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Mauro Salizzoni

Tremila trapianti nella sua Torino

di Guido Barosio

Primavera 2018

PER MIGLIAIA DI PAZIENTI HA RAPPRESENTATO IL VOLTO DELLA SALVEZZA. 70 ANNI E 44 DEDICATI A UNA DISCIPLINA CHE DEVE MOLTO ALLA SUA TENACIA E ALLE SUE INTUIZIONI, RISULTATI E STATISTICHE CHE LO COLLOCANO NELL’ECCELLENZA DELLA CHIRURGIA MONDIALE, UN NUMERO INCALCOLABILE DI ORE IN SALA OPERATORIA

Nel mondo della chirurgia, la sua è una leggenda: ha portato in città un centro d’eccellenza tra i primi cinque del mondo e, in 27 anni di attività, la sua équipe ha eseguito 3095 trapianti di fegato, nella stragrande maggioranza dei casi con esiti ottimali. Vite salvate grazie alla generosità dei donatori e a un lavoro di squadra rodato come un meccanismo a orologeria. E ora la svolta che cambierà gli orizzonti. Ma, per Mauro Salizzoni, questo non è solo l’anno della pensione: piuttosto, è quello della ripartenza. Per chi, come lui, è abituato a correre in salita, guardare avanti viene naturale, e le sfide non mancano mai. In montagna, in corsia o dietro a una scrivania, quello che conta è il risultato, come il giorno del primo trapianto.

Lei ha vissuto da protagonista la grande avventura dei trapianti di fegato. Quando ha iniziato l’attività ancora non se ne parlava, poi la sua carriera ha coinciso con una stagione entusiasmante, dove questo intervento è diventato patrimonio della chirurgia internazionale. Ci racconta la storia dal suo punto di vista?

«Mi sono laureato nel 1973 e ho iniziato la mia attività occupandomi di chirurgia dell’esofago, che era una delle chirurgie più difficili e avanzate, come quella del fegato, ritenuta quasi inaccessibile. La mia prima grande occasione mi portò a Parigi, dove completai la formazione col professor Maillard: nella sua clinica si praticava la chirurgia esofagea ma anche quella epatica, ed era una prima finestra aperta verso il trapianto di fegato, però ancora impraticabile. Il problema era il rigetto, perché non c’erano ancora farmaci efficaci. La storia cambiò con l’arrivo della ciclosporina, che fece scendere la mortalità dal 65 al 20%. La mia svolta professionale avvenne proprio a Parigi, quando conobbi i chirurghi della scuola vietnamita, che mi invitarono ad Hanoi. Fu una rivelazione sorprendente, da loro imparai tutto quello che c’era da apprendere sulla chirurgia resettiva e sull’anatomia epatica. I vietnamiti erano poveri ma avanzatissimi, dei veri geni della chirurgia, operavano resezioni in pochissimi minuti, quando lo stesso intervento in Francia e negli Stati Uniti richiedeva ore. Anche là sapevano che si potevano fare i trapianti, però erano privi di mezzi. Di quell’esperienza mi restò un altro grande insegnamento: con poco si può fare tutto».

Durante l’intervista

A Torino il primo trapianto è stato eseguito il 10 ottobre del 1990, oggi siamo a quota 3095

Come la salutarono dopo quei mesi di lavoro?

 «Mi dissero: “Noi il trapianto non lo possiamo fare, siamo poveri, non abbiamo i mezzi, ma tu adesso torni in Europa e lo fai per noi, ti impegni a farlo per noi”. Per me è stato un messaggio fondamentale: sono rientrato con una missione».

Dal Vietnam ai record di Torino, quali sono stati gli altri passaggi?

«Ho iniziato a trapiantare a Bruxelles nel 1985 e ci sono rimasto cinque anni. Quando sono arrivato erano al trentesimo trapianto, quando sono partito, nel 1990, ne avevamo fatti 400, metà dei quali su bambini. A Torino il primo trapianto è stato eseguito il 10 ottobre del 1990, oggi siamo a quota 3070».

Un record assoluto, nazionale e internazionale…

«Siamo i primi in Italia e tra i primi cinque nel mondo. In Europa siamo i primi se non consideriamo l’Inghilterra, dove, però, questo tipo di interventi è concentrato in cinque ospedali. In Italia i centri sono 16 e in Francia 22».

Che approccio ha il chirurgo all’intervento? Come si prendono le decisioni necessarie?

«Bisogna dare del tu al fegato. Alcune cose sono risolvibili togliendo un pezzo, aggiustando una via biliare, riparando un vaso sanguigno. Ma quando l’organo è compromesso va cambiato tutto, e allora serve il trapianto».

È indispensabile il trapianto da essere umano o esistono altre opzioni?

«Al momento, il trapianto da essere umano è l’unica opzione possibile. In passato si è valutata l’ipotesi del trapianto da babbuino, ma gli ostacoli si sono rivelati insormontabili. Il fegato del babbuino produce elementi vitali che vanno bene al babbuino ma non all’uomo, senza contare le questioni immunologiche».

