Mentre scriviamo sta volgendo al termine l’edizione 2026 del Festival di Cannes, dove giusto un anno fa veniva presentato in anteprima al mondo Le città di pianura, meraviglioso film italiano di Francesco Sossai che ha fatto incetta di premi ai David di Donatello 2026 (ben 7 riconoscimenti) tra cui quello di miglior film. Noi lo abbiamo adorato fin da subito e dunque eccovi la recensione di quella perla che è Le città di pianura di Francesco Sossai.
Vai con la trama! Siamo in Veneto, Carlobianchi e Doriano sono due amici, cinquantenni, poetici a modo loro, abbastanza disillusi dalla vita e soprattutto totalmente in sintonia nella ricerca dell’ultima, ovvero l’ultima bevuta prima di congedarsi da tutto (un’ultima che, manco a dirlo, per loro non sembra arrivare mai). Una sera, durante la consueta ricerca dell’ultima, conoscono Giulio (Filippo Scotti), un universitario introverso incapace di esprimere il proprio amore all’amica Giulia. I tre, per una serie di vicissitudini che non vogliamo spoilerarvi (DOVETE vedere questo film) si ritroveranno a formare un bizzarro trio, all’interno di un road movie in salsa veneta tra grappe, vino, bacari, cartine geografiche, pranzi in trattorie a bordo statale. Fino al meraviglioso finale, carico di speranza e di una poesia che pervade magnificamente tutto il film.
Le città di pianura è uno di quei film che fa ritrovare fiducia nel cinema italiano. Non perché non siamo più in grado di fare cose buone, ma perché nel lavoro di Sossai c’è davvero parecchia roba: fascino internazionale, introspezione, divertimento, citazioni già iconiche, commozione, disperazione, fratellanza cosmica… tutto immerso nella provincia veneta, un luogo capace di essere bello e brutto insieme, che suggerisce (in dialetto) che sì, può diventare una fiaba, ma servono alcol, fantasia e una dolcezza che di questi tempi latita più dei numeri 10 in Serie A. La metafora calcistica ce la mettiamo perché vorremmo che qui da noi il gioco del pallone tornasse a essere come Le città di pianura: poesia di campanile, emozione, bellezza cruda.
A questo proposito: guai a sottovalutare tecnicamente questo film che non è solo sceneggiato alla grande, ma è soprattutto girato e fotografato da rimanerne incantati (in questo senso da applausi il lavoro di Massimiliano Kuveiller e Paolo Cottignola). E poi ci sono gli attori: su tutti Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla (Carlobianchi e Doriano), semplicemente magnetici, bellissimi nella loro decadenza, invincibili nella loro poetica veneto-punk.
Le città di pianura è un film clamoroso che fortunatamente è tornato al cinema a più riprese, a dimostrazione che il pubblico italiano (ogni tanto) sa riconoscere le cose davvero belle. E noi che possiamo dirvi di più? Se lo trovate ancora in sala correte, se no guardatelo e riguardatelo a casa, per ricordarvi che il cinema e la vita possono anche essere questa cosa qua: semplici ed enormi allo stesso tempo. Voto: 9.