Spiegare Spike Lee non è facile, per niente. Anzitutto perché si tratta di uno dei registi più importanti degli ultimi quarant’anni, e poi perché ogni suo film, oltre a essere una storia, è anche un ritratto dell’America e degli americani, spesso colmo di significati paralleli, suggestioni e sottotesti.
Spike Lee è letteralmente la voce del cinema afroamericano più importante che esista, ieri come oggi: aggressiva, divisiva, potente, provocatoria, ma anche ironica e magnificamente estetica. Un maestro vero, nella tecnica e nel contenuto, capace di cambiare e allo stesso tempo restare sempre lo stesso. C’è chi lo ama e chi non lo sopporta, l’unica certezza condivisa è che nel cinema moderno esiste un pre e un post Spike Lee; e chi ama la settima arte non può che apprezzare il modo in cui questo “ragazzo”, nato ad Atlanta ma diventato newyorchese ben oltre ogni aspettativa, ha modificato la storia del cinema.

Insomma, non è semplice analizzare la carriera di questo straordinario regista (e attore), e noi ci proviamo con un “gioco”: Spike Lee in 6 film. Utilizzando un po’ il suo metodo cinematografico: ovvero quello di mettere gli spettatori di fronte a pellicole di cui siamo chiamati a diventare in qualche modo giudici, dato che difficilmente lui si sbilancia del tutto verso risposte pronte od ovvie.
Ecco, ma perché sei? Sei come le candidature agli Oscar di Spike Lee (di cui due vinti: uno alla carriera, l’altro con BlacKkKlansman); sei come gli anni che separano la decisione di iscriversi alla New York University dall’uscita di Lola Darling, film che possiamo considerare come il vero esordio alla regia di Spike Lee; o ancora sei come il 6 dicembre 1984, giorno in cui nasce la 40 Acres & a Mule Filmworks, la casa di produzione fondata a New York da Spike Lee all’inizio del suo percorso, chiamata così perché: «Sono stati ben pochi gli schiavi affrancati ad ottenere davvero i quaranta acri e il mulo che gli erano stati promessi… Quindi il nome che ho scelto per la mia casa di produzione è il simbolo di una promessa non mantenuta».
Spike Lee ha presentato a Torino, al TFF, il suo ultimo film: Highest 2 Lowest; ricevendo anche la Stella della Mole. Noi lo celebriamo attraverso questi 6 film, utili a esplorarne il genio e i contenuti (rigorosamente in ordine di uscita).
FA’ LA COSA GIUSTA (1989)
Forse la vera, cinefila domanda relativa a questo film è: può un ragazzo girare a neanche trent’anni una pellicola di questo tipo? Sì, ma solo se ti chiami Spike Lee.

Un film esteticamente e contenutisticamente sconvolgente, soprattutto all’epoca, che racconta un quartiere nero parecchio complicato in modo raffinato e allo stesso tempo naif, inseguendo le storie e le attitudini dei vari personaggi; anche se il vero protagonista rimane il quartiere stesso, un luogo in cui non ci sono buoni e cattivi, ma solo violenza che alimenta altra violenza (sebbene esploda per davvero solo alla fine).
Il “nemico” di tutti, oltre al caldo, è l’incapacità (o impossibilità) di fare, appunto, la cosa giusta; come suggeriscono Malcolm X e il Sindaco di questo film, personaggio incredibile, forse l’unico rappresentante del tema stesso della speranza, segnato da un dolore inestinguibile, colmo di difetti, ma ancora così legato a una certa idea di bene. Probabilmente Spike Lee firma uno dei film più provocatoriamente pacifisti degli anni ’90, forse più attuale oggi di ieri. Un film diventato materia di culto, semplicemente imperdibile.
MALCOLM X (1992)
Sicuramente uno dei film più divisivi di Spike Lee che si lancia nella non facile missione di subentrare nella narrativa di un personaggio tanto cruciale quanto sfaccettato.