Attività pubblica e attività privata, una scelta difficile che coinvolge molti medici. Lei come si pone di fronte a questa alternativa?

«Secondo me, entrambe le scelte sono logiche. Però, nel mio caso non ho mai avuto dubbi, perché il chirurgo di fatto si trova a essere il trasmettitore di una vita. Io prendo da uno che dona e do a qualcuno che sta per morire. È un atto che deve contenere degli elementi di eticità e un cattolico, cosa che io non sono, direbbe anche di sacralità. Io sono responsabile di quello che faccio, sono responsabile dell’assegnazione e sono responsabile verso chi riceve, ma, anche e soprattutto, verso chi dà. Racconto sempre che nel trapianto, in particolare durante la prima parte dell’intervento, io sono molto angosciato per il donatore, per quel dono di vita che è stato fatto. Me ne sento responsabile, non posso permettermi che vada male, che il desiderio di chi ha donato, che la volontà di chi ha donato, che il grande gesto di generosità che lui ha fatto, possa disperdersi. Svolgendo un’attività di questo genere, è chiaro che non puoi permetterti di lavorare nel privato, non puoi andare a operare in casa di cura perché, per bene che tu faccia le cose, per corretto che tu sia, potrebbe pur sempre rimanere qualche dubbio, qualche sospetto. Invece no, sono due cose totalmente diverse. Anche se in Italia non si possono fare trapianti in strutture private, qualcuno potrebbe percepire la tua scelta come un gesto commerciale, come un modo di far rendere il nome, la tecnica e quanto si è imparato facendo quell’altra attività».

L’équipe di Salizzoni

Il tema delle assegnazioni degli organi è sempre molto delicato. Come vanno le cose in Italia?

«Credo che l’attività di trapianto in Italia sia in assoluto una delle cose più controllate, meno manipolabili dal punto di vista dell’assegnazione e più etiche che esistano».

Immagino che il ricordo delle vite salvate sia un pensiero gratificante, ma cosa le resta dentro dei tremila donatori che non ci sono più?

«A loro va sempre il mio pensiero. Ma la cosa curiosa, e me ne sto rendendo conto diventando vecchio, è che sono depositario di conoscenze e di segreti anche dal punto di vista umano. Quando vedo un trapiantato dopo 10 o 20 anni, un uomo o una donna che aveva pochi mesi e pesava quattro chili il giorno dell’intervento, ricollego il passaggio e ricordo chi era il donatore. Io lo so e loro naturalmente non lo sanno, quindi mi viene un doppio ‘magone’. Alcune di queste vicende le racconterò in un libro che sto scrivendo: donazioni avvenute in maniera tragica, vicende sorprendenti, il contatto con le famiglie, dell’uno ma anche dell’altro. Qualche volta bisogna agire andando oltre le apparenze: una volta siamo stati chiamati a prelevare un fegato che da altri non era ritenuto accettabile, perché l’uomo aveva 80 anni. In più era un forte bevitore ed era morto in uno schianto automobilistico tornando da una Festa del Lambrusco. Bene, quel fegato era perfetto e oggi continua a funzionare benissimo».

Quindi il fegato è un organo longevo?

«Assolutamente. Di recente, la mia équipe ha pubblicato sulla rivista Transplantation uno studio sul tema, e abbiamo introdotto l’articolo con una citazione dal ‘Fedone’ di Platone: il filosofo greco affermava che esistono organi umani imperituri, praticamente immortali. Il fegato è sicuramente una parte del corpo dalla longevità sorprendente, alcuni dei nostri trapiantati vivono con fegati che sono ormai ultracentenari. La casistica che abbiamo a disposizione abbatte tanti preconcetti».

Nella sua carriera, c’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?

«Sì, c’è una vicenda che mi ha commosso alle lacrime. Qualche anno fa mi sono recato a Brescia per un congresso pediatrico internazionale. Dopo la mia relazione, scendo dal palco e, con fare deciso, mi viene incontro un personaggio molto particolare: alto due metri, grande e grosso, giubbotto in pelle nera con borchie di metallo. Ero quasi preoccupato; poi, quando mi arriva di fronte, scoppia in lacrime ed esclama: “Sono Danielino!”. Si trattava di un mio trapiantato di 22 anni prima, all’epoca aveva tre mesi. Pensi, di quel bambino ho ancora la foto in casa, era piccolo e giocava col pallone nella vasca».

Lei è noto per avere il culto della squadra. Quanto conta il team nel suo lavoro?

