
Intervistare Gianni Fornaresio è sempre un’occasione di confronto, la sua passione per l’arte intesa come complesso di attività interconnesse è a tratti sorprendente. Immediato, diretto, privo di quegli eccessi verbosi che spesso tocca sorbirsi, Fornaresio intende l’arte come conoscenza, anche tecnica, come un colloquio con gli artisti stessi; e in questo senso torna la disponibilità al confronto, a vedere l’arte come occasione di profondità, perfino di spiritualità. Se l’arte avesse una “missione” (ammesso debba averla), per Fornaresio dovrebbe essere la pace. Ma andiamo con ordine.
Da sempre riserva un’attenzione particolare alla meditazione, e Prem Rawat è il suo riferimento; ci spiega?
«Gli insegnamenti di P.R. non sono quelli che potrebbe dare uno psicologo: insegna a conoscere se stessi. Nella vita ci sono momenti difficili e gioiosi, l’insegnamento è che in ogni situazione non bisogna essere coinvolti più di tanto. Il modo che insegna il maestro è una pratica di meditazione, e insiste sulla possibilità di essere equilibrati e consapevoli. Farlo con costanza nella quotidianità non è semplice, diciamo che ci provo».
Il tema della pace coniuga una certa spiritualità con la “missione” dell’arte. Cosa prova quando guarda le sue opere legate a “peace is possible”?
«Le opere di “peace is possible” sono delle semplici scritte che in comune hanno la parola “amore” nei vari idiomi. Ogni idioma ha un colore. Tutto sommato sono molto semplici e l’obbiettivo è che siano anche decorative… Ognuno di noi in casa ha dei quadri e a me personalmente non piacciono i quadri “aggressivi”. Quando guardo un quadro a casa mia probabilmente non mi trasmette niente, e questo è già positivo, quando guardo le scritte “LOVE” mi ricordo che l’amore è importante, anzi che è la risposta a tutto».
Non penso che l’arte possa educare alla pace. L’arte può veicolare un messaggio positivo, ritengo che la ricerca della pace sia una questione individuale ed è per tutti
Ritiene che l’arte possa essere un mezzo adatto per diffondere un messaggio di pace?
«Ritengo che tutto quello che l’uomo fa potrebbe contenere un messaggio di pace. La musica probabilmente è lo strumento che meglio esprime questo sentimento, anche perché ci sono le parole. Nell’arte c’è più confusione, i critici cercano di interpretare il pensiero dell’artista, ma tante volte l’artista non sa neanche lui cosa vuole dire. E si ritrova a essere rappresentato secondo l’opinione di chi lo racconta. Avendo una galleria d’arte e avendo a che fare con il pubblico, la prima cosa che spesso la gente dice è “guardi che io di arte non capisco niente” perché tante volte ci si trova davanti a dei lavori incomprensibili. Ora, i messaggi di pace secondo me devono essere chiari. Una parte del mio lavoro artistico si compone di parole».
Quando perde di vista gli insegnamenti del maestro come si rialza?
«Sinceramente non mi rialzo, perché non sono mai stato completamente a terra grazie ai suoi insegnamenti».
Esiste una sorta di redenzione all’interno della filosofia di Prem Rawat?
«Sono nato a Torino, ho studiato dai preti e conosco la cultura cattolica. Per redimersi bisogna aver compiuto dei fatti gravi, e anche se sono monello non ho mai fatto niente di particolarmente grave da dovermi redimere. Per filosofia bisogna capire di che cosa stiamo parlando, questa parola è composta da due termini greci che significano “amore” e “conoscenza”. Quello che insegna Prem Rawat non è un punto di vista ma un’esperienza di amore per la conoscenza di noi stessi. Il peccato è quando noi non proviamo amore».

Secondo lei cosa all’interno della filosofia del maestro potrebbe portare a un cambiamento concreto della realtà che viviamo?
«La risposta è semplice, se avessimo amore per la conoscenza vivremmo felici. Oggi il bisogno di pace è evidente. Le guerre sono l’espressione più becera del potere, e chi ci rimette è sempre il popolo. È evidente che se i politici (che dovrebbero preoccuparsi del benessere del popolo) fossero formati, informati e promuovessero la pace, vivremmo tutti meglio. La concretezza consiste nel prendere coscienza di sé, questo porterebbe a un cambiamento. Ogni singola persona e specialmente chi governa dovrebbe riconoscere che tutti gli esseri umani sono uguali».
