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Londra, Parigi, New York, Berlino

Metropolis: istruzioni per l'uso

di Guido Barosio

Speciale 30 anni

1988-2018, LA SFIDA DELLE CITTÀ NEW YORK, LONDRA, PARIGI E BERLINO: QUATTRO METROPOLI DOVE TUTTO È ACCADUTO E TUTTO PUÒ ACCADERE. TRENT’ANNI DI STORIA VISSUTI NELLE CAPITALI DEL MONDO PER CONOSCERE LE RADICI DEL FUTURO

La città più popolosa del mondo è Shanghai, con oltre 23,7 milioni di abitanti, la seconda è Karachi, in Pakistan, con 23,5 e la terza è Pechino, con 20 milioni. Sembra che la storia abbia voltato le spalle a Londra, Parigi, New York e Berlino, ma non è così e vi racconteremo il perché. «Una città è come un animale. Possiede un sistema nervoso, una testa, delle spalle e dei piedi. Ogni città differisce da tutte le altre: non ce ne sono due uguali», scriveva John Steinbeck, ed è questa la principale regola metropolitana: c’è un codice comune ma i risultati cambiano sempre. Certo, dal 1988 a oggi lo scenario è mutato radicalmente. Ancora all’inizio degli anni Novanta le big city erano portatrici di una forte identità: storica, economica, artistica, sociale, gastronomica. Si andava a New York, Londra e Parigi per imparare, conoscere, annusare un futuro ancora lontano, non solo dai centri più piccoli ma anche dalle altre città, in assoluto più provinciali.

New York, vista dall’Empire State. La città, anche di notte, non si ferma mai. Questa è la metropoli che ha vissuto i maggiori cambiamenti dal 1988, destinata a sorprendere ha sempre una sfida da cogliere

La rete non esisteva, la televisione satellitare neppure, il mezzo più veloce per trasferire documenti era il fax; le foto poi, rigorosamente analogiche, si potevano solo spedire. E il limite dei collegamenti – anche se allora non sembrava tale – era vincolante. Nelle metropoli si andava a caccia di novità negli acquisti: New York per l’elettronica e il design d’arredamento (a prezzi stracciati, col dollaro a 1.200 lire), a Londra per l’abbigliamento trendy, a Parigi per le griffe della moda e i prodotti gourmet. Lo shopping di viaggio era un rito irrinunciabile. E poi le big city erano quelle solite, solo sempre nuove, continuamente avanti. Oggi le metropoli del nuovo millennio sono altrove: in Oriente, negli Emirati, in Africa. Si manifestano come soggetti nuovi, nella maggior parte dei casi senza storia e senza radici, oppure – come Tokyo e Pechino – con radici ‘altre’, marcatamente extraeuropee. La globalizzazione è arrivata con la comunicazione.

Londra, il cuore di un impero e un immenso villaggio dove sono accorsi i sudditi dell’impero. Con i suoi 1.562 km2 è la maggiore tra le quattro big city

Quando eravamo bambini se ti chiedevano ‘cosa accadrà nel futuro?’ si rispondeva: ‘ci saranno le auto che volano’, come nei fumetti, nei libri di fantascienza o nei cartoni animati. Perché, diciamolo chiaramente, i futurologi degli anni Sessanta avevano sbagliato tutto: la vera rivoluzione sarebbe stata la rete, con Internet e i Social Media, la vera velocità sarebbe stata quella delle parole e delle immagini, non quella delle persone. Un volo tra Roma e New York dura come nel 1965, solo che prima era più comodo.

Parigi è il trionfo della bellezza, dell’art de vivre, delle cucine stellate e dei sapori del mondo. Sempre nuova pur non cambiando mai.

