News

Marco Ceresa

Gira il mondo ma torna sempre a Torino

Estate 2022

LA STORIA DI MARCO CERESA POTREBBE ESSERE RACCHIUSA IN UN LIBRO ECLETTICO, IN CUI CONVIVONO ROMANZO, AVVENTURA, CUCINA E ANCHE UN PO' DI POESIA. POESIA CHE VIENE DAL PIEMONTE, QUINDI NON DI TROPPE PAROLE, MA CHE VA DRITTA AL PUNTO. NEL SUO PASSATO, UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI AZIENDE AUTOMOTIVE DI TORINO E NON SOLO, IL BRASILE E TANTO ALTRO. OGGI, UN PICCOLO IMPERO DI RISTORANTI DI QUALITÀ. CERTI AMORI NON FINISCONO, FANNO DEI GIRI IMMENSI E POI RITORNANO...SEMPRE A TORINO

È venuto a trovarci in redazione Marco Ceresa. Ci doveva una chiacchierata, e un caldo giovedì pomeriggio ci è sembrato il momento ideale per concordare l’appuntamento. Noi con Marco ci siamo conosciuti grazie al tema food, che per lui è il tema di oggi, di ieri ma non dell’altro ieri. Abbiamo intrapreso un po’ un percorso al contrario: siamo partiti dalla ristorazione per giungere alla precedente vita di Marco, un luogo nel quale prima delle pizze c’erano le lamiere, per dirne una.

Durante l’intervista - Marco Ceresa

Durante l’intervista

E dovendo iniziare da qualche parte, partirei, come diceva un saggio, dall’inizio…

«Storicamente la mia famiglia arriva dall’automotive. Nel 1951 mio padre Aurelio e mio zio Emilio creavano la ITCA, l’impresa di carrozzeria più grande del Piemonte, un colosso leader nello stampaggio per i pezzi delle automobili, per tanti anni il primo fornitore della FIAT. Avevamo più di 3mila dipendenti e nel bene e nel male il nostro percorso dipendeva da quella che oggi è FCA. Fu la FIAT a portarmi in Brasile, uno dei grandi vertici dell’espansione da Torino verso il mondo; e qui conobbi Alex (Atala, NDR), chef del D.O.M., probabilmente oggi il cuoco brasiliano più famoso al mondo, una testa matta ma anche un fenomeno. Io e Alex diventammo amici in poco tempo e un giorno, dopo un bel pranzo, gli proposi di diventare suo socio. In realtà io ci avevo già pensato, sapevo che con i suoi soci del momento le cose non andavano benissimo e io personalmente volevo cambiare rotta. Dopo un anno, Alex mi chiamò e mi chiese se la proposta fosse ancora valida, per me lo era e così diventammo soci».

Ma perché proprio in questo mondo?

«La risposta è quasi banale ma perché in fondo è sia semplice che sincera: io amo mangiare e bere. Mi piace scoprire, assaggiare, anche giudicare i prodotti che mi vengono proposti. Mi piace ricercare e il Brasile sotto questo punto di vista ha un patrimonio incredibile perché diviso in tanti stati, ognuno con le proprie peculiarità enogastronomiche. Detto questo, sia chiaro, io non cucino, e penso che un gourmand debba stare a tavola e non dietro ai fornelli. Deve essere critico e non influenzabile da quella parte del mondo food. Lo chef regna in cucina, e il più delle volte necessita di figure di gestione, specie in campo economico e organizzativo. Io e Alex ci siamo tolti insieme enormi soddisfazioni, ci siamo piazzati al quarto posto nella classifica World’s 50 Best Restaurants stilata da S.Pellegrino. Quarti al mondo, era veramente un bel traguardo. Lì ho capito che quella passione sarebbe potuta diventare anche un mestiere, e quando sono tornato a Torino ho deciso di proseguire su questa strada».

Ristorante Crocetta e Il Gramsci

Ristorante Crocetta e Il Gramsci

Ma c’era anche altro da fare…

«Sì, c’è sempre stato altro da fare. Vuoi per il grande lavoro che la ITCA ci ha sempre dato fino all’acquisizione da parte di FIAT, e anche dopo in realtà…Mettici le varie iniziative, le palestre aperte, la latteria di famiglia che oggi ho lasciato ai miei nipoti…Insomma non mi è mai piaciuto stare fermo, anche adesso che gli anni avanzano non ho mai pensato alla pensione. Non credo potrei, non ci sono tagliato Sono stato molto fortunato in questa vita, fortuna che credo derivi dall’applicazione degli insegnamenti di mio padre, dall’umiltà e dal rigore che mi ha trasmesso. Mi sono cercato gli affari e mi sono cercato le grane, e ho sempre cercato di affrontare entrambi a testa alta e nel migliore dei modi. Sai, la soddisfazione più grande, più dei risultati, è incrociare dipendenti di un tempo, persone incontrate nel viaggio e ricevere tuttora grandi attestati di stima, abbracci, due parole. Quando abbiamo lasciato la ITCA in mano alla FIAT, nonostante non sia stata una vicenda semplice, lo abbiamo fatto con serietà e perseguendo la massima tutela dei nostri lavoratori, infatti ognuno ha poi conservato o, per scelta, lasciato il proprio posto. Addirittura molti ci hanno detto: “Guardate, noi andiamo via perché non ci siete più tu e Walter”, mio fratello. Forse quella è la più grande ricompensa di tanto impegno».