Spike Lee rilegge la figura di Malcolm X esplorando la genesi delle sue idee, approfondendo anche una parte finale di vita poco considerata, e in generale donandoci una sorta di biografia allo stesso tempo potente e intima. Con un Denzel Washington protagonista e, manco a dirlo, semplicemente stupendo.
Alcuni imputarono a Spike Lee una eccessiva edulcorazione della figura di Malcolm X, mancando, a nostro parere, clamorosamente il bersaglio: serviva un grande film su questo personaggio, per un fatto di civiltà e dignità del cinema stesso, e Spike Lee lo ha fatto.
CLOCKERS (1995)
Un omicidio che non va assolutamente come dovrebbe andare, i ghetti di New York, la droga, la violenza, il rapporto con la polizia.

Clockers è forse uno dei film più duri di uno Spike Lee che qui, senza mezzi termini, racconta la condizione debilitata degli afroamericani newyorchesi, sottolineando però che nascere in questi luoghi non significa per forza arrendersi a questo genere di destino.
Clockers è un capolavoro un po’ dimenticato degli anni ’90, una pellicola che mescola realismo crudo a scene oniriche girate anche con tecniche semi-sperimentali.
Un film che, nonostante i suoi trent’anni, risulta ancora oggi freschissimo (la messa in scena di Spike Lee è da manuale) e attualissimo per i temi trattati. All’epoca fu un flop al botteghino, nel tempo è stato fortunatamente riscoperto.
LA 25ª ORA (2002)
In questo film, anche se può non sembrare, ci sono due protagonisti, che in fondo possono essere anche la stessa cosa: lo spacciatore Monty Brogan (uno splendido Edward Norton), impegnato a vivere la sua ultima notte di libertà, e la città di New York post 11 settembre, decisamente lesa e impaurita.

Due soggetti che incolpano tutti tranne loro stessi per il proprio destino, ma che in qualche maniera dovranno, durante il film, guardarsi dolorosamente allo specchio.
È il primo film americano in cui viene mostrato Ground Zero, ed è interessante che Spike Lee rivolga in questo momento storico l’attenzione dell’America verso sé stessa, proprio mentre il focus (d’odio) statunitense è orientato al resto del mondo. Forse si tratta del primo grande film del ventunesimo secolo sul ventunesimo secolo.
INSIDE MAN (2006)
Il maggior successo al botteghino di Spike Lee, con un cast stellare, perfettamente diretto, che esalta singoli attori già di per sé eccezionali; su tutti, ovviamente, Denzel Washington, ma non possiamo dimenticare Clive Owen, Jodie Foster… Il film è un heist-movie, ovvero una pellicola che gira attorno a una grande rapina, fatto a regola d’arte, probabilmente uno dei più belli del ventunesimo secolo.

Troviamo quindi uno Spike Lee un po’ più “classico” del solito, ma che non rinuncia (ovviamente) ai suoi messaggi e prese in giro.
Per quanto il “duello” tra il detective Keith Frazier e il capo dei rapinatori Dalton Russell rubi abbastanza la scena a tutti, Spike Lee riesce, soprattutto nei dettagli, a parlarci di un’America post 11 settembre ancora molto spaventata, incapace per certi versi di affrontare sé stessa e i suoi incubi. Il tutto con un ritmo veramente formidabile. Questo è il film che ama anche chi non ama Spike Lee.
BLACKKKLANSMAN (2018)
Un poliziotto afroamericano (Ron Stallworth) si “iscrive”, al telefono, al Ku Klux Klan, ma non potendo per evidenti motivi condurre l’operazione sotto copertura dal vivo, segue il caso solo al telefono, lasciando l’incombenza pratica al collega bianco Flip Zimmerman.

Già solo l’assurdità di questa trama basterebbe a raccontarvi la magia di BlacKkKlansman, un film che sa essere contemporaneamente surreale e serissimo.
Spike Lee nel 2018 torna (aveva mai smesso?) a raccontare l’America con un noir poliziesco decisamente ironico, grazie a un cast brillantissimo (Adam Driver su tutti) e a una sceneggiatura che toglie il fiato. Dentro c’è praticamente tutto quello che serve: ritmo, dialoghi spiazzanti, risate, critica sociale… Un film politico e intelligente come pochi altri dal 2000 in poi.
Non a caso vince un Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale e a distanza di trent’anni da Fa’ la cosa giusta ricorda a tutti chi è il maestro.
