«Non ho mai inseguito la ricchezza fine a sé stessa. Ho sempre inseguito la libertà». Basterebbero queste parole per raccontare una buona parte di Alberto Di Tanno, imprenditore torinese che ha costruito, con il Gruppo Intergea, il più importante network automotive italiano. Ma la sua storia è molto più di un successo imprenditoriale: è la storia di un uomo che ha saputo trasformare il desiderio di indipendenza in un progetto di vita, trascinando con sé persone, idee e innovazione.

Dal 2003, anno in cui fonda Intergea, Alberto trasforma una piccola società di commercializzazione auto in un gigante che oggi conta 74.000 vetture consegnate all’anno, 2 miliardi di euro di fatturato e oltre 2.000 collaboratori. Una crescita costruita su investimenti mirati, ma soprattutto su una filosofia imprenditoriale basata sulla fiducia nelle persone e sull’innovazione.
Non solo auto: Di Tanno è stato anche fondatore di Nobis Assicurazioni, oggi parte di AXA Italia: unico caso in Europa in cui un concessionario ha fondato una compagnia di assicurazioni. Un’intuizione che conferma il talento di saper intravedere ogni volta delle opportunità dove altri vedono soltanto confini.
Oggi, in questa intervista, ci racconta la sua visione, i momenti cruciali della sua storia e la sua passione per il calcio, e per la vita.
Più che un percorso, la sua sembra una vera “missione”. Da dove nasce tutta questa determinazione?
«Da un bisogno profondo di libertà. In famiglia eravamo tanti e la ricerca di uno spazio più personale è sempre stato, da che ricordi, un mio obiettivo. Fin da ragazzo ho sentito il desiderio di potermi esprimere in modo diretto, sincero e trasparente. A distanza di tutti questi anni, credo di poter dire di non essere mai stato spinto dall’avidità o dal desiderio di ostentare: volevo semplicemente essere libero, nelle scelte e nel percorso da portare avanti. Ogni cosa che ho fatto, l’ho fatta inseguendo quel principio che è con me fin da bambino».
C’è un momento preciso, da giovane, in cui ha capito quale sarebbe stata la sua strada?
«Ho sempre avuto fiducia in me stesso. Non per arroganza o perché mi sentissi invincibile, ma perché fin da ragazzo mi sono messo alla prova. In famiglia non mi è mai mancato niente, o comunque non ho quel tipo di sensazione o ricordo addosso. Ricordo però che ho iniziato con piccole iniziative imprenditoriali veramente da giovanissimo, già ai tempi della scuola, cose da bambini sia chiaro, ma fin dall’inizio hanno avuto tutte successo. Ripeto, nonostante provenissi da una famiglia modesta, non posso dire di aver mai avuto difficoltà economiche per ciò che mi serviva, ma quella stessa condizione di “sfida”, a cui spesso mi sono approcciato in modo naturale, mi ha convinto fin da subito che quella era la mia strada. E soprattutto che potevo farcela».

Quindi non c’è un momento specifico?
«Direi che ci sono tanti momenti, ma soprattutto un’atmosfera sfidante onnipresente fin da ragazzino. E ogni successo, piccolo o grande, non ha fatto altro che accrescere questa voglia di costruire, migliorare, essere sempre più libero».
Nella sua storia imprenditoriale, quali sono stati gli ingredienti davvero determinanti?
«Istintivamente direi la fame. Nel mio caso, fame di libertà. Ma soprattutto la consapevolezza che da soli non si va lontano. Ho capito presto che un imprenditore deve circondarsi di persone più brave di lui, persone con talento, energia e onestà intellettuale. Gente capace di mettersi in discussione, di dire la propria senza paura. E di assumersi sia oneri che onori. In Italia, spesso, l’imprenditore tende a delegare solo le responsabilità, ma tenere tutto il resto per sé non porta lontano. Non è “umiltà”, è un dato di fatto. Io sono cresciuto giocando a calcio e ho sempre avuto ben presente il tema della squadra: devi avere i migliori con te».
Se dovesse scegliere tre tappe fondamentali della sua carriera?
«Tre date scolpite nella memoria. La prima è l’1 aprile 1993, quando da rivenditore sono diventato concessionario. Forse una delle volte in cui ho sentito di più di aver salito un gradino davvero determinante. Poi il 1998, quando ho deciso di non fare più “solo il concessionario”, ma di diventare un imprenditore vero, costruendo una squadra di persone di valore. Lì ho capito che per crescere davvero, in maniera esponenziale, devi essere disposto anche a cambiare, e soprattutto non devi mai farti sfiorare dal pensiero di essere arrivato. Terza data: 6 agosto 2008, quando ho fondato Nobis Assicurazioni, la prima compagnia italiana fondata da un concessionario con attività in Europa. Un progetto innovativo che molti all’inizio osteggiavano, ma che ci ha permesso di offrire prodotti esclusivi al servizio degli automobilisti. Probabilmente una delle intuizioni a cui sono più affezionato».
Qual è stata la difficoltà più grande che ha affrontato? E come si superano, in generale, le avversità?
«Una doverosa premessa: le difficoltà fanno parte del mestiere. Il segreto è non lasciarsi bloccare dalla paura e non guardare mai troppo indietro. Non bisogna lavorare “a sensazione”, ma basarsi su numeri e analisi oggettive. In un mercato competitivo, le difficoltà ci sono per tutti: la differenza la fa chi riesce a dare il meglio di sé, rispettando e valorizzando la propria squadra. Come dicevo, è un gioco di squadra, sempre. Se la squadra è solida e lavora bene non esistono complessità da non poter affrontare».
C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare tutto?
«Che io ricordi mai».