Comunque vada in questa storia, alla fine, però, si torna a Torino. Non un posto qualunque…

«Sì, si torna sempre a Torino. Tra l’altro, dopo che con Alex avevamo aperto un po’ di cose insieme, di comune accordo abbiamo deciso di separarci e ognuno ha preso la sua via. Torino non è mai stata e non sarà mai un luogo casuale per me. Io sono innamorato di Torino, a volte non l’ho sopportata ma, per farti un esempio, non mi ha mai sfiorato l’idea di restare in Brasile, anche se continuo ad avere interessi lì. Nonostante fosse un posto bellissimo e tra l’altro pieno di opportunità di business, specie anni fa, io volevo Torino, perché è meravigliosa, vivibile, a misura d’uomo. Perché in un attimo sono in bici sulle colline e perché al cuor non si comanda. Dopo un paio di iniziative ho deciso che quel mio vecchio amore, la ristorazione, sarebbe stata la via da percorrere anche qui. Ho iniziato in piazza Vittorio con un locale che si chiamava A Tavola, poi con il primo Ruràl in via San Dalmazzo, insieme a Paolo Damilano, poi spostato in via Mantova dove è oggi. Dopo abbiamo acquisito, con il gruppo che stava nascendo (Paolo non c’era già più), il Libery in via Legnano, che funzionava già egregiamente. Successivamente, in tempi anche abbastanza rapidi, abbiamo preso il Gramsci, che abbiamo interamente ristrutturato, e da ultimo uno storico locale torinese, il Ristorante Crocetta, con cui c’è anche un rapporto emotivo».

Torino non è mai stata e non sarà mai un luogo casuale per me. Io sono innamorato di Torino

Ecco, a fianco ai conti e alla gestione c’è sempre anche un lato emotivo, come detto.

«È naturale, amando questo mondo uno non può prescindere dai propri sentimenti. Il Crocetta, per esempio, è una macchina rodata che funziona da tempo, una bella storia di famiglia da cui tra l’altro è uscito un prodigio della cucina: Alessandro (lo chef Mecca, NDR), con cui abbiamo condiviso diverse avventure, poi lui ha girato grandi ristoranti e ha pure ottenuto da sé una Stella Michelin. Io sono entrato nella proprietà perché ci tengo, ci sono affezionato, specie per la grande amicizia che mi lega a Giovanna e Donato. Quando eravamo migliaia in ITCA, il mio approccio nei confronti dei collaboratori era il medesimo, non è cambiato di una virgola. Se c’è un problema, lo risolviamo assieme, se esiste una complessità, sono qui per ascoltare. Un atteggiamento sicuramente impegnativo ma che negli anni mi ha ripagato con rapporti magnifici, persone splendide e di fiducia su cui posso assolutamente contare: dal dottor Ruggeri e Paolo Neri in ufficio, agli operativi Pamela, Roberta, Laura e Julina. Il mio tentativo è stato quello di responsabilizzare molti di loro in primis con il coinvolgimento attivo e poi con una piccola quota del gruppo, così che tutti si sentano almeno in percentuale parte dell’intero sistema. Il team è veramente fondamentale, in ogni ambito».

Marco Ceresa intervista

Il team è imprescindibile sì, un aspetto su cui investire. Torino ha una gara da correre e molti aspetti in cui migliorare. In apertura di rivista abbiamo raccontato diverse anime della città rapportandole ad altri luoghi del mondo. Cosa dovrebbe prendere Torino dal mondo, e cosa potrebbe portare in dote?

«Me lo ripeteva il mio socio al D.O.M, in Brasile, quasi ogni giorno: noi torinesi abbiamo l’organizzazione. Una cultura del lavoro organizzato, scandito, preciso… che loro, per esempio, non hanno. Se Torino esportasse qualcosa sarebbero competenza e serietà dei propri lavoratori, un aspetto tra l’altro che si potrebbe far rendere ancora di più. Dal mondo bisognerebbe accogliere un po’ di turismo spendente, di quello che viene, compra, vive e soprattutto torna a casa per raccontare quanto è bella Torino, e quanto non se l’aspettasse così. Perché è proprio in questo modo che vanno le cose. Questa è una piccola Parigi, con la testa durissima, come chi la abita, che deve trovare la forza per farsi scoprire e riscoprirsi».

 

(Foto MARCO CARULLI e FRANCO BORRELLI)