Maita Sartori è la presidente del Comitato cittadino della Croce Rossa Italiana. Medico, specializzata in ginecologia, ha studiato a Torino; volontaria in CRI da decenni, ha partecipato a missioni di aiuto ai più deboli in diverse parti del mondo ed è stata eletta alla presidenza negli stessi giorni in cui si affacciava, con tutta la sua crucialità, il COVID-19. Maita, insieme a tutti i volontari, è l’erede contemporanea dello svizzero Jean Henri Dunant, che maturò l’idea di creare una squadra di operatori la cui opera potesse dare un apporto fondamentale, senza distinzione di bandiere, alla sanità militare: la Croce Rossa. Dal Convegno di Ginevra del 1863 nacquero le società nazionali di Croce Rossa, la quinta a formarsi fu quella italiana. Nella prima Conferenza diplomatica di Ginevra, chiusasi con la firma della Prima Convenzione di Ginevra nel 1864, fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario. Oggi la Croce Rossa è un ente internazionale riconosciuto e stimato. Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontarietà, Unità, Universalità sono i sette principi che, come pilastri, sostengono il suo agire.

Questa, in massima sintesi, la storia della Croce Rossa. Cosa resta e permane dalla fondazione oggi?
«La Croce Rossa vive degli stessi principi, oggi come ieri, in ogni azione. L’Umanità, il primo principio, muove i nostri gesti in tutti gli scenari in cui operiamo: la strada e i dormitori per assistere le persone senza dimora, gli ospedali per alleviare le sofferenze di bambini e adulti, le case di riposo per portare serenità agli anziani, le ambulanze per soccorrere in emergenza».
La sua Croce Rossa Italiana ideale come sarebbe?
«Vorrei che fosse una Croce Rossa a porte aperte. Vogliamo essere e siamo presenti sul territorio cittadino nei luoghi di fragilità e sofferenza, guidati dai nostri principi. Vorremmo che i cittadini venissero nel nostro Comitato di via Bologna 171 a vedere, studiare, aiutare, ma anche a chiedere aiuto, accoglienza, sostegno. Una CRI senza muri o confini, alleata con le istituzioni cittadine nel quotidiano e nelle crisi».
Essere in prima linea significa saper reagire con celerità, attribuendo la giusta attenzione alle persone e alle situazioni. Lo facevamo prima della pandemia e adesso ancora di più
Su quali progetti, idee e, perché no, sogni si svilupperà il suo incarico di presidente?
«La CRI per la quale mi impegno è presente nella nostra città forte della sua storia, mossa dall’esperienza dei volontari attivi da molto tempo e dall’entusiasmo dei giovani. Lavoro affinché, partendo dalla fragilità e dall’emergenza, la CRI valorizzi e sostenga risorse e potenzialità presenti nelle persone in difficoltà, accompagnandole nel percorso di emancipazione. Lavoro per essere nelle scuole e presentare i nostri principi ai giovani, promuovere il rispetto dei diritti umani e delle diversità. Mi impegno affinché la nostra storia sia disponibile a tutti nella nostra città, con l’idea di un museo o una mostra permanente. Sogno il nostro Comitato pieno di volontari e delle loro famiglie, che si incontrano e si raccontano. Sogno che il volontario Mahmoud, nominato Cavaliere della Repubblica italiana dal Presidente Sergio Mattarella per averci donato mille mascherine, e il volontario arrivato dalla Costa d’Avorio, dopo un viaggio durato anni attraverso deserto e mare, raccontino le loro storie di rinascita, realizzatesi grazie alla loro tenacia e alla vicinanza con la Croce Rossa. Ma sogno anche che Maria – nome di fantasia – vittima di violenza, diventi promotrice di attività per la prevenzione e il sostegno delle vittime di abusi e sopraffazioni. Infine sogno che il suono della sirena evochi un senso di sicurezza, sapendo che sulle ambulanze ci sono i soccorritori esperti della Croce Rossa».

