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Le magiche luci del Nord

Il gelo, il vento, il sole e 'le fiamme del cielo'

di Guido Barosio

Autunno 2019

IL GELO, IL VENTO, IL SOLE E LE 'FIAMME DEL CIELO' METTONO IN SCENA MITI ANTICHISSIMI, CHE RIVIVONO OGNI STAGIONE. UN VIAGGIO IN NORVEGIA VERSO L'AURORA BOREALE E A STOCCOLMA, SORPRENDENTE CAPITALE DELL'ARTE

Il Nord è uno spazio segnato dalla luce: presente, assente, meravigliosamente invadente. Nei mesi più caldi il sole illumina città e paesaggi dalle cinque del mattino fino a oltre mezzanotte, a seconda delle latitudini. È il momento del risveglio, del canto e della festa. Essendo una stagione di neanche cinque mesi, ogni elemento della natura, uomo compreso, ne gode i benefici per ogni singolo minuto, coi sensi protesi e un benessere evidente e compiaciuto. I nativi invadono foreste, laghi e spazi metropolitani per riti collettivi a lungo attesi: concerti, festival, momenti conviviali. Tutto all’aperto, tutto fino a notte fonda. Da metà autunno il buio scende precipitosamente ed è subito inverno, un lungo inverno che, risalendo verso settentrione, arriva ai sette mesi. Così cambia tutto. Il sole regala poche ore di luce magica e cerulea, che si accende con fiammate rosse, viola e aranciate al momento dell’alba e del tramonto. Prima e dopo, quello che si illumina lo illumina l’uomo: un albero di Natale diffuso per città e villaggi, un presepe di lampadine che indica la strada, una ribalta ideale per favole, sogni, leggende, saghe antichissime e mai dimenticate. Al Nord le finestre sono elementi dalla doppia valenza: prive di tende servono per osservare, per catturare ogni istante di luce, ma lasciano che lo sguardo penetri all’interno. a incantato ogni anima in ogni stagione.

Questo nostro reportage è stato realizzato in stretta collaborazione con Vince Viaggi di Mario Caprioglio. Una scelta nata da un’evidente sintonia: la ricerca di un itinerario che vada oltre rispetto alle proposte classiche.

Non sono una frontiera, assolvono un ruolo di servizio illuminando la strada, di arredo urbano nella lunga notte e, nei luoghi più sperduti, indicano eventualmente un possibile soccorso. Perché in Scandinavia con la stagione invernale cambia la luce, ma anche la temperatura, con un freddo micidiale che non ammette prigionieri. Sul fiordo di Malangen, in Norvegia, che sarà una delle tappe del nostro viaggio, a luglio si superano i 20 gradi, ma a febbraio, il momento migliore per osservare l’aurora boreale, si arriva a 20 sottozero. Sono 40 gradi di differenza, il dato più eloquente per comprendere un mondo dai due volti. Ed eccoci all’elemento inconfondibile della notte artica, il più fiabesco e affascinante, ma anche il più soprannaturale e coinvolgente dal punto di vista emotivo: la northern light.