Cosa consiglia a un giovane che teme di sbagliare?
«Credo che ogni imprenditore debba mettere in conto la possibilità di sbagliare (ovviamente nel rispetto della legge), altrimenti perde troppe opportunità. Non è però questa una caratteristica facile da trovare, penso per un fatto culturale».
Quant’è cambiato il suo modo di lavorare e una sua caratteristica determinante ieri come oggi?
«Ovviamente sono cambiato un po’ io e allo stesso tempo il mio lavoro. Crescendo e facendo esperienza ad esempio si rafforza l’autostima, si diventa più sicuri… Però ritengo che sin dall’inizio il fatto di dare sempre una risposta praticamente in tempo reale sia stata una delle caratteristiche che mi ha contraddistinto, perché le persone che si rivolgevano a me avevano una risposta certa, positiva o negativa. Il pericolo più grande per un’azienda è l’incertezza: tutti i “ti faccio sapere”, senza una definizione di data o scadenza, sono deleteri e rischiano di demolire le persone che lavorano».
Come valuta una persona?
«Da come si rivolge agli “umili”. Credo che chi svolge un lavoro umile, ma prezioso, meriti grande rispetto da chi può utilizzare un servizio grazie proprio a quel lavoro. E chi riconosce questa cosa vale».
Oltre a questo, quali sono le qualità che oggi cerca di più nelle persone con cui lavora?
«L’assunzione di responsabilità, la determinazione e il monitoraggio continuo dei propri risultati».
Fondare una compagnia assicurativa, per di più a Torino, la città storica delle grandi compagnie italiane… quanto è stato difficile?
«È stato molto impegnativo, perché ci siamo dovuti adattare fin da subito alla mentalità dell’autorità di vigilanza, che impone regole molto rigide. Ma proprio il rispetto assoluto delle regole ci ha consentito di crescere rapidamente e di guadagnarci la fiducia del regolatore, che più volte ci ha sottoposto a ispezioni, tutte concluse positivamente. Alla fine, la trasparenza paga sempre. Lo penso fin da quando sono ragazzo: chi lavora seriamente, vede i risultati».
Il passaggio di Nobis in AXA com’è nato e com’è stato?