L’era della comunicazione ha cambiato radicalmente la percezione delle città: Google ti fa vedere il mondo, tutti dialogano con tutti e immagini, ricette, stili di vita, case, monumenti e persone si osservano anche senza muoversi. Quindi, a partire dagli anni Novanta, si è diffuso uno stile di vita metropolitano comune, dove la differenza non è tanto tra città e città, ma tra città e ciò che città non è. Oggi non solo Londra, ma anche Torino è più simile a New York che a Mombaruzzo. La distanza non conta, o conta pochissimo, ma quello che fa la differenza sono gli ipermercati, i centri commerciali, i negozi delle grandi catene, le multisala cinematografiche, i ristoranti etnici e quelli vegani. L’abbigliamento è globalizzato, scendi in qualsiasi scalo aeroportuale del mondo occidentale e non noti differenze. Anche la cucina – d’eccellenza o di rapido consumo – è a forte rischio di tipicità. Lo chef stellato francese Eric Sapet mi diceva, a proposito delle graduatorie mondiali come i 50Best: «Quando un piatto viene conosciuto in tutto il mondo, altrettanto rapidamente viene imitato e serve da stimolo per una platea immensa di chef. Così c’è il rischio che tutti comincino a fare le stesse cose». Naturalmente questi fenomeni sono più evidenti nelle metropoli nuove, cresciute e concepite durante la globalizzazione.

Berlino, da città divisa a metropoli globale della Gemania capitale d’Europa. Un luogo della storia e della memoria.

Dubai potrebbe essere ovunque, perché i suoi servizi sono garantiti da una popolazione di oltre cento nazionalità differenti. Per New York, Parigi, Londra e Berlino la storia è differente: possiamo parlare di mutazione, di omologazione anche, ma non di totale abbattimento delle differenze.

 

New York, la città che non si ferma mai

In Europa e nelle metropoli degli States, che dall’Europa sono nate, il valore differenziale resta la storia. Quella regge: quella, anche nel 2018, è un DNA incancellabile. Ci ricorda lo scrittore Suketu Mehta: «C’è la città statica e quella impressionistica, ovvero la percezione che ogni individuo turista o residente ha di una particolare città… Di ogni città esistono due diverse narrazioni: la storia ufficiale e quella non ufficiale. La storia ufficiale ha toni euforici e giubilanti. La storia non ufficiale è più sobria, ma di solito è destinata a durare». In ogni caso, la storia trasmette valori estetici, culturali e architettonici che creano un paesaggio dell’anima. Ed è qui che la vecchia big city vince sulle nuove metropoli mandando al tappeto l’avversario. New York avrà sempre l’Empire e il ponte di Brooklyn, Parigi la Tour Eiffel e Londra il Big Ben. Ma non solo: esiste un patrimonio di film, brani musicali, opere d’arte e libri che ha creato in noi un formidabile imprinting, quello che rende riconoscibile un luogo anche quando non l’abbiamo ancora cono sciuto. «Sono a New York e mi sembra di camminare in un film» è una frase ricorrente, anche se questa è la big city che maggiormente si è rinnovata negli ultimi trent’anni, per merito proprio, ma anche per la tragedia ciclopica dell’11 settembre: giù le Torri Gemelle e in alto a svettare la Freedom Tower.

Il panorama di New York dalla Freedom Tower

Lo stesso mood, il medesimo orgoglio, la metropoli ferita che mostra muscoli formidabili. Nel nostro ragionamento New York costituisce una parziale eccezione: tra le big city storiche è la più giovane e vitale, resta se stessa cambiando in continuazione. Scriveva Marco Terenzio Varrone qualche decennio prima di Cristo: «La natura divina ci ha dato la campagna, l’arte umana ha costruito le città». Probabilmente è così, ma l’uomo a un certo punto ha fatto la sua scelta e ha deciso che era meglio vivere tra i grattacieli. Questo è avvenuto nel 2010, quando, per la prima volta nella storia, la popolazione residente in città ha superato quella delle campagne e dei piccoli centri: 53% contro 47%. Nel 1900 gli abitanti delle aree urbane erano solo il 10%, mentre nel 2050, quando saremo 9 miliardi, le città ospiteranno il 75% degli esseri umani. Ma perché le metropoli sono un magnete dove ci si fa attrarre per stare stretti? La risposta è apparentemente semplice: sono il regno delle opportunità.

