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Franco Benech

Il futuro della medicina tra uomo e robot

di Laura Sciolla

Primavera 2019

FRANCO BENECH, NEUROCHIRURGO DI FAMA INTERNAZIONALE SPECIALIZZATO IN CHIRURGIA VERTEBRALE, RACCONTA LA ROBOTIZZAZIONE NELLA MEDICINA CONTEMPORANEA, TRA OBIETTIVI CENTRATI E OSTACOLI DA SUPERARE

Da decenni, la domanda ‘i robot sostituiranno l’uomo?’ è una delle più scottanti rivolte alla comunità scientifica. Un tema che è uno spunto per proseguire nel nostro percorso all’interno della sanità torinese, iniziato intervistando il direttore generale dell’Ospedale Mauriziano, Maurizio Dall’Acqua, e poi quello della Città della Salute e della Scienza, Silvio Falco. Ora, ci troviamo alla Clinica Fornaca insieme al professori Franco Benech, specialista in neurochirurgia e chirurgia vertebrale. Da alcuni mesi, all’interno di un team composto dal dottor Carlo Alberto Benech e dalla dottoressa Rosa Perez, Franco Benech esegue interventi con l’aiuto dell’Excelsius GPS, il nuovo robot che permette di intervenire con maggiore precisione su spondilolistesi, stenosi lombare ed ernie del disco, ma anche su fratture vertebrali e discopatie, riducendo le possibilità di errore.

Abbiamo sempre creduto in questo progetto. Ora possiamo vantare il fatto di essere i primi in Italia, con 60 interventi già eseguiti da ottobre 2018 a oggi

«Quello che accadrà in futuro non è ancora totalmente prevedibile, ma lo stato attuale delle cose risponde almeno in parte alla domanda posta sopra: i robot, oggi, sono al servizio dell’uomo per amplificarne le opportunità e migliorarne la prestazioni. La macchina non sostituisce l’uomo: la mano del chirurgo è fondamentale per assicurare la delicatezza necessaria e per verificare l’effettivo svolgimento della precedente programmazione. Ma, allo stesso tempo, il robot a nostra disposizione migliora la precisione dell’intervento. Perché rinunciarvi? Rifiutare una sanità robotizzata è come continuare a navigare con la bussola quando si hanno a disposizione GPS di ultima generazione. Credo ci si debba proiettare nel futuro senza remore».

La tecnologia è quindi un elemento imprescindibile se si vuole fare chirurgia di alto livello?

«Esatto, questo è il punto. Per crescere non si può prescindere dagli investimenti. Credo che la sanità italiana (e torinese) possa essere all’avanguardia solo investendo. Abbiamo tantissimi medici dotati di grandi conoscenze. Se però manca il supporto economico che garantisce nuove tecnologie, ricerca, formazione, si resta indietro, è inevitabile».

Quale sarebbe la strada da intraprendere per favorire la crescita?

«Ritengo che la collaborazione pubblico/privato sia la soluzione a molti dei nostri problemi. E poi bisogna stare al passo coi tempi, un po’ come fanno tutti i professionisti nei diversi settori economici. La sanità non può fare eccezione. Con questo non voglio dire che l’Italia è totalmente estranea all’evoluzione tecnologica: pensiamo ai passi fatti nella chirurgia addominale, che oggi si svolge in laparoscopia, e così via. Le strumentazioni ci hanno permesso di raggiungere un target chirurgico di alto livello. Ora non dobbiamo fermarci: considerando gli investimenti di cui si avrebbe l’esigenza, solo un progetto comune tra sanità pubblica e privata potrebbe aprire un futuro».

Prima faceva riferimento anche alla formazione…

«Le nostre università sono riconosciute per la loro validità. Forse si dovrebbe puntare maggiormente sulla pratica, per avvicinare la scuola al mondo del lavoro. Altro problema: le nostre scuole di specializzazione non creano specialisti a sufficienza. È come se non si fosse tenuto conto delle effettive necessità e, argomento molto attuale, di quanto è ampio il numero di coloro che, una volta terminati gli studi, preferiscono trasferirsi all’estero».

La famosa fuga dei cervelli…

«Mancano chirurghi, anestesisti, radiologi. La carenza degli organici è sotto gli occhi di tutti. Non è una carenza di vocazione alla professione quanto piuttosto un effetto della scarsa attrattività del lavoro di tutti i giorni. Immaginate cosa significhi lavorare in un pronto soccorso dove non si ha a disposizione la strumentazione all’avanguardia necessaria. Così, molti neolaureati trovano nuove opportunità oltreconfine, non solo nell’ambito della ricerca».

