
Irene Dionisio, torinese, classe 1986. È un’artista, regista, sceneggiatrice, docente in Italia e all’estero. È stata direttrice del Lovers Film Festival. Ha esposto a New York, Shanghai, Lisbona… Il suo primo film Le ultime cose (2016) ha vinto un Nastro d’Argento ed è stato candidato a un David di Donatello. Se volete intervistarla il consiglio è farlo al telefono perché tra nuovi progetti e viaggi Torino-Roma (e ritorno) la troverete sempre molto impegnata. Ha scritto nel 2022 anche un bel libro, Lo sguardo del regista: sugli innovatori del cinema italiano; un piccolo manuale di cinema che tutti dovrebbero leggere. Abbiamo voluto parlare con lei di AI, con un approccio profondo e artistico, e con particolare attenzione alle esperienze “sul campo” di Irene.
Entriamo subito nel tema, raccontaci della tua esperienza in tema AI.
«In realtà si tratta principalmente di due progetti, più un terzo che si sta delineando adesso di cui ancora non posso dire molto.
Il mio approccio all’AI deriva dall’interesse per il tema dell’automatismo, specialmente se rapportato all’uomo e alle implicazioni in tema di “mutazione”, si apre una prospettiva un po’ da cyborg insomma, complessa ma affascinante. Non solo nella dimensione fisica, ma soprattutto intellettuale. Sono suggestioni, forse pure provocazioni, ma sappiamo benissimo che oggi l’AI non ha ciò che possiamo avere noi in termini di pensiero critico. Il tema della risorsa umana non è sostituito, ma anzi valorizzato. Oggi a noi non serve l’automatismo, serve la creatività; non ci serve la sintesi, ma la visione».
Sono suggestioni, forse pure provocazioni, ma sappiamo benissimo che oggi l’AI non ha ciò che possiamo avere noi in termini di pensiero critico
E quindi l’AI può essere uno strumento non solo verso l’esterno, ma anche verso di noi?
«Assolutamente. Se applichiamo il pensiero di McLuhan e vediamo l’AI non solo come medium, ma come il messaggio stesso: cosa ci sta dicendo? Ci sta dicendo che dobbiamo uscire dall’automatismo, che è arrivato il momento di creare altre realtà, aiutate certo dalle macchine, ma che sono pensate dagli uomini. Tutto questo richiederà enorme innovazione tecnologica e anche culturale. Quando è stata mostrata la prima sequenza cinematografica, l’arrivo del treno, a Lione, la gente era terrorizzata. Di fronte al nuovo c’è sempre una dose di paura. Ma allo stesso tempo siamo stati creati per ricercare la novità. Occorre controllo, gestione… ma non possiamo opporci alla nostra natura di ricercatori di futuro, paure incluse; fin da Frankenstein e dal Faust funziona così, e anche da prima».
Torniamo alle tue due avventure pratiche… La prima?
«Sì, eccoci, la prima è in teatro. L’arte, a dirla tutta, producendo per anni opere con AI, ha un po’ “superato” il tema. Io per esempio ho lavorato su uno spettacolo teatrale in cui l’AI a un certo punto, per una serie di incastri, diventava un personaggio vero e proprio, e dalle sue “scelte” dipendeva una parte della narrazione drammaturgica. E noi non ne controllavamo più totalmente le azioni. Oggi è una distopia sia chiaro, ma l’arte serve anche a mettere sul palco scenari di questo tipo».

L’altra esperienza?
