei tavolini vista Mole: cappello floscio d’ordinanza, viso tondo assorto e senza età (lo stesso che aveva da bambino), un bicchiere di vino stretto in pugno come uno scettro (l’ultimo di tanti, arpionati in precedenza), nell’altra mano fogli vergati fitti: «Così non ci dimentichiamo di nulla mr. Barosio. Lo so che mi hai “studiato” quando ancora ero in vita – e indica Palazzo Nuovo, luogo del nostro primo incontro, nel 1984 – oggi invece non vuoi parlare di cinema, ma delle mie città, così mi sono preparato…».

Vero, perché ci sono due Orson Welles. Il primo è il regista, l’attore, il drammaturgo, lo sceneggiatore e produttore; sofisticato e popolare, irridente e spiazzante, di enorme talento quanto esasperante, irresistibilmente brillante, dall’eloquio shakespeariano anche quando entrava in un bar, orgoglioso e intransigente. I suoi film hanno scritto la storia del cinema, e li ripasseremo a memoria nella mostra della Mole (inaugurata a fine marzo); che è proprio a pochi passi dal nostro incontro.
Ma c’è anche un secondo Orson Wells, l’uomo “atlante” che non amava sentirsi “di un posto”, perché era a suo agio negli aeroporti, negli alberghi, nei caffè di ogni dove. Un cittadino universale, il cui movimento continuo faceva parte del suo equilibrio. Ed è nelle città – vissute, amate, detestate – che possiamo conoscerlo meglio.
Già, le città come destino, partendo da New York: «Quello era il posto dove tutto sembrava possibile. Era una città crudele, rumorosa, disordinata, ma piena di energia creativa. Lì ho imparato che l’arte non è una cosa elegante: è una lotta. Il teatro a New York non ti protegge, ti mette alla prova ogni sera. È stata la mia vera scuola».
E come non ricordare che ad Harlem ottenne – a soli 21 anni – il suo primo successo teatrale: Voodoo Macbeth, dove le celebri streghe vennero sostituite da 40 stregoni haitiani. Era il 1936. Due anni dopo, sempre a New York, nel grattacielo CBS di Manhattan, realizzò il celebre radiodramma che raccontava, in diretta, lo sbarco degli alieni, scatenando il panico negli americani.

Lo ricorda così: «Non avevamo nessuna intenzione di ingannare nessuno. Era uno scherzo di Halloween. Non immaginavamo minimamente che le persone avrebbero preso tutto sul serio. È stata una lezione terribile sulla credulità del pubblico e sul potere dei media. Quella sera ho capito qualcosa che non ho mai dimenticato: se ti esprimi con sufficiente autorità, se usi il linguaggio delle notizie vere, la gente ci crede. È stato il mio primo incontro con il concetto di responsabilità. Avevo ventitré anni, e, all’improvviso, mi sono trovato a capire che raccontare storie può avere conseguenze reali».
Ma – aggiunge – quasi con malinconia: «New York ti insegna molto presto che il successo non significa niente. Puoi essere acclamato oggi e dimenticato domani. È una città che non conserva memoria, ed è proprio per questo che ti costringe a reinventarti continuamente».

Poi le vie del cinema ti hanno portato ad Hollywood, un altro volto dell’America… «Hollywood è un posto costruito sull’illusione del controllo. Ti fanno credere di essere libero, ma appena cerchi di fare qualcosa di personale cominciano i problemi. Non è un luogo per artisti, è un luogo per contabili. Il cinema lì è un’industria prima ancora di essere un linguaggio».
Ma tu eri il regista, al vertice della catena alimentare nello showbusiness. Queste valutazioni valevano anche per te? «In America il regista è un dipendente. Se fai guadagnare soldi sei un genio, se non li fai sei un problema. Non c’è spazio per il fallimento creativo, ma senza quello non esiste arte. Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, a vari tipi di uomini mediocri e ai cinematografi soddisfatti. Io non sono nulla di tutto questo».

Così, dopo aver scritto pagine memorabili di storia del cinema, te ne vai sbattendo la porta – che è un po’ nel tuo stile – e orienti la prua verso l’Europa: «Esatto! – tira giù una bella sorsata di Nebbiolo e ridacchia come un orso buono delle fiabe – In Europa ho scoperto una cosa molto semplice: la gente ascolta. In Francia potevo parlare di cinema come si parla di letteratura o pittura. Non dovevo giustificare ogni scelta in termini di incassi. Parigi non mi ha dato soldi, mi ha restituito una dignità professionale. Lì non ero un ex prodigio di Hollywood: ero un regista che cercava di lavorare».
E a Parigi la qualità della tua vita migliora? «Absolument oui, mon vieux! Appena arrivato a Parigi mi sono sentito immediatamente meno solo. È una città che accetta gli artisti imperfetti. Non ti chiede di essere giovane, produttivo o redditizio. Ti chiede solo di essere interessante. Ho tanto amato sedermi in un caffè parigino per ore, senza fare nulla. Parigi ti permette di pensare. È una città fatta per camminare e per riflettere. In America questo sarebbe visto come tempo perso. In Francia è parte della vita. È in quei momenti che arrivano le idee».