New York, la terrazza del Metropolitan

E poi c’è dell’altro, ci spiega ancora Mehta: «Ad essere apprezzata è la flessibilità del tempo. Mangiare quando vuoi. Andare a ballare quando vuoi. Lavorare dopo il tramonto e dormire nella stagione della mietitura. Non ci sono né sole né luna né Dio a dirti quando dormire, mangiare o lavorare. Da qualche parte c’è sempre un negozio aperto pronto a venderti quello che vuoi. Ma se ci traferiamo in città per espandere il tempo, scopriamo che invece lo spazio si contrae. In tutto il mondo è in atto una colossale rinuncia allo spazio personale». Ormai siamo una specie urbana, una specie che ha lasciato i ritmi della natura per un sogno, per un magnifico alveare non sempre governabile ma irresistibilmente attrattivo. «La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione, anzi: è l’invenzione dell’uomo» – segnala Renzo Piano, che aggiunge: «Una città non è disegnata, semplicemente si fa da sola. Basta ascoltarla, perché la città è il riflesso di tante storie». Già, il mito della città, il luogo dove non tramonta mai il sole, il palcoscenico degli eventi più audaci e più estremi, come ne ‘Le mille luci di New York’ di Jay- McInerney. Anche Erri De Luca ne resta conquistato: «È bella di notte la città. C’è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè. Ci si saluta, ci si conosce, tra quelli che campano di notte. Le persone perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione. Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede di conto di notte. Escono gli storpi, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti. È una tasca rivoltata, la notte nella città. Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno. Di notte la città è un paese civile». Ed esploriamo la sorte delle quattro storiche big city dal 1988 ad oggi, da quando, cioè, le metropoli hanno cominciato ad attrarre inesorabilmente la popolazione mondiale. Ho visto New York la prima volta nel 1992, l’ultima lo scorso anno, ed è cambiata profondamente almeno sei volte. Quando non c’era ancora Rudolph Giuliani il centro di Manhattan offriva un panorama assai diverso rispetto all’attuale.

New York, Times Square

Tutto intorno a Times Square il vizio contendeva lo spazio agli show di Broadway: peep show e musical, piccoli spacciatori e teatri, negozietti di tutto e qualche ristorante chic, malaffare e soldi a palate, in un contesto dove tutto trovava il proprio posto, di giorno come di notte, la notte più cinematografica al mondo. Turisti e viaggiatori se ne stavano tendenzialmente a Manhattan, esclusa Spanish Harlem, dove era meglio non mettere piede.

New York: lo skyline di Manhattan

A Brooklyn, nel Queens e a Staten Island ci andavi solo se avevi dei parenti e valicavi i confini del Bronx giusto per goderti una partita di baseball. Negli anni novanta il sindaco di ‘tolleranza zero’ fece piazza pulita, la delinquenza venne emarginata e sostanzialmente confinata in quartieri specifici. Da allora più nessuno ha visto uno streptease a Times Square. Dai primi anni Sessanta in avanti New York non è solo stata la capitale economica del mondo, ma anche quella delle avanguardie musicali, artistiche, letterarie e culturali in genere. Il Greenwich Village era una zona franca dove si viveva con poco, campando di feste, inaugurazioni e party lisergici; per mangiare si spendeva quasi nulla e un letto si trovava sempre. Era la New York del ‘Piano B’, riservata a coloro che avevano qualcosa da raccontare al mondo, o forse solo a se stessi: giornalisti, scrittori, artisti, docenti alla NYU e studenti. Bene, la prima iniezione letale gliela somministrò Giuliani, la definitiva liquidazione arrivò con l’invasione dei manager ventenni della city, ricchissimi e ignoranti. Stessa sorte, parallela, quella di Little Italy, ingoiata dai cinesi. Tra le nostre big city New York è quella soggetta al maggior numero di mutazioni, perché è una creatura mutante essa stessa. Con le sue torri è la Stonehenge del presente, l’archetipo e il prototipo della metropoli. Le ferite possono devastarla – come l’11 settembre – ma poi si rimarginano velocemente fino a scomparire. L’ho vista, ancora convalescente, nel marzo 2002. Le torri gemelle erano due immensi fari blu nella notte, la tristezza e la bellezza a braccetto. Manhattan ruggiva di meno, i suoi ritmi come sopiti. Ma non era paura, era un pugile che rifiata dopo un pugno duro, riaggiusta il respiro e si prepara a colpire di nuovo, più forte di prima. Oggi il visitatore trova la New York di Trump, che merita prudenza, soprattutto per il budget. Respinte l’intellighenzia e le tendenze verso Park Slope, il resto di Brooklyn e il Queens è comunque magnifica, forse meno originale e spaventosamente ricca.