C’è un luogo in città che sente particolarmente suo, che ha qualcosa in cui si riconosce?
«Più di uno, ho l’imbarazzo della scelta. In particolare gli angoli di piazza Vittorio Veneto. Un po’ perché ci vado per la colazione o una cena con amici, e da lì posso vedere la collina, la Gran Madre, il Monte dei Cappuccini e il Po. Poi perché, da quella prospettiva, vedo tutta la piazza in grandangolo con la Mole che spunta dai tetti, e i ricordi di quando ero una studentessa universitaria, e pensavo al mio futuro, affiorano con dolcezza».
Cosa l’ha spinta a diventare un medico?
«Sono una vittima della divulgazione scientifica. I libri sul corpo umano di Piero Angela mi hanno fatto scoprire un mondo, inoltre mi piaceva studiare, riuscivo bene e con le borse di studio e l’aiuto della mia famiglia ho scelto di specializzarmi in ginecologia e ostetricia: la salute delle donne mi stava a cuore più di ogni cosa. Così ho proseguito su quella strada, ho sposato un medico, ho fatto tre figli, tutti maschi e, non paga, ho partecipato come volontaria a diverse missioni umanitarie: in America Latina, in Africa e nel Canale di Sicilia sulle navi della Marina Militare. Nella notte di Natale del 2014, su una di quelle navi, ho assistito alla nascita di un bambino. L’evento venne ricordato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel discorso di fine anno, quando ringraziò tutti i volontari per il loro impegno. La vita, le scelte, gli studi mi avevano portato nel posto giusto al momento giusto».

Cosa significa essere in prima linea di fronte alle emergenze?
«Essere in prima linea significa saper reagire con celerità, attribuendo la giusta attenzione alle persone e alle situazioni. Lo facevamo prima della pandemia e adesso ancora di più. Lavorando duramente, senza tregua, ma tengo a sottolineare che, oltre al nostro impegno come Croce Rossa, c’è stato un grande aiuto da parte dei cittadini. Li abbiamo sentiti vicini, amici, e la loro generosità ci ha consentito di ricevere un supporto sia materiale che umano. Molte persone hanno fatto delle donazioni, dalle piccole alle grandi, con un senso di partecipazione e di solidarietà davvero encomiabile».
So che tiene molto a segnalare le molteplici attività di formazione che svolge la CRI…
«Le opportunità formative offerte dalla Croce Rossa sono davvero tantissime, ma credo non siano così conosciute dalla collettività. Iniziamo con quelle legate ai volontari: abbiamo ripreso da poco la formazione per aspiranti volontari CRI. È una formazione multidisciplinare che, dopo il superamento di un esame, porta a divenire volontario effettivo. Il percorso comprende la conoscenza della storia del nostro ente, il diritto internazionale umanitario, il primo soccorso, la valutazione degli scenari, ferite, ustioni, emorragie, traumi di vario tipo, insomma una preparazione ad ampio spettro sia teorica che pratica. A questo si aggiungono i corsi di specializzazione per attività di assistenza sanitaria in emergenza (volontari 118) e attività in ambito sociale. Tra le più gradite risultano il truccabimbi e il corso da operatore sociale generico. Ogni anno siamo presenti nelle scuole con le attività di Educazione Sanitaria, la promozione di stili di vita sani, la donazione di sangue e del midollo, la prevenzione degli incidenti stradali e delle malattie sessualmente trasmesse. Numerose aziende e associazioni chiedono il nostro intervento per la formazione sulle manovre di primo soccorso e l’utilizzo del defibrillatore, in alcuni casi interveniamo per istruire sulle manovre salvavita pediatriche. Quest’anno sono stati previsti degli incontri con gli studenti di Medicina per illustrare l’esperienza acquisita durante la pandemia, il COVID-19, nell’utilizzo dei dispositivi di sicurezza e sanificazione delle ambulanze, per prevenire il contagio e rendere sicuri i nostri interventi. Da ultimo, come ogni anno, la CRI apre le iscrizioni per diventare infermiera volontaria: un corso biennale che permette di acquisire competenze e tecniche necessarie a svolgere le funzioni connesse all’assistenza infermieristica, specie in ambito d’emergenza. Le Crocerossine sono infatti impiegate sia in ambito di crisi nazionale e internazionale sia in contesti di calamità naturali».
(Foto di FRANCO BORRELLI)
