C’è un punto esatto – invisibile, certo, ma ostinatamente presente – in cui il mondo comincia e finisce ogni volta: Torino. Non perché sia l’unico, ma perché è il nostro.
Torino ti resta addosso come un profumo che non se ne va, anche quando non ci sei. È quel retrogusto testardo che ti fa dire, con aria vagamente nostalgica: «Buono sì, ma il caffè del Bicerin è un’altra storia».
Torino è anche dove riporti tutto ciò che hai raccolto: un’idea, un odore, un’abitudine che diventa rito. Ogni partenza ha la sua mole di aspettative, e ogni ritorno ha la sua Mole vera, che ti guarda rientrare con la solennità affettuosa di un’amica sincera e ti chiede: «Com’era là fuori?». Con valigie più leggere di vestiti, ma più pesanti di storie. E nel frattempo Torino, che sembra immobile, è cambiata anche lei. Perché ogni volta che torni, le restituisci un po’ di mondo.
Vorrei che anche noi, a Torino, fossimo un po’ più sticky
Torino in fondo è già una città che mastica bene l’altrove. Riconosce il cardamomo in un caffè turco, si emoziona davanti a un ramen fatto come si deve e con l’hummus ha ormai una relazione stabile e duratura. Ma ci sono tre piatti che sogno di vedere spuntare con nonchalance sotto i portici di via Po o tra i banchi del mercato di Porta Palazzo. Non per moda, ma per senso. Perché direbbero qualcosa di bello su di noi. Su chi vogliamo essere.
Prendiamo il pho vietnamita. Un brodo limpido e profondo, che sa di fuoco e abbraccio. Dentro, manciate di erbe fresche, fili sottili di carne, noodles bianchi come pensieri lunghi. È un piatto paziente, che si prende il suo tempo, e lo fa prendere anche a te.
Poi c’è il bacalhau com nata portoghese. Baccalà, panna, cipolle, patate: una coccola oceanica che sa trasformare la complessità in conforto. Un piatto che sembra dire: «Va tutto bene anche se non capisci tutto subito». Torino, con la sua anima sabauda e operaia, ci andrebbe a nozze. Anche noi sappiamo cosa vuol dire prendere ingredienti umili e farne festa. Il bacalhau sarebbe perfetto su una tavola torinese: denso, avvolgente, bianco come una carezza d’inverno. Un gratin del cuore, ma con l’accento portoghese.
E poi “qualcuno gradisce il dolce?” Io sì. E ti porto dritto a Khao San Road, Bangkok. Una città che cucina il caos con la grazia di un equilibrista. Ogni strada è una sinfonia sgangherata di fiamme, padelle, rumori e profumi che ti si incollano alla pelle, e all’anima. Da lì sono tornata irrimediabilmente dipendente dal mango sticky rice: riso glutinoso, mango maturo, salsa al cocco. Dolce, caldo, colloso al punto giusto.
Ecco, vorrei che anche noi, a Torino, fossimo un po’ più sticky. Un po’ meno “scusa se ti ho sfiorato in coda”, un po’ più “tieni, assaggia questo, è il mio preferito”. Perché di certe cose, come di certi dolci – e perché no, città – non te ne vuoi più sbarazzare.