La High Line a New York

Ma vale sempre il viaggio, perché la capitale del mondo resta qui, qualsiasi cosa vi raccontino gli sceicchi del Golfo. E, ogni giorno, un quinto degli abitanti di New York sono cittadini del mondo in visita. Scegliere ‘la propria città’ è un arte, e ciascuno opera secondo i propri sentimenti, come in amore. Roman Payne scriveva: «Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati».

 

Cosa vedere a New York. I consigli della redazione

Per lui. Se il vostro anchorman preferito è Jimmy Fallon non perdete il tour negli NBC Studios. Accompagnati da una giovane guida vedrete da vicino i luoghi dove vengono registrati programmi come The Tonight Show e il Saturday Night Live e chissà che non vi venga chiesto di produrre uno show tutto vostro…

Per lei. Conoscete a memoria tutte le puntate di Sex and The City? Allora cercate l’appartamento di Carrie Bradshaw per scattarvi una foto proprio lì dove attendeva la limo di Mr. Big. Attenzione, non è nell’Upper East Side come appare nella serie ma nel West Village in Perry Street.

 

Londra, il cuore di un impero

Prossima tappa, Londra. Lei è imperiale, per due volta ha dominato il mondo con Elisabetta I e la Regina Vittoria.

Nemmeno Napoleone e Hitler sono riusciti a conquistarla, e questo si vede e si vedrà per sempre. Ma, soprattutto, Londra è smisurata: 1.572 km2 contro i 789 di New York e i 105 di Parigi, semplicemente quindici volte più piccola. Il perché è presto detto: Londra è la città dei villaggi, tanti, tantissimi, tutti di case basse, belli e brutti, da scoprire o sconosciuti, villaggi di inglesi ma anche di indiani, pakistani, kenyoti, giamaicani, turchi, bengalesi, ebrei, polacchi, latini di ogni latitudine.

Londra, Piccadilly Vircus

Se al mondo ci fosse una comunità di marziani, sarebbe a Londra. E ogni villaggio va per conto suo, ha proprie regole, spesso una squadra di calcio e tradizioni gastronomiche autoctone. L’impero non c’è più? Bene, i cittadini dell’impero si sono trasferiti nella ex capitale. Come dice Jane Jacobs: «Le grandi città differiscono dalle città e dalle periferie per molti motivi, e uno di essi è che le grandi città sono, per definizione, piene di stranieri». Brexit o non Brexit conta poco, tanto Londra ha sempre assomigliato più a se stessa che all’Europa. Cos’è cambiato in questi trent’anni? Che abbiamo imparato a conoscerla per quello che è.

La Nuova City di Londra, nel 1988 tutti questi palazzi non c’erano

Fino a metà degli anni novanta i turisti si limitavano ad esplorare il centro aulico, coi suoi palazzi e i suoi musei. Il resto era un’altra cosa. Oggi se non conosci Shoreditch o Hackney, tanto per dire due nomi, ma ce ne sono tanti, sei un viaggiatore improvvisato, di quelli con la cartina in mano e gli occhi al marciapiede. Poi anche in centro sono cresciute meraviglie.

Londra vista dal lato sud del Tamigi

Il lato sud del Tamigi ancora negli anni Ottanta era il confine, la Londra ‘bella’ stava dall’altra parte. Adesso per oltre due chilometri si può percorrere la passeggiata più bella della città. Nell’ordine, tra le cose che prima non c’erano: la ruota del London Eye, la Royal Festival Hall, il Globe di Shakespeare rifatto identico, il ponte di Norman Foster, la Tate Modern, i docks rimessi a nuovo, il Borough Market e, con piccola deviazione finale, lo Shard di Renzo Piano.