A Torino, in questi giorni, si parla molto di sanità, soprattutto in relazione al progetto del nuovo Parco della Salute. Come vede il settore nella nostra città?

«Se mi permette una battuta, avremmo bisogno di cento milanesi tra Regione e Comune… Noi abbiamo le idee, Torino è sempre stata all’avanguardia, ma poi abbiamo difficoltà a svilupparle e a trarne profitto. Dobbiamo aprirci. Ci troviamo a nord ovest, e non è solo una metafora dire che le montagne per noi sono uno scudo, non sempre positivo. Noi dovremmo focalizzarci sul fatto che la sanità può diventare un’industria: nel capoluogo lombardo anche i taxi, gli alberghi, gli affittacamere traggono vantaggio in quanto indotto di un meccanismo che funziona. È imbarazzante quando i taxisti mi dicono che aspettano la partita della Juventus per lavorare… Perché dal sud, ma anche da Novara, ad esempio, i pazienti vanno a Milano? La nostra è la regione del no, della stasi: abbiamo le ‘teste’, ma quello che andrebbe rafforzato è un management sanitario attivo e proattivo».

Una visione pessimista, dunque?

«Non direi: le potenzialità ci sono, devono solo essere concretizzate. Anche Torino deve poter diventare un punto di riferimento per i pazienti di tutt’Italia, con centro di sviluppo, assistenza, attrazione medica. Che è un po’ il processo che da molti anni caratterizza il Politecnico e l’università».

Durante l’intervista

Di certo, il capoluogo piemontese è un riferimento per l’Excelsius GPS, emblema dell’evoluzione tecnologica in chirurgia.

«Excelsius GPS è nato a Philadelphia quale strumento di supporto alla chirurgia mini invasiva. Grazie al suo braccio, la macchina segue con la massima precisione quello che noi programmiamo attraverso un tablet. In 10/15 minuti progettiamo l’intervento, i dati vengono poi trasferiti al robot e il suo braccio guida la mano del chirurgo nello svolgimento dell’operazione. Il decorso postoperatorio è straordinario: le tecniche mini invasive garantiscono la dimissione in 24 ore, tanto che il paziente riesce a camminare già dopo pochi giorni. Inoltre, vengono ridotti l’uso dei raggi X, le perdite ematiche, i rischi di errore (dal 10 allo 0% per quel che riguarda il posizionamento delle viti). Non abbiamo dubbi: i risultati dei primi interventi eseguiti confermano l’efficacia del sistema di navigazione robotizzata».

Era prevedibile il raggiungimento di questi risultati in così poco tempo?

Con Cristiano Ronaldo

«Devo dire che un robot come l’Excelsius GPS, fino a qualche anno fa, non era immaginabile. Esistevano sistemi di navigazione per intervenire sul cervello e sulla schiena, ma non un braccio robotizzato capace di inserire mezzi di sintesi. La metodica robotizzata è recentissima e si è affermata in particolare negli Stati Uniti (dove l’Excelsius GPS è già presente in 55 centri specialistici): insieme a mio figlio, il dottor Carlo Alberto Benech, e alla dottoressa Perez, ho seguito un periodo di training a Philadelphia per poter poi trasferire il know-how a Torino. Abbiamo sempre creduto in questo progetto. Ora possiamo vantare il fatto di essere i primi in Italia, con 60 interventi già eseguiti da ottobre 2018 a oggi. Un traguardo che ci pone anche in cima alla classifica europea, tanto che a breve si formerà qui il centro di addestramento per il vecchio continente. Non si può andare contro la tecnologia: ove ci saranno disponibilità economiche, questo è il futuro».

Prima di salutarla, tocchiamo rapidamente un tema più leggero. Lei è nato in Val Pellice ma da tanti anni vive a Torino: dove ama andare quando vuole ritagliarsi una pausa di gusto?

«I miei locali preferiti sono Al Gatto Nero e Del Cambio, il più bel ristorante d’Europa, non solo a mio parere».

E qual è un aspetto della città che apprezza particolarmente?

«Da valdese orgoglioso di esserlo, mi piace ammirare l’eleganza del Tempio Valdese quando passo in corso Vittorio Emanuele. Ho anche potuto apprezzare il fatto che, in certi giorni, viene svolto il culto in lingua inglese. Un tocco in più di internazionalità nella nostra amata Torino».

(Foto di MARCO CARULLI, GIULIANO MARCHISCIANO e ARCHIVIO FRANCO BENECH)