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Francesco Messina

I torinesi e la sicurezza

di Andrea Cenni

Autunno 2018

A QUASI UN ANNO DAL SUO ARRIVO IL QUESTORE RACCONTA COME INTERPRETARE IN MODO CONTEMPORANEO IL TEMA DELLA SICUREZZA, È UN DIRITTO DI LIBERTÀ OGGI DA DECLINARE IN PIÙ AMBITI CHE COINVOLGONO DIRETTAMENTE LA VITA DELLE PERSONE

La storica questura di corso Vinzaglio ha un fascino particolare per chi conosce la storia della città, e l’idea di essere in un luogo che da sempre sta dalla tua parte non ti abbandona dall’ingresso e su per scaloni e corridoi. Oggi ancor più aperta e disponibile verso i cittadini, ha inaugurato servizi e modalità di colloquio un tempo probabilmente sconosciute, e anche questo è un segno dei tempi; in fondo per poter attuare il controllo del territorio occorre anche rendersi disponibili al colloquio con esso, e nel tempo questa disponibilità è passata da teorica a pratica, con un feeling sempre più ricercato con la cittadinanza e un interscambio di informazioni anche in chiave di prevenzione, sempre più fondamentale. Francesco Messina mi accoglie nella sua sala che dà il senso dell’operatività e della rappresentanza al tempo stesso: il nuovo, anzi non più, questore di Torino ha il piglio, la determinazione, ma anche lo stile e la finezza di ragionamento, che lo renderebbero ideale personaggio letterario novecentesco.

L'ordine pubblico e il controllo del territorio. Sono questi i due temi su cui tutta la squadra di eccezionali collaboratori che ho trovato a Torino è costantemente concentrata.

Catanese, 56 anni, oltre 30 di Polizia, un percorso che lo ha portato a conoscere l’Italia intera con i suoi vizi e le sue virtù, ne fanno un personaggio a tutto tondo capace di calarsi con rapidità nella realtà che deve affrontare, e scegliere in pochi mesi i temi distintivi di una città. «Indossare gli occhiali giusti per osservare la realtà locale, questa è la prima cosa da fare per mettermi immediatamente nella condizione di adattare il bagaglio di nozioni e informazioni che porto con me, alla città. Il nostro è un mestiere empirico, dove la vita vera è il primo livello di conoscenza fondamentale per poter affrontare i problemi e avere un bagaglio sperimentale da adattare è cosa utilissima se si ha la coscienza e l’umiltà di leggere meglio possibile il mondo e la realtà in cui va calato».

Quali i sono i temi portanti della sua attività?

«L’ordine pubblico e il controllo del territorio. Sono questi i due temi su cui tutta la squadra di eccezionali collaboratori che ho trovato a Torino è costantemente concentrata. C’è un’attenzione e una costanza d’intervento particolareggiata che sta dando i suoi primi frutti. E il fatto che i cittadini percepiscano questo nostro impegno su entrambe le questioni ci rende molto soddisfatti».

Durante l’intervista

Ordine pubblico, com’è la situazione a Torino?

«È un tema classico per ogni area metropolitana ma a Torino assume significati anche storici peculiari con risvolti assolutamente specifici. C’è oggettivamente un’iperattività dei contesti antagonisti e anarchici, ben oltre la media delle situazioni presenti in altre zone italiane».

Intende che i centri sociali sono più pericolosi qui che altrove?

«Intendiamoci, i centri sociali molte volte sono una delle espressioni del dissenso che ogni società esprime; ma quando diventa occasione costante di violenza allora diventa un grosso problema. Se i luoghi del dissenso pretendono di avere una personalità politica, debbono utilizzare i linguaggi e le modalità della politica per esprimersi stando dentro i margini della legalità. Il punto è che in città ci sono invece soggetti che si danno una immagine politica, ma si muovono con tutti i metodi delle attività criminose, e in questo Torino ha gruppi attivi molto pericolosi che sono un vero freno allo sviluppo».

Francesco Messina e Andrea Cenni

Il tema TAV è uno di quelli sensibili?