Lo Shard di Renzo Piano

Semplicemente la più audace operazione di riallestimento urbano di un centro cittadino che l’Europa abbia mai visto.

 

Cosa vedere a Londra. I consigli della redazione

Per lui. Salite sullo Shard ai piani 68, 69 e 72 per una panoramic view a 360°. Noi vi consigliamo di arrivare verso il tramonto, così da fermarvi per un drink o magari una cena con vista mozzafiato sedendovi ai tavoli di uno dei ristoranti ospitati ai piani 31, 32 e 33.

Per lei. Uscite dai quartieri più affollati e arrivate fino ad Angel passando per le vie Camden Passage ed Exmouth Market: vi ritroverete tra negozietti di antiquariato, mercatini e tanti graziosi localini dove gustare un brunch o un caffè tra amiche.

 

Parigi, il trionfo dell’art de vivre

E ora Parigi. «Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall’ampiezza della sua visione e dall’altezza dei suoi sogni», scrive Herb Caen. Proprio per questo Parigi sarà sempre immensa, ben oltre i suoi confini geografici. Tra le big city prese in esame questa è, in assoluto, quella che è cambiata di meno. Certo La Défense non c’era, ma chi va a Parigi per La Défense? Quando, anche dopo il trentesimo viaggio, ci torniamo, gli approdi sono sempre quelli: il lungo Senna, da fare avanti e indietro, di qua e di la, il Marais, il quartiere latino, il Beaubourg, che ormai è un classico, i grandi boulevard, e, confessiamo, tra i parigini d’adozione chi non è salito almeno due volte sulla Tour Eiffel e a Montmartre? Insomma a Parigi si va essenzialmente per il cazzeggio, che in francese si dice flanerie.

Parigi, Tour Eiffel

Allora parliamo di una città immutabile? Di un luogo dello spirito e basta? Anche, ma c’è dell’altro. Parigi alimenta continuamente i nostri sogni e, in quel suo essere sempre la stessa, oggi rappresenta una vera novità, un valore che conforta, una bellezza che non si rinnova ma neppure sfiorisce.

Il cielo e la Senna, coreografie parigine

E poi, ancora una volta, c’è la storia. Qui tutto è iniziato prima che altrove: l’Illuminismo, la prima rivoluzione, il primo re ghigliottinato, il primo impero moderno, l’unica Belle Époque dell’umanità, l’Esistenzialismo (la gioventù alternativa vent’anni prima che altrove), la cultura multietnica (con l’approdo sicuro per i fuggitivi di mezzo mondo) e infine il ‘68, che ci fu anche da altre parti però mai così incandescente. Insomma, Parigi ha già fatto tutto e adesso, bellissima, si riposa.

La Piramide del Louvre, l’azzardo architettonico più amato di Parigi

Provate a vedere (io l’ho fatto) Parigi, New York, Londra e Berlino a poche settimane di distanza. Bene, a Parigi ci si sente sempre a casa, nella più bella casa che si possa immaginare.

Gli avveniristici edifici de La Défense

Le altre città sono tutte eccitanti, stimolanti, sempre nuove, ma l’estetica fatta panorama urbano si trova solo qui. Se poi ti viene fame Parigi vince un’altra volta. C’è il record delle stelle Michelin, ma anche la cultura del bistrot, c’è Fouchon dove ti puoi perdere e poi tutte le cucine universali, spesso più buone che a casa loro.

I ‘passages’ a Parigi

Ammoniva Italo Calvino: «D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

 

Cosa vedere a Parigi. I consigli della redazione

Per lui. Se il calcio è una delle vostre ragioni di vita e non trascurate mai un match, neanche quello dei campionati stranieri, allora non potete proprio perdere una partita del Paris Saint-Germain allo stadio Parco dei Principi.

Per lei. Assistere a un balletto in programma all’Opéra National de Paris. Il Palais Garnier di per sé vale già il biglietto e poi avrete l’occasione di ammirare dal vivo la splendida decorazione della cupola dell’Opéra dipinta da Marc Chagall.