Per ogni viaggiatore è un mito, come le piramidi d’Egitto e l’Amazzonia, il Sahara e la Grande Muraglia. Ma è un mito per pochi: tutti sanno che c’è, tutti l’hanno vista in fotografia, ma quelli che possono raccontarla sono un’esigua minoranza. E per diverse ragioni: i costi (a causa delle condizioni ambientali i prezzi possono essere elevati), il meteo (quando è avverso, l’aurora non si vede), le date prescelte (se non si scelgono gennaio o febbraio, la visione è problematica), la fortuna, l’aurora è come il leone in un parco africano, si fa il possibile per incontrarlo ma puoi anche non vederlo. Occorre quindi affidarsi agli operatori migliori: quelli che sanno quando andare e dove andare, perché, ad esempio, il buio circostante è la migliore garanzia di successo. Se ci si posiziona nella parte settentrionale della penisola scandinava, lontani dai luoghi abitati, e non si incontrano giornate di maltempo, la riuscita della missione si avvicina all’80%. Quando il soggiorno è di due o più giorni il gioco è fatto. Ma cosa vedrete? Difficile raccontarlo, perché – essendo un fenomeno dissimile da ogni altro – si ricorre sempre a immagini approssimative e lontane dalla realtà: scie cangianti, nuvole colorate, lampi, bagliori. Anche le foto, bellissime, di Marco Carulli, a corredo di questo servizio, non offrono una testimonianza attendibile. La fotografia consegna l’aurora a una realtà bidimensionale, priva della profondità e anche del movimento. Resta il colore, ma non basta. Per di più, un colore cangiante e notturno, che gli obiettivi dei fotografi esaltano ma, inevitabilmente, trasformano. Insomma, l’unico modo per comprendere, emozionati, la bellezza della northern light è quello di vederla coi propri occhi, inseguendola nel cielo con lo sguardo, come si fa quando si avvista un animale nella foresta. In epoca di realtà virtuale e aumentata, in uno scenario globale dominato dalle immagini, l’aurora boreale ci riporta indietro di 5mila anni. Volendola definire tecnicamente, si tratta di un fenomeno ottico dell’atmosfera terrestre che ha origine a cento chilometri di altezza, caratterizzato da bande luminose mutevoli nel tempo e nello spazio. Il colore che la caratterizza, ed è spesso in continua evoluzione, come la sua forma, può essere azzurro, verde, aranciato, blu e, più raramente, rosso sangue. Avendo queste caratteristiche, le aurore si muovono indipendentemente dal vento e sembrano possedere vita propria. Elemento che si rafforza con il brusio, e addirittura con il suono, che le accompagna. Del tutto naturale che le antiche popolazioni scandinave le riconoscessero come spiriti del cielo, manifestazioni viventi della soprannaturale potenza della natura. Per i Sami, l’aurora boreale viene generata da scintille che la coda di una ‘volpe magica’ provoca a contatto con la neve. Nei secoli la presenza di questo fenomeno è sempre stata associata a eventi temuti – guerre, se le ‘fiamme in cielo’ erano rosse – o prodigiosi – i bambini concepiti in una notte di aurora boreale sarebbero segnati da un destino glorioso – e, invariabilmente, le ‘luci artiche’ hanno segnato il confine tra il mondo degli umani e il soprannaturale.

A noi non resta che ammirarle emozionati e stupefatti, seguendo però un’avvertenza secolare: mai alzare la voce, o peggio applaudire, durante la loro manifestazione. I ‘rumori umani’ potrebbero disturbarle, allontanarle, impedirebbero di ‘ascoltarle’. Soprattutto, però, potrebbero molestare gli spiriti che le governano, causando ira e apparizioni terrificanti. Io l’aurora boreale l’ho vista due volte. La prima è stata un miracolo. Ero a Tromsø, all’uscita del Museo Polare, alle 17 circa, quando il cielo era già d’inchiostro. Ho alzato gli occhi e lei era lì, non impo nente, ma perfettamente visibile. Col mio fotografo siamo rimasti semplicemente senza parole: sorpresi prima ancora che felici, con la reattività di un terrestre di fronte allo sbarco degli alieni. Altrettanto stupefacente la reazione dei nativi che, assolutamente indifferenti, continuavano a fare le loro cose. Ma ogni viaggiatore questo lo sa: lo straordinario non è mai tale per chi ne gode abitualmente. Il fenomeno è durato fino a notte inoltrata, con noi a inseguire la magia celeste ovunque, persino in taxi, per cercare l’angolazione migliore. Mi hanno poi spiegato che il fenomeno avviene ‘sempre’, la differenza la fanno le luci e la limpidezza del cielo. Quindi in città, o in presenza di maltempo, l’aurora si nasconde. Nella notte di Tromsø fu un regalo, dovuto probabilmente a un cielo spazzato dal vento. Il secondo avvistamento è stato quest’anno a Malangen, nel mese di febbraio. E qui il gioco si è fatto più serio. Coreograficamente disposto di fronte a un fiordo, il Malangen Resort propone cottage che sono veri e propri appartamenti: affacciati sulle acque, dispongono tutti di una bella terrazza che domina lo scenario nordico, degno di una saga vichinga. Alle spalle di questo piccolo villaggio c’è la foresta millenaria, intorno niente, niente per chilometri, tranne qualche piccola casa isolata. Il complesso è nato apposta per facilitare la visione dell’aurora boreale che, in queste condizioni, regala uno spettacolo impressionante e imponente. Ma con il massimo comfort per i viaggiatori, che godono di una cucina eccellente nell’edificio principale (breakfast nordico compreso, salmone irresistibile), sauna con vetrata panoramica sul fiordo, eventuali escursioni con cani da slitta (dov’è anche possibile condurre il mezzo), ciaspole e motoslitta. Per di più ogni appartamento è dotato di cucina, quindi attrezzatevi per una spaghettata di mezzanotte.