«Perfettamente, perché alcuni centri utilizzano momenti di dissenso e di contestazione come occasione in cui passare da un approccio ideologico alle vie di fatto e le immagini di vera guerriglia che tutti abbiamo visto stanno lì a dimostrarlo. Queste sono vere e proprie scelte strategiche, tipiche di certi movimenti antagonisti che scelgono di prendere strumentalmente determinati temi come cavalli di battaglia».

Ma i cittadini in questo tipo di situazioni cosa potrebbero fare?

«Sullo sfondo e nella sostanza è evidente che ci sono sempre i processi nei tribunali che partono, vanno avanti, e in qualche modo rappresentano un percorso; ma nel frattempo ci vorrebbe un vaglio critico da parte della città, una presa di posizione forte contro le violenze. Comprensibile lamentarsi per i fatti in sé, ma occorrerebbe dichiararsi contro in termini assoluti, senza distinguo».

Passiamo al controllo del territorio; certo lei ha girato l’Italia e immagino avrà affrontato situazioni terribili, ma anche Torino, oggi, qualche problema ce l’ha…

«Vede, questa è una città dove storicamente si percepisce il rispetto delle regole e questo è un valore di base eccezionale; consente di sapere che i cittadini sono dalla tua parte ed è un aspetto che, devo dirle, sento persino a livello personale quando mi ritrovo tra la gente».

I dati ufficiali cosa dicono?

«Torino e il Piemonte vedono costantemente dei numeri in calo rispetto ai crimini in ogni ambito».

Perché sono diminuiti o perché la gente non denuncia?

«Questo fatto delle non denunce va un po’ ricondotto a realtà, nel senso che i dati generali non si riferiscono solo alle denunce del cittadino, ma anche, e sopratutto, a quelle che noi registriamo durante le nostre attività; Torino e il Piemonte vedono dati in calo».

La percezione di insicurezza, però, è diffusa…

«C’è l’aumento della paura, questo è vero. E non è solo colpa delle trasmissioni tv che danno molto risalto a certi reati contro la persona che indubbiamente creano timore in tutti».

Cosa si può fare per ridurre questa percezione?

«La sicurezza è un diritto di libertà in generale, ma oggi potrei dire ci sono ‘più sicurezze’ cui corrispondono livelli di percezione che coinvolgono le vite quotidiane di tutti. Le faccio degli esempi: il decoro per le strade, i problemi di vicinato con soggetti difficili, il viaggiare sui mezzi pubblici, il poter utilizzare gli spazi pubblici, dai giardini alle piazze ai mercati. Sono tutti luoghi dove la gente deve potersi sentire tranquilla e, purtroppo, in alcuni casi non succede».

 

Cosa fare?

«Continuare in quello che già facciamo aumentando la nostra attività, con più indagini per arrestare i delinquenti, e la nostra presenza con più forze dell’ordine in servizio nelle strade e tra la gente. Serve la visibilità, ma occorre, nei fatti, contrastare spaccio, microrapine e truffe agli anziani. Tutte cose che creano una condizione di insicurezza diffusa».

Poi c’è dell’altro come in tutte le grandi città?

«Beh, certamente la criminalità organizzata c’era e ancora esiste, evita accuratamente la visibilità anzi agisce nella totale sommersione nonostante colpi forti siano stati assestati. La malavita calabrese è presente da tempo in Piemonte con rapporti stretti con la casa madre».

Le chiedo in chiusura un pensiero netto su questi mesi di attività in città, una riflessione sulla situazione che più l’ha colpita…

«Guardi, al mio arrivo ho capito che la vicenda di piazza San Carlo era una ferita aperta per Torino, e che la città non era affatto rassegnata a non avere una spiegazione plausibile sull’accaduto. Mi consenta di dire con orgoglio che tutte le forze dell’ordine hanno agito con un’attenzione e una cura alle indagini assoluta, non trascurando nulla, perché questa necessità di capire cosa fosse successo era davvero diventata importante per me e per ognuno di noi. E l’aver assicurato i responsabili alla giustizia è stata una soddisfazione enorme».

(Foto di FRANCO BORRELLI)