Il desiderio di pace dentro di lei è una sorta di vocazione religiosa?
«Non ho niente contro le religioni, le ho studiate per curiosità, specialmente quella cristiana e musulmana. Le religioni nascono nel momento in cui il maestro non c’è più: le parole che hanno detto i maestri vengono interpretate, spesso purtroppo a proprio uso e consumo».
Da Gesù Cristo quante religioni sono nate?
«Protestanti, anglicani, avventisti, metodisti e via dicendo. E questo vale anche per l’Islam, i cui principali rami sono però sciiti e sunniti. Ma “ama il tuo prossimo come te stesso” è una frase comune sia a Cristo che a Maometto».
Qual è stata l’influenza del lavoro di Prem Rawat sul suo percorso artistico?
«Ho conosciuto il messaggio di Prem Rawat a metà anni ’70, stavo prestando servizio militare. Ne ho sentito parlare da un compagno di branda che mi diede questo libricino, quando tornai in caserma ero diventato vegetariano e il colonnello mi fece mangiare in cucina, gli dissi che non volevo fare il militare e gli parlai di Prem Rawat, mi mandò all’ospedale militare e lì mi diedero una convalescenza per soffio al cuore di 90 giorni, terminato questo periodo dovetti tornare in caserma. Anche se non volevo fare il militare, facevo quello che mi dicevano. Ad agosto scappai verso Torino, ma un amico mi richiamò in caserma dicendomi che mi avevano scoperto. Arrivato trovai sottotenente e colonnello nuovi, spiegai la mia storia e furono comprensivi, mi diedero addirittura una licenza. Io chiesi di spostare la licenza per poter partecipare a un programma di Prem Rawat a Essen, in Germania, e fu la prima volta che lo vidi».

Quando si è giovani queste esperienze lasciano un segno profondo?
«La confusione nella mia testa era grande, e quando sentii parlare di pace, amore, conoscenza e uguaglianza ne fui subito attratto e volli informarmi. All’epoca c’erano delle strutture dove chi voleva sostenere questo messaggio si poteva recare. Mi mandarono a Venezia dove c’erano altri giovani che avevano lo stesso obiettivo, si chiamavano “Artisti associati”. Questi ragazzi vivevano producendo quadri e vendendoli a Venezia. Il mio primo incarico fu quello di aiuto corniciaio e io non avevo mai visto una cornice in vita mia. Ben presto mi dedicai poi alla vendita. Siccome eravamo una ventina, non tutti potevamo andare a vendere questi quadri in piazza San Marco, quindi molti di noi prendevano il treno verso altre città del nord, usando la stessa tecnica di vendita veneziana, ovvero un cavalletto, una cartella e disegni esposti sulla via, assolutamente privi di licenze e autorizzazioni. Rimasi a Venezia esattamente 13 mesi e poi tornai a Torino, il sabato e la domenica andavo in via Roma usando la stessa tecnica, e durante la settimana giravo per negozi di arredamento o corniciai cercando di vendere i quadri».
Nasce in quel periodo una certa attitudine commerciale?
«Ero un ragazzo e avevo voglia di migliorare. Girando per negozi e diventando amico dei commercianti mi fecero capire che non potevano sempre comprare le stesse cose e che dovevo interessarmi di stampe antiche e grafica moderna. Siccome giravo e vendevo tanto, divenni prima rappresentante e poi agente esclusivo dei maggiori editori di opere di grafica italiani. Parallelamente avevo cominciato a trattare anche stampe antiche che mi diedero una grande conoscenza iconografica sull’arte antica e leggendo la storia dei maggiori editori mi venne l’idea di produrre opere grafiche. Nelle mie ricerche commerciali contattai varie banche di Torino, e l’unica che mi diede la possibilità di proporre qualcosa fu Sanpaolo a Torino, che acquisiva sia opere da omaggiare ai clienti che per allestire gli uffici delle filiali. Il capo dell’ufficio tecnico era l’arch. Franco Gai, che fondamentalmente acquisiva opere grafiche, mi disse: “Fornaresio, sarebbe bello avere dei lavori di Emilio Vedova”, artista importantissimo con il quale fu inaugurato il museo di Rivoli. Io dissi gli dissi: “Architetto, ci posso provare, ma l’Istituto quante copie intende acquisire?”, e ci mettemmo d’accordo per un numero consistente che andava ad ammortizzare gran parte dei costi».
