«Chi vede correttamente la figura umana? Il fotografo, lo specchio, o il pittore?». Probabilmente nessuno dei tre e tutti e tre insieme. La citazione è di quel genio (e sregolatezza) che è stato Pablo Picasso, di cui tra l’altro ricorrono i 50 anni dalla morte e in tutto il mondo a lui si dedicano grandi iniziative (anche a Torino: dal 12 ottobre c’è a Palazzo Saluzzo Paesana una bella mostra sul tema). Succede così: ricorre un anniversario importante e in questo modo si trova la “scusa” per fare qualcosa. Come se servissero degli input, ed effettivamente un po’ servono, per fare le cose. I grandi eventi sono per le città sia degli stimoli che degli specchi: situazioni in cui alzare i giri e analizzarsi; in cui programmare, investire e valutare il proprio stato di salute e avanzamento.

Avvocato, arrivano nuovamente a Torino le Nitto ATP Finals. Quanto sono importanti?
«Intanto è un evento che ha visibilità internazionale, e la città ha grande bisogno di raccontarsi; poi è un evento di sport, e Torino ha una tradizione sportiva molto importante. Lo sport non è unicamente un vettore economico, ma anche un veicolo di buoni valori, di civiltà e di educazione, specie il tennis. Credo che queste Finals siano in generale uno strumento adatto a ricollocare la nostra città nel giusto solco di importanza, in linea e a complemento dei settori sui quali deve darsi una nuova identità economico-culturale».
Lo sport non è unicamente un vettore economico, ma anche un veicolo di buoni valori, di civiltà e di educazione, specie il tennis
Parigi ha raccontato le sue Olimpiadi come le prime a impatto ambientale approssimabile a zero, noi cosa dobbiamo (o possiamo) dire?
«In un mondo ideale soffermarsi sulla sostenibilità di un qualunque evento sarebbe superfluo, ma non è così. Allora cosa bisogna fare? Occorre evidenziare il tema della sostenibilità, e poi perseguirlo, con concretezza, perché il green washing non è un concetto che riguarda solo le imprese, ma la costruzione di una storia, di una nuova cultura rivolta al futuro. Torino ha nel proprio DNA un certo “bien vivre”, può raccontare quello, ma deve prima coniugarlo con una nuova forma mentis».
Quanto è importante per i fruitori incontrare questa “narrazione sostenibile”?
«Parecchio. Soprattutto in confronto a ieri. Le nuove generazioni applicano questa discriminante continuamente, specie se si tratta di scegliere di partecipare a un evento o quale prodotto acquistare. Anche il concetto di lusso è cambiato. Lusso non è più tutto ciò che è caro: ma è alta qualità coniugata ad alta sostenibilità».
I francesi si “giocano” quindi buona parte della loro comunicazione olimpica su una parte dei concetti che la “E” dentro ESG riassume. Si può davvero “scorporare” questa sigla?
«Secondo me si può scorporare. Le tre lettere hanno ambiti diversi, ma sarebbe ingenuo non considerarne sovrapposizioni e complementarietà. Se ESG è 1+1+1, dobbiamo arrivare a dire che il risultato della somma fa quattro. Perché ogni componente della formula (che certamente ha dei limiti) è importante, ma è dall’utilizzo flessibile di questa sigla che otteniamo uno strumento davvero valido per comprendere e affrontare sfide importanti del presente. Certo, prima andrebbero compresi bene significati e pesi. Il concetto di sostenibilità non è banale, non vuol dire andare tutti in bicicletta. Alcuni anni or sono alcuni esponenti di una forza politica usavano l’esempio di Copenaghen e delle sue tante biciclette per parlare di riforme sostenibili. Ma nel piano di modernizzazione di Copenaghen (dove evidentemente non erano mai stati) vi erano la costruzione di sottopassi per le auto, grattacieli, rafforzamento dei trasporti pubblici e una sicurezza a livello di ordine pubblico che, diciamoci la verità, qui ci sogniamo, e un inceneritore nel centro della città. Altro che biciclette».
Ecco, chi ha capito la direzione (e vi ha investito) avrà un netto vantaggio. Ma a che punto siamo proprio in ottica di comprensione?
«Allora, per quanto riguarda gli investimenti siamo molto indietro. A parole sembra chiara la direzione, ma nella pratica penso che siamo ancora molto distanti. Seguire principi ESG significa investire in cultura e in opere infrastrutturali. Perché il naturale obiettivo di questi principi è la sostenibilità, quella vera però, non quella delle piste ciclabili, ma di un futuro in cui le persone vivono meglio e si prendono cura del luogo in cui si muovono. Lo abbiamo capito? A me sembra che la pratica dica il contrario».
È forse anche una questione di “usi e costumi”?
«Probabilmente. Abbiamo questa odiosa abitudine dell’imposizione dall’alto. E invece i passaggi che servono a migliorare la qualità della nostra vita devono scaturire dalle idee, essere metabolizzati e poi messi in pratica. Le persone non vivono di un punto percentuale in più della qualità dell’aria, vivono di altro: si alzano la mattina, portano i bambini a scuola, vanno a lavorare… Qui serve la sostenibilità, e qui ci vedo indietro».

Com’è cambiata la sua professione?
«Ha dovuto adattarsi a comprendere le questioni ESG all’interno delle imprese. Per esempio oggi i requisiti ESG sono oggetto di valutazione delle acquisizioni (di privati, di fondi e così via), al pari di tutte le operazioni di finanziamento. Dov’è la “pecca”? Sta nel fatto che spesso si valutano le “dimensioni” di queste azioni positive in ambito ESG in maniera un po’ asettica, senza prospettiva, guardando solo ai numeri, e forse senza un reale interesse per le conseguenze sociali di questo impegno. Mentre l’obiettivo è proprio quello: avere ricadute sociali concrete».
Tre goal che Torino non può sbagliare?
«Gliene do quattro. Crescita delle imprese attraverso processi di aggregazione; efficaci politiche ESG non solo a livello di impresa; infrastrutture che rendano la “E” un fatto di efficienza e miglioramento della vita vera, quella di tutti i giorni, e non di limitazione alla mobilità dei cittadini; ripresa di un ruolo centrale della cultura (vale per l’Italia tutta). Mi soffermo su quest’ultimo punto, sulla sua base: la scuola. Da noi si parla di scuola quando crolla un tetto: evento drammatico sotto ogni punto di vista. Ma la scuola non può essere un evento di cronaca. E allargando il focus sarà bene superare una volta e per sempre, nei fatti e non con le parole, affermazioni del tipo “con la cultura non si mangia”. Siamo persone, non macchine. E viviamo in un Paese dove industria, economia e cultura hanno sempre dialogato; in cui i grandi industriali sono e sono stati grandi mecenati. Arte, cinema, scuola, letteratura, e anche sport sano: mettiamo tutto questo al centro perché è da lì che passano le idee per il futuro e si formano cittadini partecipanti e consapevoli».
Terza “puntata” insieme all’avvocato Fabio Alberto Regoli: ogni volta un dialogo costruttivo su dinamiche cruciali per il nostro presente, affrontato con le conoscenze e la competenza necessarie a un serio discorso sul futuro
Fabio Alberto Regoli, avvocato d’affari, ha trascorso la sua carriera in importanti studi nazionali e internazionali. Dal 2022 è equity partner di Grimaldi Alliance, studio internazionale italiano con oltre 40 sedi nel mondo e uffici anche a Torino
(foto ARCHIVIO REGOLI)
(Servizio publiredazionale)