Guidare la slitta con i cani è una delle esperienze più affascinanti nella foresta norvegese

La natura nordica è lì, subito fuori dall’uscio. Dunque è indispensabile acquistare alla reception i supporti chiodati, da applicare agli scarponi, senza i quali si cade, sempre, è garantito. In Italia il Malangen Resort è proposto in esclusiva dall’operatore Vince Viaggi, che ogni anno si assicura gli appartamenti per un ‘viaggio dedicato’, formula che permette di contenere il prezzo nella misura ideale. In più, gli appassionati di fotografia avranno l’assistenza di Marco Carulli, fotografo dei viaggi di Torino Magazine e autore di tutte le immagini di questo reportage. Il viaggio 2020 avrà luogo dal 13 al 16 febbraio: ma occorre prenotare entro l’autunno, perché i posti sono limitatissimi. Lo scorso anno, l’aurora boreale si manifestò la prima sera, lasciando il nostro gruppo senza fiato. In pochi minuti nel cielo si presentò un balletto celeste di luce verde, inizialmente appena visibile, poi sempre più grande, fino a diventare immenso, scendendo quasi a lambire i tetti dei nostri appartamenti. I movimenti erano quelli di una danza, mutevoli e rapidi a tratti, ma anche più lenti e solenni. Sono istanti irripetibili, dove non sai davvero cosa fare. Pensi a scattare una foto e armeggi goffamente, perché quello che vorresti immortalare cambia in continuazione, per dimensioni e direzione. Dopo qualche tentativo resti a bocca spalancata e ti limiti a guardare, ammutolito. Intanto loro, i veri fotografi, si muovono come uno sciame ordinato. E, a un certo punto, si tuffano nella foresta con macchine e cavalletti, alla ricerca della cornice migliore. Certo, i Sami dicono che bisognerebbe stare zitti, ma come fai? Loro l’aurora la vedono sempre, tu invece reagisci come un bambino di fronte a un grande pacco nella notte di Natale. Ma quest’anno (visto che ci tornerò e spero di avervi con me) ho deciso: voglio allontanarmi e vederla in silenzio.

Sul fiordo di Malangen la luce cambia a ogni ora

È da allora che ci penso: questo è un fenomeno spirituale prima ancora che naturalistico, va accolto nella propria intimità, va tentato un dialogo attraverso lo sguardo, un contatto raro con qualcosa di soprannaturale e irripetibile.

Il fiordo di Malangen con gli appartamenti sede della nostra spedizione

Perché non c’è mai un’aurora uguale all’altra, e anche tu, dopo l’incontro, non sarai esattamente più quello di prima. E ora torniamo al Nord dai due volti, alle dimensioni contrastanti di una terra posta dove sole e freddo si alternano giocando col clima e coi sentimenti. Quei 40 gradi di differenza, quella luce che mette in scena giornate infinite per poi puntualmente ridurle a poche ore, a ogni inverno, a ogni pagina sfogliata dall’arrivo dei primi freddi, rimpiccioliscono il potere dell’uomo lo restituiscono al ruolo di comparsa in uno scenario più grande di lui. Ed è proprio per questo che al Nord saghe, fiabe e leggende non sono confinate nei libri, non si limitano a esercitare il loro potere sui bambini, ma si intrecciano con la natura sovrana, dettando regole che a Roma, Torino o New York non appartengono alle opzioni praticabili. Anche nelle città è così, perché di città se ne vedono sempre almeno due: quella del ghiaccio e quella del sole. Sono stato a Stoccolma per la prima volta a dicembre di qualche anno fa. Il vento gelido mi prendeva a schiaffi a ogni angolo svoltato, il sole lo avrò visto, forse, un paio di volte in tutta la settimana. Il bianco della neve rendeva la scena omogenea, una scena incantata, dalle luci ben distribuite come in un palcoscenico, la dimensione marittima della città – installata su 14 isole – non era in nessuna maniera avvertibile, col ghiaccio a coprire, omogeneo, il lago Mälaren mentre si unisce al Mar Baltico. I palazzi, le torri, le case medioevali delle strette vie di Gamla Stan andavano a comporre uno scenario da fiaba nordica, appena aggiornato da apparizioni contemporanee – auto, lampioni, vetrine… – che sembravano quasi fuori posto, comunque incapaci di correggere l’immagine complessiva.

