Per mestiere scrivo, per la pubblicità, poi scrivo anche libri, a volte testi teatrali, monologhi e articoli, tipo questo. Da un paio di anni mi dicono che il mio mestiere non esisterà più e sarò sostituita dall’AI, non nego di provare un certo sollievo, è una vita che mi ripetono che tutti sono utili e nessuno è indispensabile (di solito me lo dice qualcuno che si sentiva indispensabile), ci ho fatto il callo.
Mi dicevano anche conosci il tuo nemico e quindi questa AI ho cominciato a studiarla e a fare delle prove. Le ho proposto di scrivermi il claim per una campagna promozionale di un noto brand di prodotti per animali, ha partorito: Amore a quattro zampe. Ora, sono io maliziosa o c’è qualcosa di leggermente ambiguo? Ho riso da sola mezz’ora. l’AI no, e questo, secondo me, dice già qualcosa.
Perché l’AI, almeno per ora, non riesce davvero a essere creativa. E soprattutto non fa ridere. Credo sia perché non soffre, non ha bisogno di sdrammatizzare, non ha inciampi, non gioca mai di scarto. Non produce quel piccolo cortocircuito che trasforma una frase in qualcosa di vivo. In compenso sa essere passivo-aggressiva peggio di mia madre dopo un litigio, sempre gentile, sempre disponibile, eppure con quella capacità sottile di farti sentire che no, così non va mai bene.
Sarebbe però assurdo liquidare lo strumento come inappropriato o mediocre, stiamo assistendo a un passaggio epocale che condurrà gli scrittori a diventare operatori del linguaggio, negoziatori della scrittura.
In fondo operatori lo siamo già in quasi tutto. Guidiamo macchine che non sappiamo aggiustare: le pilotiamo in una sequenza di gesti superficiali. Usiamo dispositivi che sappiamo accendere, toccare, aggiornare, ma non costruire o spiegare nei loro meccanismi interni. Nell’art direction da decenni si fanno campagne bellissime senza saper disegnare, operando con strumenti come Photoshop o InDesign.
Lo stesso riguarderà il mio lavoro, non più “scrivo”, ma “chiedo, ottengo, aggiusto”. Prompt, risposta, rifinitura. Una cosa che è rimasta più o meno identica per millenni, ovvero testa, mano, frase, si sta trasformando in un’operazione complessa, una negoziazione, molto lontana dal puro gesto creativo. La domanda ora è un’altra: questo pezzetto l’avrà scritto ET (cioè io) o l’AI? A chi legge l’ardua sentenza.