News

Il calcio moderno nella Torino delle arti

secondo Maurizio Crosetti

di Guido Barosio

Inverno 2023

IN UNA CITTÀ RICCA DI MOTIVI DI INTERESSE, DOVE LE FINALS E LE GRANDI MOSTRE CI RACCONTANO AL MONDO, QUALCOSA (O QUALCUNO) HA “RUBATO IL PALLONE”, COME CI SPIEGA MAURIZIO CROSETTI

Bastano pochi minuti del nostro dialogo per capire che il calcio di oggi (e forse quello di domani) non incanta Maurizio Crosetti, autore di libri che innamorano: 4 a 3 (su Italia-Germania del ’70), Quando uccisero Maradona e il recentissimo Chi ha rubato il pallone, per Baldini+Castoldi. Un fil rouge che privilegia prospettive particolari, spesso dissonanti dal coro. E il calcio moderno Maurizio l’ha messo nel mirino: «Match dal venerdì al lunedì, strapotere televisivo, ossessione per il profitto, ogni anno quattro maglie, due delle quali francamente orribili. Mentre il prezzo dei biglietti tiene lontane le famiglie dagli stadi. Questo mondo ha sacrificato il bello del calcio, e io mi chiedo in nome di che cosa»

Torinese, inviato speciale de la Repubblica, dove scrive di sport, cronaca, costume e libri. Ama raccontare gli atleti da una prospettiva che supera il dato agonistico, presentando i protagonisti attraverso la loro personalità e il contesto sociale che li circonda

Anche a Torino?

«Accade ovunque. E da noi si avverte una progressiva mancanza di amore e di passione. Fenomeno in controtendenza, perché oggi Torino piace, affascinando residenti e turisti. La nostra è la città delle arti: esposizioni, stagioni teatrali, festival, eventi culturali. Mentre il calcio appassionava quando c’era molto meno, e il pallone ci rendeva popolari, in Italia e all’estero».

I nostri riti sono cambiati?

«Certamente. Innanzitutto si è dilatata la distanza tra pubblico e calciatori, che sono delle figurine sempre più distanti, anche da noi giornalisti. Tutto è mediato, le società decidono chi parla e anche cosa viene detto. Per i tifosi è diventato più difficile persino l’accesso allo stadio. Ti ricorderai che compravamo il biglietto al bar o al botteghino; nell’ultimo quarto d’ora si aprivano i cancelli, e si poteva assistere gratis a un pezzo di partita. Non voglio certo passare per nostalgico, piuttosto constato un peggioramento delle condizioni generali».

E i più giovani come affrontano il calcio moderno?

«In uno scenario dominato dalla PlayStation, dai giochi su smartphone, drogato dai ritmi televisivi e dalla infinita offerta di match, i ragazzi si annoiano. Si è rilevato che la loro soglia di interesse non supera i 15 minuti, 90 sono troppi. Loro patiscono particolarmente un calcio che ha azzerato tutto ciò che non è mercato».

Cosa pensi dei recenti episodi di calciatori coinvolti nelle scommesse?

«C’è da riflettere. Dietro la ricchezza e l’apparente felicità si nasconde la solitudine di ventenni soli, allontanati da tutto, senza maestri di vita e non solo di football. Così per loro lo schermo dello smartphone si confonde con la realtà».

Quando è iniziato tutto questo?

«Con le prime pay-TV. Mentre l’episodio più emblematico è stato l’ultimo mondiale giocato d’inverno. E adesso ci saranno sempre più partite, coi tornei dilatati oltre ogni logica. Con più gare, più infortuni, repentini cali di forma, risultati non sempre attendibili».

Juve e Toro, come se la cavano nella città delle arti?

«Occorre recuperare terreno. I tifosi bianconeri devono riconoscersi in una dirigenza nuova, che lo scorso anno ha salvato il salvabile e si muove senza proclami. I tifosi granata devono fare pace con se stessi, questo livore violento contro la presidenza non porta da nessuna parte. Ma il calcio è un brivido che non finisce, perché racconta la nostra vita. In questa città lo sappiamo bene, ripartiamo da lì».