Dopo la dolcezza parigina hai scoperto il caos romano che tanto ti corrisponde. Un’altra tappa indimenticabile? «È vero, non c’è niente di paragonabile a quella città! Roma è profondamente teatrale e io, innanzitutto, sono un uomo di teatro. A Roma tutto è esagerato: le emozioni, i gesti, le voci. Questo mi ha fatto sentire a casa. Non credo nel realismo freddo. Credo nel melodramma, e Roma lo capisce».
Certo che lavorarci non è per nulla facile… «In Italia ho fatto film raccogliendo soldi da amici, attori e produttori occasionali. Giravo quando potevo. A volte aspettavo mesi per una sola scena. Ma almeno nessuno mi diceva cosa dovevo raccontare. Non era romantico: era pura necessità. Ma quella necessità mi ha reso libero. Roma mi ha dato una cosa che Hollywood mi aveva tolto: il diritto di essere povero ma libero. Un vero privilegio: perché le idee arrivano quando non sei sotto pressione».
Quindi Roma ti corrispondeva anche professionalmente? «Certo. Era caotica, improvvisata, disorganizzata, proprio come i miei film, lì nessuno mi chiedeva di essere efficiente».

Mr. Welles, il Marocco è stato un balzo ancora verso sud. Un’esperienza radicale che ti ha permesso di realizzare un capolavoro, Otello, con mezzi non convenzionali per l’epoca? «In Marocco ho capito che non avevo più bisogno di un’industria. Avevo solo bisogno di tempo. Lì nessuno mi diceva cosa fare. Ma nessuno mi aiutava nemmeno. Era libertà completa, con tutta la sua crudeltà. “Otello” è stato costruito con pazienza, non con organizzazione. C’è una scena dove gli attori entrano giovani ed escono invecchiati. Non era una scelta artistica: era che avevamo finito i soldi. Cosi abbiamo potuto riprendere i medesimi interpreti, ma solo tanto tempo dopo».
Il Marocco, con le sue città gioiello, Marrakech ed Essaouira, cosa ti ha lasciato umanamente? «Ho una grande debolezza per il Marocco. È un paese che non cerca di piacerti. Ti prende o ti respinge. Per un artista è un regalo: ti costringe a reagire. In Marocco ho smesso definitivamente di pensare al cinema come a un’industria. È tornato ad essere un atto di immaginazione. In Marocco ho capito che un film può essere fatto ovunque, se sei abbastanza ostinato. Giravamo quando avevamo pellicola, mangiavamo quando avevamo soldi. Era un cinema primitivo, ma autentico».

Parlami delle location di quel film leggendario, con tante città che diventano Venezia? «Le fortezze e i bastioni sul mare di Mogador – oggi Essaouira – avevano un fascino epico, onirico, un luogo non luogo formidabile. E poi Magadan, Safi e Agadir. Tre anni di riprese che completammo in Italia: Venezia, Orvieto, Tuscania, Roma, Viterbo… un atlante cinematografico che non ha eguali. E il montaggio? Un’impresa mitologica, mai fatto niente di più difficile. E forse di più bello».
E Marrakech? «Marrakech mi ha insegnato che il cinema non ha bisogno di comfort. Ha bisogno di luce, tempo e immaginazione».
Il ritorno in Europa ti porta a Madrid, quando forse hai sentito di aver raccontato tutto ciò che avevi da raccontare… «Esatto, la Spagna è il posto dove ho deciso di invecchiare. Non perché sia perfetta, ma perché qui nessuno pretende che tu sia obbligatoriamente efficace. Ho passato gran parte della mia vita a scappare dai sistemi: Hollywood, le mode, le industrie. In Spagna ho smesso di scappare. È stata una scelta molto cosciente».

Cosa hai amato di più a Madrid? «Madrid è una città sentimentale. Ma è anche pratica, diretta. Mi piace perché non finge. Se ti accetta lo fa senza romanticismi».
E gli spagnoli come ti hanno accolto? «Quello era l’unico posto dove non ero una reliquia di Hollywood o un genio fallito. Sono stato accolto semplicemente come un uomo che vive. Per me questo vale più di qualsiasi riconoscimento».

A questo punto il nostro dialogo entra in un “campo lungo”, dove in alto si staglia la Mole. Perché, al Museo Nazionale del Cinema, Mr. Welles sarà di casa fino al 5 ottobre 2026: otto mesi in una città italiana, così diversa da quella Roma che ha tanto amato. Ma un suo pensiero ce lo regala ancora: «Il Nord Italia è più severo, più europeo nel senso protestante del termine. È meno indulgente con il disordine, meno teatrale. Ma proprio per questo è interessante: c’è una disciplina che in America ho visto solo negli studios».
Sintesi perfetta Mr. Welles, la sua permanenza in città sarà una nuova storia d’amore, ne siamo certi. Ha detto tutto, non servono altre parole, si alza, ridacchia di nuovo come un orso buono delle fiabe, finisce il suo bicchiere tutto d’un sorso, si sistema il feltro floscio su quel viso tondo da eterno ribelle. Lo guardo ancora una volta, ricordandomi dei suoi 116 anni, non li dimostra affatto.
