La chiusura delle scuole porta con sé l’eccitante esperienza dei saggi di fine anno. Noto con piacere che si è persa l’abitudine della recita che andava invece fortissimo quando ero bambina. Ai miei tempi le più bulle di tutte erano le maestre, ma c’è una spiegazione.
Le urla, i quaderni impiastricciati di inchiostro e petrolmerda, le teste infestate di pidocchi, le teste di legno impenetrabili a qualsivoglia spiegazione, tutta la frustrazione accumulata durante i mesi precedenti si riversava a valanga sulla recita, è lì che la maestra si vendicava.
L’alunna alta e con il seno già a sette anni faceva Maria, quello alto con la barba già a sette anni faceva Giuseppe, gli altri, tutti gli altri, si spartivano ruoli di un certo spessore quali: il muschio del presepe, la paglia, la mangiatoia e la brezza dicembrina in Palestina.
Ai nostri tempi l’amore era soprattutto reciprocità
Non andava meglio nel caso in cui il saggio prevedesse un’esibizione musicale. Solitamente avveniva che i bambini col flauto dolce suonassero sbavando sulle teste di quelli davanti dotati di maracas. I maracaibici picchiavano forte sulle teste di quelli davanti dotati di triangoli. I triangolatori erano il penultimo anello di questa catena sonora, penultimi per importanza e prestigio. Loro almeno producevano una forma di rumore riconoscibile, un tintinnio chiaro. Niente a che vedere con i suonatori di legnetti. Essi facevano un “toc” sordo, impercettibile, umiliante. Cosa fai allo spettacolo di fine anno? Io faccio toc.
Potrei riassumere così le mie prodezze artistiche. La vergogna dominava quei momenti e in generale le nostre giornate, i genitori comparivano e noi ci vergognavamo.
I padri compravano la Simca Mille verde pisello e un po’ ci vergognavamo; i nonni (mio nonno) ci mandavano a scuola con il carrellino della spesa della nonna invece dello zaino per non farci rovinare la schiena con il peso dei libri e ci vergognavamo; i genitori invece del diario di scuola nuovo cambiavano i numeri all’agenda dell’Enel (che zia lavorava lì) di due anni prima e via, che i fogli sono ancora tutti buoni e ci vergognavamo.
Non ci potevamo permettere abiti firmati e allora avevamo lo zaino Mandarancia Duck, la maglia AdiDASH, i Levis 501bis, gli anfibi dottor Mortens, gli zaini Invictus e ci vergognavamo.
Le madri ci pettinavano con violenza al motto “leghiamo i capelli perché fa ordinato e così mostri la faccia” (legare i capelli per mamma significava stringere così tanto da impedirmi la chiusura delle palpebre) e ci vergognavamo.
La cosa interessante è che anche loro, gli adulti, si vergognavano di noi e non mancavano occasione per ricordarcelo, “mi fai sempre vergognare!” dicevano in un sussurro stizzito, portandoci via per il braccio.
Ai nostri tempi l’amore era soprattutto reciprocità.