La città vecchia di Stoccolma vista da Fotografiska

A Stoccolma sono tornato quest’estate e ho visto un altro posto. Ma proprio ‘un altro’, talmente diverso da dubitare dell’esattezza del volo. L’acqua – di un blu acceso, quasi irreale – circondava le isole proponendo una dimensione dominata dal mare e dalle sue luci riflesse. Il contrasto cromatico più abbagliante era quello che si veniva a creare col verde dei tanti parchi (in inverno assoluta mente invisibili) che decorano ogni isola. Parchi vissuti, amati, abitati, parchi che incoronano musei, parchi che confinano direttamente col mare diventando approdi per centinaia di traghetti. Qua e là, navi più grandi, persino velieri. Stoccolma in estate è sempre una fiaba, ma cambia latitudine: in maniche di camicia – con 25 gradi e persino 30 – hai l’impressione di essere in un porto veneziano o bizantino. Anche la popolazione sembra sia stata completamente sostituita: i freddolosi, e frettolosi, residenti della dimensione invernale sono scomparsi, al loro posto gaudenti e biondissimi edonisti in preda a un’ebbrezza solare contagiosa. Ed è forse osservando quest’evidente euforia che si comprende la magia di un mondo rovesciato a ogni cambio di stagione. Solo chi passa lunghi mesi al buio, facendo i conti col micidiale sottozero, può aprirsi con tanta gioia a una natura di eclatante bellezza musicale. E adesso vi sottopongo le eccellenze di Stoccolma, quelle che ci sono tutto l’anno. Fatte per essere fruibili, sostanzialmente allo stesso modo, durante il gelido inverno o nella spettacolare estate scandinava. La ricchezza culturale della capitale svedese affascina, e più ancora impressiona la varietà delle proposte. Fotografiska è semplicemente uno degli spazi dedicati alla fotografia migliori al mondo, se non il migliore in assoluto. Realizzato nel 2010 con il magnifico recupero di una stazione mercantile in mattoni rossi, una volta utilizzata come dogana, si affaccia sul mare con la città vecchia a fare da sfondo. Gli spazi museali coprono una superficie di 2500 metri quadrati e ospitano 25 mostre per anno, mentre i visitatori, nel 2018, sono stati oltre 500mila. Il livello delle esposizioni è straordinario, nessun grande nome è sfuggito all’appello: David LaChapelle, Annie Leibovitz e Nick Brandt, tra i tanti. Gli allestimenti sono semplici e di grande impatto, tutti giocati sull’illuminazione che esalta le opere, spesso di grandissimo formato. Al piano superiore si trovano, affacciati sulla grande vetrata verso il mare, un cocktail bar e un ristorante – tra i migliori della capitale – dove i sapori vanno in stretta armonia coi colori.

Le esposizioni attualmente in programma sono dedicate a Jimmy Nelson, grande reporter impegnato a raccontare popolazioni remote (‘Homage to Humanity’, fino al 1° dicembre), Saga Wendotte, uno sguardo inconsueto e fiabesco sul mondo dell’infanzia (‘In Between Realities’, fino al 17 novembre), Lu Yang, che ci rivela con ironia il mondo delle filosofie orientali (‘Delusional Mandala’, fino al 24 novembre), Christian Houge, con i suoi provocatori montaggi dedicati al mondo che va in fiamme (‘Residence of Impermanence’, fino al 24 novembre), e – una spanna sopra tutti – il grande maestro Sebastião Salgado, con la formidabile serie d’immagini colte nella miniera d’oro brasiliana di Serra Pelada (‘Gold’, fino al 17 novembre). Calcolate almeno due ore per un’immersione nella fotografia del mondo, unica e ammaliante. Se volete provare il ristorante prenotate con ampio anticipo, i tavoli sono richiestissimi. Volete giocare con la storia? Volete familiarizzare con la più leggendaria popolazione scandinava? Quella che ricordiamo tutti perché presente ovunque, da Topolino ai film epici, fino alla popolarissima serie TV. Il The Viking Museum, affacciato sulle acque del Baltico – dove una volta salpavano i drakkar e oggi ormeggiano gli yacht – è uno spazio interattivo con i protagonisti dell’epopea che prendono vita attraverso animazioni di gusto teatrale, ologrammi, diorama curatissimi, c’è anche un trenino che vi trasporta all’interno di una saga in tutte le lingue conosciute, compresa la vostra. Il contesto storico e scientifico resta dietro le quinte, prevale l’aspetto ludico. Ma non siamo in un parco giochi e ogni dettaglio è curato con attenzione. Si esce divertiti, ma avendo comunque imparato qualcosa, che non è poco. A pochi passi dal museo vichingo si trova la più celebre attrazione nazionale, visitata ogni anno da un milione e 500mila visitatori. Era il 10 agosto del 1628 quando il Vasa, la più maestosa nave mai realizzata dal potente regno di Svezia, lasciò il porto di Stoccolma. Il vascello – lungo 62 metri, alto come un edificio di 12 piani, con una stazza di 1200 tonnellate – percorse neanche un chilometro e si inabissò.

