Esterno giorno. Una coppia trentenne (forse anche più giovane) passeggia in via Cernaia. Zoom. Parlano di fiction e commentano: Ripley, Kaos, Eric, Baby Reindeer, Expats…Capisci che sono sul pezzo. Ancora zoom. Lei quasi si blocca, poi si illumina e stringe sul soggetto: «Ma hai visto la seconda stagione di “La legge di Lidia Poët”? Una storia vera, quella della prima donna avvocato in Italia, un personaggio rivoluzionario. Ma ironico, tagliente, indaga e risolve. Tutto si svolge a Torino, che si vede benissimo». Titoli di coda. Se ne vanno e lui sembra proprio convinto. La vedrà, come stanno facendo 28,2 milioni di telespettatori al mondo (in 55 diverse nazioni), perché La legge di Lidia Poët è la serie italiana universalmente più vista di sempre.

Era nelle previsioni? Certo che no. Ma questo è un mondo che viaggia velocissimo, bada al sodo e premia prodotti di nicchia senza neanche attendere un battito di ciglia. Guardando a posteriori il successo ottenuto si individuano gli ingredienti vincenti. La riscoperta di una storia vera, con una protagonista perfetta per i requisiti, anche politici, dell’oggi. Lidia Poët, donna appartenente a una minoranza religiosa (valdese), osteggiata dal sistema perché protesa a otte nere il suo riconoscimento come avvocato. Fu la prima a farcela in Italia, dopo riconoscimenti internazionali (da San Pietroburgo a Parigi), ma raggiunse il suo scopo solo nel 1920, all’età di 65 anni. Sostanzialmente una rivoluzionaria.
Altro elemento trainante della fiction la ventinovenne Matilda De Angelis: in scena sempre elegantissima, tra le migliori attrici italiane del momento, voce graffiante, piglio deciso e accattivante, di quelli che fanno il vuoto intorno. Un cast dove ogni ruolo ha la faccia giusta, più che attori da telecamera, un’affiatata compagnia teatrale. La musica è ben più che un ingrediente. Fa venire in mente lo storico Twin Peaks, dove i suoni di Angelo Badalamenti recitavano, dipingendo atmosfere emozionali. Ma che, inaspettatamente, qui attingono al rock, con una spruzzata di acid house. La storia lascia da parte le vicende reali mettendo in scena: indagini poliziesche, triangoli amorosi, atmosfere dark, ironia… con un mood che spazia da Castle a Bridgerton, da Enola Holmes a Miss Marple, versione giovane però.
Della Poët “storica” restano le battaglie civili, condotte senza sconti: quella per l’avvocatura e l’altra per il voto alle donne. Abbiamo lasciato per ultima l’altra grande protagonista della fiction: Torino. Che si vede benissimo, come diceva la nostra inconsapevole amica, ma non solo. La città è il teatro perfetto delle vicende, sempre presente, sempre riconoscibile: dalle vie e dall’alto, nei luoghi aulici e nei palazzi magnifici e misteriosi. Tutto reale, tutto riconoscibile, ma anche tutto trasfigurato da sapienti giochi di luci, da inquadrature a tratti spiazzanti, da un ripetersi di nebbioline sfumate che si alzano come fondali, alle spalle dei protagonisti.

Torino recita benissimo la propria parte e – puntata dopo puntata – conquista un’immagine che ne esalta bellezza e peculiarità. Lidia Poët, la fiction Lidia Poët, non sarebbe neppure immaginabile senza questo palcoscenico, il suo palcoscenico. Può essere un messaggio per il futuro? Pensiamo di si, perché il merito per quei 28,2 milioni di telespettatori è anche di “questa Torino”. Come la Londra vittoriana, la Parigi della Belle Époque, la New York di Woody Allen, la nostra città ha individuato un suo tempo privilegiato: ottocentesco, accattivante, fascinoso, classico con venature pop, irresistibilmente sexy, con bellezza elegante che, in un lampo, può rivelare un mondo cupo e misterioso.
Da Lidia Poët non si torna indietro, archiviata la serie, Torino può ambire ad ospitare altre produzioni internazionali, ingolosite da un luogo dell’anima pronto ad essere interpretato. Forse è giunto il tempo di lasciarsi alle spalle la città operaia degli scioperi e del terrorismo, dei cliché depressivi di una location crepuscolare. Ma torniamo alla Lidia Poët, reale personaggio “controvento”, la prima donna avvocato d’Italia, contrapposta a un mondo che non voleva saperne di riconoscere i suoi diritti. Il personaggio della fiction – per fisico, comportamenti, abbigliamenti e posture – si discosta assai dalla verità storica.
Come si pongono i suoi colleghi di oggi di fronte a questa operazione? Con favore oppure attraverso critiche per la verità storica tradita? Abbiamo chiesto a Simona Grabbi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, cosa rappresenta per lei, e per il suo ordine, la figura di Lidia Poët; donna rivoluzionaria per la professione, e recentemente valorizzata con diverse iniziative e con la titolazione del giardino di fronte al tribunale.