 

Berlino, da città divisa a metropoli globale

Berlino è così: anzi è la risposta a tante domande. Qui la storia non è solo passata, ma ha inciso come una ruspa. Nel 1988 Berlino era una domanda aperta, come nel 1981, quando ci sono stato per la prima volta.

La porta di Brandeburgo era il confine più imponente tra le due Berlino

Questa era la città divisa, lo specchio contrapposto di due mondi rivali. Il suo fascino cupo non aveva uguali e, fino al 1989, il manuale del visitatore prevedeva: soggiorno all’Ovest, visto giornaliero per l’Est dove si trovava ogni attrazione culturale, ritorno alle 21.00 all’Ovest (scadeva il visto) per godersi la più movimentata (e anche trasgressiva) notte d’Europa. In mezzo ci stava un’accorta sosta per il cambio clandestino, dove un marco occidentale ne valeva dieci orientali, mentre quello ufficiale era alla pari. Mai più incontrato niente di simile sotto il cielo del vecchio continente.

Il muro di Berlino come reperto archeologico

All’Est non c’era pubblicità, l’illuminazione era fioca, ti arrivava ovunque l’odore della benzina a basso numero di ottani, le uniche auto erano le Trabant, i negozi erano pochi e senza insegna. In neanche tre anni tutto è stato spazzato via dall’unificazione, l’economia della Germania di Kohl si è mossa col piglio di un carrarmato per cancellare ogni differenza. Chi ha visitato Berlino negli anni Novanta ha visto foreste di gru, progetti materializzarsi in pochi mesi, case trasformarsi in poche settimane. Le domande hanno avuto una risposta. Ma oggi restano due nostalgie contrapposte: quella retrò per la vecchia DDR (ci sono due musei a lei dedicati) e quella, forse ancora più sorprendente, per il vecchio Ovest.

La torre della televisione, antica icona della DDR

Abbandonata nei primi anni di unificazione dalla corsa all’oro verso oriente, la parte occidentale della città sembrava non interessare più nessuno. Oggi si riscoprono piazzette eleganti e silenziose, vecchi casermoni nati moderni ma ormai non più belli, come quelli del quartiere Hansa, dove David Bowie compose ‘Heroes’. Berlino Est e Berlino Ovest restano due mondi paralleli, più vivi di quanto si possa immaginare anche se ormai fantasmi, in fondo tenacemente resistenti alla più imponente opera di trasformazione che una città abbia mai vissuto. O subito.

Berlino: monumentale isola dei musei

«La città – scrive Calvino – non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole». Perché ogni città sembra voler raccontare solo il proprio futuro, ma, sempre sottotraccia, propone una scrittura nascosta. Se non la comprendi hai fallito nel viaggio.

Giornata di sole a Berlino

Oggi come nel 1988, oggi come ai tempi della città di Uruk, la prima della storia, fondata 5.000 anni fa in Mesopotamia. Per Fabrizio Caramagna: «Le città sono come le persone. Hanno un nome che le distingue e pregi, difetti e particolarità che conferiscono loro un carattere preciso. Ma c’è sempre qualcosa che sfugge, labile e indefinibile, così da renderle sempre nuove e inaspettate ogni volta che le si rivede». Le città, come il viaggio e forse più del viaggio, restano sfidanti. In fondo trent’anni non le hanno cambiate, sono solo stati trent’anni in più.

 

Cosa vedere a Berlino. I consigli della redazione

Per lui. Non può mancare una visita alla scoperta dell’Hackescher Markt, un insieme di piccoli cortili nascosti e stradine piene di graffiti, bar e gallerie d’arte improvvisate oltre a negozi di libri e stampe particolari. L’ideale per gli amanti delle atmosfere underground.

Per lei. Passeggiare lungo il Paul Lincke Ufer. Bellissimo in estate, con salici che scendono sull’acqua, piccoli caffè vicino alla riva del fiume. Un luogo romantico e affascinante anche di sera. E poi, impossibile stare alla larga dallo shopping: non dimenticate che è la capitale dei negozi vintage!

(Foto di MARCO CARULLI, FRANCO BORRELLI e BRUNO VALERIANO)