Una storia davvero incredibile se pensiamo ad oggi.
«All’epoca non c’era internet, gli artisti non figuravano neanche nell’elenco telefonico, non ricordo come ma riuscii a contattare lo studio di Emilio Vedova. Telefonai, parlai con qualcuno che non era Vedova e siccome c’era questa inaugurazione a Torino acconsentì a darmi una tiratura completa per i collezionisti torinesi. Quando andai a Venezia a ritirare questa tiratura conobbi Vedova e l’unica cosa che mi ricordo, oltre al fatto di avergli dato un bell’assegno, è che mi disse: “Quando si maneggia la grafica non si fuma!”. Avere prodotto un lavoro con Emilio Vedova mi ha aperto la strada a produrre poi tutti gli altri artisti. E difatti oggi sono considerato un “editore storico”. Per farla breve ho prodotto e collaborato con artisti molto importanti (la maggior parte ormai defunti), e ho intrapreso una carriera da artista basando il mio lavoro sulla positività. Per rispondere alla domanda dell’inizio: se non fossi andato a Venezia per seguire Prem Rawat, non avrei mai intrapreso un percorso artistico».

Peace Education Program a Torino: quali sono le iniziative, da chi è portato avanti, qual è il ruolo dello Studio Fornaresio?
«Peace Education Program (PEP) è un programma di educazione alla pace ed è portato avanti personalmente da Prem Rawat, è un programma a livello mondiale, ed è rivolto a tutti. So che attualmente stanno facendo dei programmi presso carceri e scuole. Lo studio Fornaresio non ha nessun ruolo particolare, ma in occasione della mostra “Peace is possible” sarà ospitata anche la presentazione della prima parte del programma del PEP».
In che modo l’arte (con artisti e operatori del settore) può educare alla pace?
«Non penso che l’arte possa educare alla pace. L’arte può veicolare un messaggio positivo, ritengo che la ricerca della pace sia una questione individuale ed è per tutti. Gli artisti e gli operatori (galleristi), sono persone come tutte le altre».
Quanto è sentito dai giovani professionisti del settore questo tema? Prospettive per l’arte della Torino di domani?
«Per quanto riguarda i giovani non ho molte esperienze, diversi anni fa ho conosciuto dei giovani artisti (o presunti tali) che mi hanno scioccato, avendo come dato comune la mancanza di umiltà. Non bisogna auto-proclamarsi artisti, sono gli altri che devono riconoscerlo. Al momento la mia corsa è solitaria ma mi piacerebbe collaborare con degli artisti che abbiano come tema la positività. Oggi che la comunicazione è globale, non bisogna pensare solamente a Torino ma al mondo intero».
Come vengono percepite queste iniziative da chi non conosce il PEP? A chi sono rivolte? È qualcosa di esclusivo o aperto a chiunque?
«L’iniziativa del PEP è di livello mondiale, ma Prem Rawat non può partecipare a tutto, pertanto sono stati prodotti dei video in cui è lui direttamente a spiegarne i contenuti. Le iniziative del PEP sono rivolte a tutte le persone, di ogni ceto sociale e razza. Per quanto mi riguarda è la prima volta che partecipo a questa iniziativa e non so come queste possono essere percepite. Quello che posso dire è che non è una religione e non ci sono adepti. Gli incontri non sono prediche, ma occasioni per diffondere il messaggio di Prem Rawat».

Come avverrà questa mostra? Ci sarà qualche differenza rispetto alle “solite” mostre?
«Nella mia carriera l’attività del gallerista è stata quella meno rilevante, avrò fatto 25 mostre, fondamentalmente con gli artisti che ho prodotto come editore, tra cui una delle prime, nel 1987, con Andy Warhol. In questa mostra i lavori esposti saranno i miei, dal 1989 fino ad oggi, saranno esposte le tavole di “Gocce” (la scritta amore nelle varie lingue), soggetti similerotici, combustioni e altri. Seguirà un video della prima parte del PEP, dove Prem Rawat parlerà ai partecipanti. Ovviamente il video sarà in lingua inglese accompagnato da sottotitoli o traduzioni. La capienza della galleria sarà limitata a 50 posti e per partecipare basterà semplicemente accreditarsi a info@fornaresio.com».
(foto STUDIO FORNARESIO)