«Al castello di Rivoli, questa prettamente “artistica”, e concentrata più sull’immagine. Anche qui la riflessione parte da me, dal mio rapporto con l’immagine, nell’arte, nel cinema… Mi sembrava importante chiedermi, in ottica AI, da dove venisse questa necessità di creare immagini. Con i film, con la serialità, con gli stilemi estetici globali (specie per l’audiovisivo) stiamo via via formattando l’immagine. Alcuni dicono che la serialità sembra scritta da ChatGPT. Provocazione? Sì, ma con qualche verità. La biodiversità pre mondo globalizzato per essere salvata va coltivata. La cultura è spesso “industrializzata”, e critiche a parte, questa situazione dovrebbe farci capire che quando parliamo di AI come di un problema, ci siamo già scordati di tutto questo, e riusciamo a farci ulteriormente distrarre da ciò che noi stessi abbiamo creato. L’opera a Rivoli si chiama “Mondo Nuovo”, volutamente ispirata al “Mondo nuovo” dipinto da Giambattista Tiepolo, con le persone di spalle (prospettiva atipica) che guardano la lanterna magica; e la lanterna proietta un’immagine esotica; lo sappiamo perché le lanterne magiche facevano proprio questo. Per noi l’immagine esotica è l’AI, che ci distrae, ma in fondo stiamo solo guardando noi stessi».
Quanto ci spaventa guardarci allo specchio, specie quando ce ne rendiamo conto?
«Sicuramente molto, non ci siamo abituati. Il momento storico attuale è fatto di cambiamenti epocali. Cambiamenti che mettono di fronte a un’evidenza importante: riappropriarci del valore vero del nostro quid umano, e farci di conseguenza le domande giuste. Domande, dubbi, risposte. Per utilizzare gli strumenti che ci siamo creati, e quindi noi stessi, nel miglior modo possibile».
Per farlo servono regole?
«Come per tante cose. Messi da parte gli isterismi, non credo sia sbagliato voler regolamentare, ma è fondamentale comunicare nel modo giusto. Sia gli aspetti positivi che quelli negativi. E non è facile comunicare bene quando le vicende diventano anche politiche».
Non possiamo non fare un passaggio specifico sul cinema…
«Oggi le AI scrivono, montano, creano trailer: succede già. Cosa differenzia un’intelligenza artificiale che lavora a un film da una umana? L’AI sintetizzerà tutto lo scibile umano, pescando dati da ovunque, e la produzione sarà magari perfetta, ma appunto “industriale”. Mentre una produzione artistica umana, pur cogliendo riferimenti, attingendo a dati, non sarà una sintesi, ma una posizione, una visione come si diceva all’inizio».
In un contesto di “ispirazione” reperibile in ogni dove, dobbiamo forse rivedere il significato del termine “autoriale”?
«È una tema di cui si parla molto. Probabilmente il diritto d’autore andrà rimodulato. Da sempre la società cambia, e le leggi cambiano con la società. È il leitmotiv del discorso: come per tutti gli altri settori sarà nostra responsabilità porci le domande giuste, tutelare, evolvere, guardare ai benefici nel modo più intelligente possibile. È equivoco, da creatori dell’AI stessa, pensare che se ne occuperà qualcun altro. Il diritto d’autore sarà ripensato, anche caso per caso, ma come dici tu queste nuove produzioni spingono a una riflessione sull’autorialità. Autorialità spesso, a mio parere, significa poter sentire una cosa come comune a tanti, ma se è comune, può essere unicamente mia o appartiene a tutti? Sono domande profonde, e lecite, non semplici da affrontare. Toccherà farlo».
Un voto da 0 a 10 alla comunicazione mediatica sul tema AI?
«Non è semplice rispondere. Non vorrei dare un voto negativo ai giornalisti, che tra l’altro sono anche inseriti in un contesto particolare che spesso “orienta”. E quindi forse direi un 6 (un po’ politico). È una questione di aspettativa: io mi aspetto da persone che dovrebbero essere competenti, dai massimi esperti nel formulare domande della nostra società, delle domande più ampie, approfondite. Per indagare e non per chiacchierare e basta. Se non ci sono le domande, il dialogo si appiattisce. E argomenti così importanti meritano dibattiti di pari valore. Dico 6 perché sono positiva e mi aspetto di più».
(foto ARCHIVIO IRENE DIONISIO)