Simona, chi è stata Lidia?
«Lidia Poët è stata una donna, una avvocata e una cittadina straordinaria, una di quelle persone che, con le loro battaglie personali, sociali, civili e politiche hanno fatto la storia della nostra civiltà, non solo giuridica. Nei suoi confronti abbiamo un debito di riconoscenza, così come dobbiamo averlo per le pioniere e i pionieri della parità di genere in Italia. Dico anche pionieri della parità di genere, perché non dimentichiamo che l’avvocata Lidia Poët venne iscritta a maggioranza nell’albo forense da otto consiglieri guidati dall’illuminato presidente Saverio Vegezzi – “il più giovane di pensiero fra i suoi colleghi del Consiglio”, come lo lodò in un articolo del 1912 Giovanni Saragat – e che tale delibera venne assunta a seguito di una discussione soffertissima durante una seduta del 9 agosto 1883; sofferta tanto che a tale decisione seguivano le dimissioni di due tra i quattro consiglieri dissenzienti. Se noi donne oggi siamo qui in rappresentanza del Consiglio dell’Ordine e delle Istituzioni, lo dobbiamo a donne come Lidia Poët e a uomini come i componenti dell’Ordine del 1883, esempio di avvocatura illuminata che con largo anticipo rispetto agli assetti culturali, politici e sociali del Paese che, nella delibera di iscrizione, osservava che “a norma delle leggi civili italiane le donne sono cittadini come gli uomini, godono di tutti i diritti civili … e quindi è assolutamente antiquata né di più possibile coesistenza col sentire la legge 2 de Reg.