Stoccolma, Sergels Torg

Sulle cause dell’imbarazzante disastro si discute ancora oggi:troppo pesante e scarsamente manovrabile? Un imprevedibile allagamento della parte inferiore? Una modesta ma azzardata manovra? Una cosa è certa: la nave rimase sott’acqua fino al 24 aprile del 1961, quando, dopo anni di lavoro, venne riportata in superfice. Oggi il relitto è una meraviglia che lascia a occhi spalancati, l’unico vascello del XVII secolo integro al 98%, sostanzialmente un gigantesco fantasma che possiamo ammirare nel museo creato apposta per contenerlo. L’edificio avvolge il veliero e, grazie a un ardito sistema di scale, permette di osservarlo da ogni prospettiva. Nelle sale che circondano le balconate sono esposti migliaia di oggetti recuperati dal mare. Non perdetevi una delle numerose visite guidate – ce ne sono anche in italiano – perché permettono di individuare dettagli altrimenti impossibili da cogliere. Sempre nell’isola di Djurgården si cambia radicalmente registro per tuffarsi nella storia del rock, visitando il più allegro e nostalgico museo della città, quello dedicato agli ABBA, mito nazionale e non solo. L’ingresso non è esattamente economico (circa 20 euro), ma questa è un’esperienza da non perdere, sia per i fan dell’ultima ora (i due ‘Mama Mia!’ sono un blockbuster internazionale), sia per coloro che a 13 anni avrebbero voluto sposare Agnetha, la mitica bionda del gruppo. Mi aspettavo una sorta di Hard Rock Cafe dilatato: qualche copertina degli album, un paio di chi- 180 tarre, i video più celebri e poco più. Invece, ABBA the Museum va molto oltre, è un viaggio nella memoria. Ci sono le storie dei protagonisti narrate in parallelo alle vicende nazionali e internazionali, poi c’è l’epopea di una formazione musicale che ha conquistato il mondo, seconda per popolarità solo ai Beatles, una band che ha venduto 380 milioni di album. Ogni spazio è curatissimo, con oggetti, ricostruzioni ambientali, centinaia di filmati, i costumi che hanno fatto epoca, migliaia di foto, mentre le canzoni vi accompagnano ovunque attraverso le vostre cuffiette.

I più esperti potranno remixare i brani più celebri e riascoltarli. I più arditi potranno salire sul palco e cantare con gli ologrammi del gruppo, mai visto niente di simile. All’uscita c’è un fornitissimo shop da leccarsi i baffi. Volete un consiglio? Fuggite via come lepri. Altrimenti farete come me e moltiplicherete – colpevoli – il costo del biglietto d’ingresso. Chi ama l’arte contemporanea deve mettere in programma almeno mezza giornata per visitare il Moderna Museet, grande e spaziosa istituzione inaugurata nel 1988 sull’isola di Skeppsholmen. Nei suoi 5mila metri quadrati, il Moderna ospita una collezione permanente che è un manuale di storia dell’arte degli ultimi cento anni: Picasso, Dalí, De Chirico, Giacometti, Matisse, Duchamp, Saint Phalle, Rauschenberg… Numerose le esposizioni, sempre almeno tre in parallelo, che esplorano le correnti dell’arte contemporanea di ogni continente. Ma non è solo la levatura culturale a sorprendere e coinvolgere, al Moderna Museet colpiscono gli allestimenti, fatti per accogliere e includere: divani affacciati sul giardino e biblioteche aperte al pubblico, punti di ristoro, grandi tavoli dove leggere.

E, a proposito di lettura, lasciate le rive del Baltico e immergetevi nella splendida sala ellittica della Public Library, completata nel 1926 dall’architetto modernista Erik Gunnar Asplund. È un tempio per i libri, coi volumi che vi circondano come una costellazione fatta di pagine e parole. Ultima annotazione per la galleria d’arte diffusa più lunga del mondo: la metropolitana di Stoccolma, che ospita 150 artisti attraverso 110 chilometri di percorso. Non è un progetto nato tutto insieme, ma sono presenti opere e affreschi che attraversano 70 anni di stili e correnti. Le due fermate più emozionanti? Solna Centrum, col soffitto e le pareti incendiate di un rosso che sembra lava, e TCentralen, la sua antitesi, di un blu fiabesco che rimanda ai cieli e ai mari del Nord. Stoccolma è una città fatta per vivere l’arte e la storia nei suoi due universi paralleli, gemelli differenti per clima e colori. Ma questa è anche la città con 86 musei per 900mila abitanti, un gioiello che ci arricchisce la mente dopo che la natura ha incantato ogni anima in ogni stagione.

(Foto di GUIDO BAROSIO e MARCO CARULLI)