«Il contatto in verità ha avuto origine da un loro interesse diretto verso il nostro know-how e dalla volontà di sviluppare la compagnia nel mondo della distribuzione automobilistica. Per noi, AXA rappresentava il partner perfetto per sbarcare in Europa e far continuare a crescere la compagnia. È stata una scelta strategica, fatta per costruire il futuro. Com’è stato? Ovviamente impegnativo, ma anche una bella soddisfazione, d’altronde che una realtà così importante abbia scelto la qualità del nostro operato è indubbiamente segno di un buon lavoro».
Da primo dealer automotive italiano: qual è la sua riflessione sullo stato dell’auto in Italia e in Europa?
«Noi siamo oggi il primo gruppo italiano per numero di vetture vendute, non per fatturato. Oggi il settore sta vivendo una trasformazione epocale. L’arrivo dei costruttori cinesi cambierà inevitabilmente gli equilibri, riducendo spazi produttivi e quote di mercato per i brand europei. A mio avviso, i marchi europei possono difendersi solo valorizzando ciò che li rende unici: storia, tecnologia e design. Sono asset che la Cina non può facilmente replicare. In generale credo che ci siano grandi potenzialità non sfruttate a dovere, e penso che molti “rilanci” nascano dalla capacità di guardarsi criticamente allo specchio».
Torino è stata la “capitale” dell’automotive. Oggi lo è molto meno. In che direzione dovrebbe andare?
«Pensare di produrre auto in Italia oggi non è semplice. Siamo un Paese evoluto, con una qualità della vita alta, e questo implica costi elevati e una crescente difficoltà nel trovare manodopera disposta a svolgere lavori operai. Il futuro di Torino, e dell’Italia, sta forse più nella tecnologia, nella ricerca e nei servizi legati all’automotive, piuttosto che nella pura produzione industriale. Certo, si tratta di passaggi epocali, che in parte abbiamo già affrontato, e servono cognizione dei numeri e competenze per completare al meglio certe trasformazioni».
Capitolo passioni. Il calcio. Da torinese e juventino ha visto giocare Zoff, Tardelli, Boniek, Zidane, Del Piero… Difficile scegliere, ma i suoi tre ricordi più belli?
«Allora, se devo essere sincero, e stilare la mia classifica “tecnica” dei preferiti, metterei Ronaldo, Totti, Albertini, Pirlo e Nedvěd. Tutti giocatori incredibili, non servo io a sottolinearlo. Ma il mio ricordo più bello è personale: la prima volta che sono sceso in campo, giocando 21 minuti in una delle tante partite di beneficenza a cui ho partecipato, prendendo anche un palo con deviazione di Buffon. Un’emozione davvero unica. E poi non posso non citare l’inno d’Italia cantato da protagonista. È una sensazione che non puoi spiegare a parole: da bambino lo sognavo, da adulto l’ho realizzato… È una fortuna che capita raramente nella vita».
Lei infatti allo Stadium non è stato solo spettatore…
«Già, come dicevo ho avuto la fortuna di giocare diverse partite di beneficenza, con squadre come i Campioni per la Ricerca o la Nazionale Italiana Cantanti. Quando entri in quel tipo di stadio, stracolmo di gente, e indossi la maglia, anche “solo” per sostenere iniziative benefiche, ti senti parte di qualcosa di unico. È un privilegio, ma anche un’emozione enorme. Io custodisco gelosamente tutti i ricordi di quelle partite, le corse su quel verde magico, gli scambi con campioni che avevo visto solo alla televisione».

Quanto è importante oggi che gli imprenditori sostengano la ricerca?
«Non è importante, è fondamentale. Credo fermamente che chi ha avuto successo e fortuna abbia il dovere morale di restituire qualcosa alla comunità. Negli ultimi vent’anni ho sempre cercato di farlo, perché il vero successo non è solo economico, ma anche umano e sociale. Non credo sia un’operazione accessoria, ma una parte del percorso».
Se potesse parlare al bambino che era, cosa gli direbbe?
«Fino ai tre anni, gli darei amore incondizionato e protezione assoluta. Poi lo lascerei libero di esprimersi, di sperimentare, di sbagliare, per formare un carattere autonomo e resiliente. Gli insegnerei ad affrontare subito le avversità, senza essere iperprotetto. E, lo ammetto, lo manderei pure a fare tre mesi di militare: credo ancora che possa insegnare disciplina, rispetto e spirito di sacrificio, qualità fondamentali per chiunque voglia avere successo nella vita. Poi, cresciuto, gli direi di essere sempre libero, e di inseguire i propri sogni, con dedizione e determinazione, perché a volte, se uno ci crede, si avverano. Siamo sempre noi a fare la differenza».
C’è una lezione imparata “sul campo” che nessuna scuola avrebbe potuto insegnarle?
«Il successo lo ottieni solo dando prima di ricevere. E il rispetto della parola data deve essere alla base di ogni lavoro, sia all’interno dell’azienda che all’esterno, perché questo ti garantisce di ricevere tante opportunità di sviluppo».
In chiusura, cosa vorrebbe rimanesse da questa intervista?
«Beh, l’intervista l’avete fatta voi, cosa cercavate in questa intervista?».
Bella domanda: noi cercavamo sicuramente il grande imprenditore, quello della scalata da zero a cento, dei record, delle intuizioni geniali e dei consigli da dare a chi oggi sceglie di fare impresa nonostante tutto. Col senno di poi abbiamo trovato quell’Alberto e perfino molto di più: abbiamo trovato l’uomo dietro e dentro il successo, un uomo fatto di sogni, concretezza, passione e libertà.
(foto COSIMO MAFFIONE e ARCHIVIO ALBERTO DI TANNO)