Jiuris che negava alla donna lo esercizio dei diritti civili”. Il Consiglio non poteva arrogarsi la facoltà di introdurre una distinzione tra il diploma di laurea conseguito dal maschio e quello conseguito da una donna, e che “codesta facoltà che il Consiglio non ha dalla legge, non può derivarla da riflessi e convenienza”. Parole scolpite in una delibera che il Consiglio custodisce in una teca all’ingresso dei locali dentro il Palazzo di Giustizia. Prima iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza in Italia, il professore che teneva lezione nell’aula dove per la prima volta entrò, le chiese nello stupore generale degli altri allievi se voleva un tavolino e una sedia a parte. Ringraziò e rispose che non occorreva, sedendosi in prima fila, da dove più non si mosse durante gli anni accademici culminati con una dissertazione sul diritto al suffragio elettorale da parte delle donne. Non accettò mai di sedersi su una sedia a parte, lottando con gli strumenti giuridici che padroneggiava brillantemente per essere riammessa come avvocata nell’albo torinese dopo la sentenza di annullamento della delibera del Consiglio.
E ci piace pensare che se si arrivò alla famosa legge Sacchi del 1919 che liberalizzò l’accesso alle libere professioni, lo dobbiamo soprattutto a lei. Invito tutti i lettori a passare nei giardini antistanti il Palazzo di Giustizia e porgere un pensiero davanti alla sua immagine riprodotta su un cippo commemorativo nell’area giochi dedicata ai bambini. Cippo la cui collocazione è stata fortemente voluta dal Consiglio, realizzata nel luglio del 2021 e collocata fuori dal Palazzo di Giustizia – perché dentro molti di noi conoscono già la sua storia – proprio perché tutti i cittadini siano a conoscenza del valore simbolico della sua battaglia legale, che sia di esempio e monito per combatterne altre laddove qualunque forma di discriminazione impedisca parità di accesso ai diritti da parte di qualsiasi cittadino».
Il fatto che Lidia Poët sia ricordata in una fiction dove, inevitabilmente, prevalgono tratti narrativi lontani dalla realtà, è per lei motivo di valutazioni negative? Oppure la notorietà e la popolarità guadagnate dalla sua figura possono portare elementi positivi e di conoscenza?
«Indubbiamente il personaggio di Lidia Poët nella notissima fiction è “liberamente tratto” dalla “vera” storia dell’avvocata Lidia Poët, come è consentito fare per l’ opera cinematografica. Pensiamo a certi recenti film su personaggi politici di primissimo piano ancora in vita, che non sappiamo se siano stati di gradimento ai personaggi cui erano liberamente ispirati o ai famigliari. La fiction ha avuto un enorme successo classificandosi tra i primi posti delle serie più viste di sempre, un’importante ricaduta sul territorio piemontese in termini di visibilità e lavoro, e ha permesso di far conoscere in tutto il mondo la storia di questa donna straordinaria, che anche se liberamente ispirata al personaggio reale, non mette in secondo piano la sua intima, ostinata e tenace aspirazione a diventare ciò che era, ovvero un’Avvocata».
L’avvocato penalista Alberto de Sanctis, che amo definire “interventista”, ci parla del lascito di Lidia Poët e del suo esempio ancor attualissimo:
«Quando idolatriamo un “eroe borghese” rischiamo talvolta di sentirci appagati per il sol fatto di schierarci dalla parte dei “giusti”, senza però seguirne l’esempio. Ci accontentiamo di rendere onore a chi ha avuto il coraggio di intraprendere una battaglia per l’affermazione di un diritto, come quello oggi indiscusso – di una donna ad esercitare la professione forense, ma poi ci asteniamo da fare analoghe battaglie per il timore di irritare il potere costituito. Per la sua epoca la Poët fu una “matta visionaria” nel pretendere di iscriversi all’albo degli avvocati. Intraprese una battaglia legale contro l’allora Procuratore Generale, senza il timore di ricadute ambientali, malgrado il fratello fosse avvocato.

Allora io dico che bisogna valorizzare gli esempi del passato, individuando nuovi obiettivi che oggi sembrano irraggiungibili. La difesa della terzietà del giudice, la sua indipendenza dal pubblico ministero, la libertà e indipendenza dal potere giudiziario, la parità di genere nel mondo della professione, il diritto di difesa e la funzione rieducativa della pena trovano tanti, troppi ostacoli. Non solo nelle norme di legge, ma anche nei poteri dello Stato, nelle sue concrete articolazioni, nelle sue impersonificazioni.
Gli avvocati sono lì per quello, per difendere i diritti dalle impersonificazioni del potere. Non dobbiamo temere gli ostacoli “umani” e legislativi che si frappongono all’affermazione di questi principi, ma anzi dobbiamo combattere senza temere di essere etichettati come “sognatori” o “ribelli”. Perché questo era la Poët nella sua epoca, e noi avvocati lo dobbiamo essere oggi. Donne e uomini liberi, indipendenti dagli schieramenti politici, pronti a fare battaglie epocali per l’affermazione della Costituzione e del Giusto Processo. Altrimenti tutto si esaurisce in qualche bella cerimonia e in una gradevole serie TV».
La legge di Matilda De Angelis
Da Bologna a Lidia Poët, dalla musica al cinema, da Roma agli Stati Uniti, da Venezia a Sydney Sibilia… proviamo a raccontarvi genesi e percorso della diva non diva Matilda De Angelis

Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale… Oltre vent’anni fa Tiziano Ferro cantava Non me lo so spiegare, canzone oggi cult che un po’ tutti conosciamo (anche se a volte non lo ammettiamo). Nella storia di Matilda De Angelis c’è tutto questo e molto di più: le case cambiate, i libri divorati, i viaggi e i sogni d’oltremare, le fotografie di un’amica, i film di Miyazaki, la musica, i videoclip, i premi. Parlare oggi di Matilda non è facile, perché in un tempo relativamente breve (dal 1995) ne ha combinate veramente tante. Oggi è un’attrice di fama internazionale, sbanca le piattaforme streaming con serie TV di successo, parla nei podcast più seguiti d’Italia e un italiano su due conosce il suo volto (con o senza abito ottocentesco).
Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Tramite qualche aneddoto, un po’ di storia, alcune locandine e un paio di citazioni, ripercorriamo i passi di Matilda, da Bologna a Torino, nei panni di Lidia Poët; per capire un po’ di più di una diva (da non chiamare diva), ormai stella.
A 16 anni Matilda canta nel gruppo musicale Rumba de Bodas, con cui pubblica un album che porta in tour anche fuori dall’Italia: «In quegli anni ho dormito nei parcheggi degli Autogrill, per strada, a casa di sconosciuti, nei parchi…»; e parallelamente inizia un progetto fotografico insieme alla fotografa e amica Camilla Cattabriga. La voglia di fare arte, di sentire un po’ di più, la nutre e la accompagna, per la verità fin da piccola: «Mio padre, ex fumettista, e quindi un po’ anti-Disney, mi fece scoprire Miyazaki e di conseguenza un’animazione più matura, profonda, animista come sono io. Il primo film è stato “La città incantata”, il preferito “Il mio vicino Totoro”». Idee chiare. Scelte di vita e d’educazione che creano una sensibilità particolarmente ricettiva, patrimonio e responsabilità, che tornerà un po’ ovunque nella carriera di Matilda.

Ecco, come inizia “ufficialmente” questa carriera? Il primo regista a notarla è Mattia Rovere che la scrittura come protagonista femminile per Veloce come il vento (2016) con Stefano Accorsi, film per cui fa incetta di premi e nomination, anche se la ribalta al grande pubblico arriva con la presenza in importanti video musicali (con i Negramaro, con i Thegiornalisti… e in futuro in un duetto con Elisa per il singolo Litoranea). Il primo rilevante successo in una serie TV è in Tutto può succedere (2015-2018), cui fa seguito il ruolo da protagonista nel film Youtopia (2016) di Berardo Carboni. Poi arriveranno il Festival di Venezia, la Rai, lo Zecchino d’Oro… e la chiamata negli States per recitare insieme a Nicole Kidman e Hugh Grant nella serie The Undoing – Le verità non dette. Una sorta di medaglia al valore, seguita sempre nel 2020 da L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, con Elio Germano, che le vale il David di Donatello per la migliore attrice non protagonista.

Tra Festival di Sanremo (co-conduttrice con Amadeus), nuove produzioni cinematografiche internazionali e spot per Maserati, il volto di Matilda è presente su qualsivoglia schermo, e ha sempre successo. La formula? Probabilmente tanta predisposizione, parecchia preparazione, una certa spontaneità che la rende ovunque riconoscibile, non fraintendibile, non mescolabile al contesto, ma integrata e viva in ogni palco.
Nel 2023 e 2024 l’exploit definitivo: la prima stagione de La legge di Lidia Poët (successo immediato ed europeo), poi la seconda di Lidia Poët (plauso della critica, quasi 30 milioni di spettatori), sempre su Netflix, e infine lo spin-off Citadel Diana, su Amazon Prime Video, nei panni dell’agente segreto Diana Cavalieri (altro tassello di crescita e popolarità).

What else verrebbe da dire in Clooneiana salsa, ma la verità è che se in meno di trent’anni di vita Matilda è riuscita a mescolare così tanti colori diversi, sicuramente dobbiamo aspettarci i fuochi d’artificio per i prossimi trenta. Nel frattempo ci godiamo ancora un po’ la seconda stagione di Lidia Poët, un racconto storico e fotografico di Torino che così bello non si è visto mai. D’altronde qui il cinema viene bene: «I milanesi? Sempre arrabbiati. I bolognesi non ti accettano: vanno poco in auto, usano bici e bus, ma comunque non vogliono intralci. Girare a Torino? I torinesi sono cortesi, ti salutano, non si lamentano. Girare qui è un sogno». Parola di Matilda.
(foto NETFLIX)
