Vi siete mai domandati dove inizi la fine? Cioè quando di preciso possiamo sentirci a tutti gli effetti degli anziani borbottoni ancorati alle nostre barbose certezze?
Io sì e mi sono anche data una risposta. La fine inizia nel momento in cui pronunciamo le tre parole “ai miei tempi” associate a un trauma infantile-adolescenziale romanticizzato dal filtro nostalgia. Per esempio “quando andavo a scuola io, se prendevo un brutto voto, mio padre mi faceva saltare i denti – pausa – eppure non sono venuto su così male”. Che poi non si capisce bene chi lo dia questo bollo di qualità, forse funziona come l’autocertificazione all’anagrafe.
Ricapitolando, se qualcuno usa la formula Ai miei tempi + trauma infantile + autoaffermazione di sanità mentale e di valore, il risultato è la mia faccia dubbiosa con sopracciglio alzatissimo mentre cerco di non dire quello che penso, ovvero: no, non sei venuto su così male, sei venuto molto peggio di male, sei venuto su una chiavica, la tua personalità è una groviera di buchi emotivi che cerchi di chiudere rassicurandoti da solo.
Vi siete mai domandati dove inizi la fine?
Non credo che ci sia mai stato un tempo d’oro dell’educazione, i figli si crescono da quando c’erano gli australopitechi in un modo solo: sbagliando. Sono però convinta che i nostri genitori sbagliavano alla grande, proprio da professionisti, sbagliavano fino a diventare comici e riconoscerlo dovrebbe essere utile a fare meglio.
Ai miei tempi, per esempio, i genitori minacciavano i figli di mandarli in un collegio svizzero, in pratica siamo la prima generazione che veniva minacciata di ricevere un’ottima formazione scolastica in un paradiso fiscale, imparando bene un paio di lingue e magari anche a suonare uno strumento. E noi ribattevamo: no mamma ti prego, niente collegio svizzero, iscrivimi a Scienze della Comunicazione, desidero un futuro di precarietà e contratti da fame parlando le lingue straniere come un Teletubbies.
Ai miei tempi il livello di consapevolezza genitoriale si spingeva al “perché ho fatto un figlio così, sono ancora in tempo a scambiarlo con quello dei vicini”.
Ai miei tempi mia madre mi diceva che se non mangiavo i pomodori i bambini in Africa sarebbero morti di fame. Poveri bambini, fate un pacchetto di tutto il mio pranzo e inviatelo subito nel Terzo Mondo, rispondevo.
Ai miei tempi noi figli dicevamo: “Non sarò mai come voi”, riferendoci ai grandi, a quelli che sembravano avere una direzione, una postura, un’idea chiara di dove stavano andando. In effetti non siamo diventati come loro e, a oggi, non ho ancora capito se sia una buona o una cattiva notizia.