«Conta enormemente. Quando ho cominciato, purtroppo non avevo una squadra, dovevo formarmela. Sono stati anni terribili nei quali vivevo giorno e notte in ospedale, mi facevo aiutare talora dall’uno, talora dall’altro, e c’erano molti giovani. Ma non eravamo mai più di due o tre. Adesso c’è una squadra come si deve: gente che va dai 36 ai 50 anni, la maggior parte di loro sotto i 40. E le cose sono più facili, non tanto per me quanto per i malati: si possono accettare più casi e fare operazioni più complesse, si può studiare di più, si può pubblicare di più, si possono fare passi avanti nella ricerca perché c’è il tempo per poterla fare, per discuterne insieme, per mettere a confronto diverse idee. Il gruppo dev’essere umanamente coeso. Per ottenere risultati importanti a livello internazionale servono il metodo e la ricerca, il pubblicare i nostri risultati e le deduzioni che ne conseguono; studi da cui si possono trarre insegnamenti per il futuro. Le nostre pubblicazioni sono importanti, alcune molto importanti, e ci hanno fatto conoscere nel mondo. I miei giovani, quando escono dall’Italia, sono particolarmente apprezzati».

La sanità in Italia ha picchi di eccellenza ma anche seri problemi. Quali sono le cause?

«È difficile trovare una causa sola, probabilmente ce ne sono molte. Da un lato contano i mezzi che l’ospedale mette a disposizione, dall’altro il tipo di personale, che può essere più interessato al pubblico o al privato. Secondo me non si spende abbastanza, anzi l’impegno della spesa sul PIL sta diminuendo. L’Italia investe molto meno in termini di PIL rispetto alla Francia o alla Germania. Noi spendiamo il 6%, la Germania va all’8% e non sempre eroga servizi migliori dei nostri. Risparmiare sulla sanità è un mantra che gira troppo: sulla sanità bisogna investire, bisogna farla rendere di più, bisogna spendere meglio, non meno».

A Torino si sta progettando una nuova Città della Salute. Cosa ne pensa?

«Io sono uno dei tifosi della Città della Salute da sempre, da quando si parlava – 15 anni fa – di fare la torre chirurgica alle Molinette. Oggi, dopo diverse ipotesi, si è scelta l’area di Fiat Avio, che peraltro era già stata individuata da Ghigo, col quale ero in totale disaccordo politico ma che appoggiavo in quella scelta. Il nuovo progetto mi piace; innanzitutto perché rimane in zona, poi ci arriva la metropolitana e l’area è sufficientemente grande, in grado di accogliere tutte le conoscenze che possono essere trasferite dalle Molinette, dal Sant’Anna e dal Regina Margherita. È vero che in totale avrà meno letti di quelli che ci sono adesso, ma sarà un ospedale d’eccellenza. Non penso che disporrà di meno personale, magari ce ne sarà di più. Però il discorso non si deve fermare lì, bisogna badare anche agli altri ospedali: Torino ha molte aree da coprire, pensiamo alle zone nord e nord est, pensiamo al Maria Vittoria, ospedale di vecchia concezione che va ripensato. La medicina si evolve, la medicina cambia in continuazione e le strutture devono stare al passo. Le Molinette reggono ancora, ma con molta fatica degli operatori».

Come si lavora oggi alle Molinette?

«In questa struttura è presente un’infinità di competenze che gli altri ospedali non hanno e posso sottoscrivere che qualunque problema si presenti, per difficile che sia, viene affrontato e risolto a qualunque ora del giorno e della notte e in qualunque giorno dell’anno, a Natale, a Pasqua e a Capodanno. Anche se ufficialmente non c’è la reperibilità, si trova sempre qualcuno che viene. Per quanto a mia conoscenza, non è mai capitato che un paziente non sia stato trattato perché mancava il personale. È uno dei grandi meriti della struttura. Nella nuova Città della Salute si svolgeranno attività adeguate ai tempi, con l’introduzione delle nuove tecnologie. Da noi questo passaggio non è sempre facile, serve un soggetto nuovo che nasca già per avere quello che occorre. Il trasferimento permetterà anche di liberare altre aree, darà spazio ai campus universitari».

Quanto tempo ci vorrà?

«Io spero poco. Ma leggo in questi giorni delle polemiche sulla gara dell’advisor e di ventilati ricorsi al TAR che mi fanno rabbrividire. Ho anche avuto un pensiero pseudo radicale: se vanno al TAR, comincio lo sciopero della fame. Basta, non si può più perdere tempo. La Città della Salute è una delle cose principali, se non la principale, di cui questa città ha bisogno».

Per lei, questo è un anno di grande importanza. Cosa c’è nel futuro di Mauro Salizzoni?

«Penso che resterò come consulente, ovviamente gratis, per dare una mano. Per rendere partecipe il mio gruppo delle cose che ho imparato, anche se molti ne sanno più di me, sono più moderni. Però, 50 anni di carriera rappresentano un bagaglio importante: 50 anni passati anche in Francia, Vietnam, Belgio, America, Giappone. Tante esperienze, per portare qui il meglio di quanto ho potuto imparare. E di occasioni per restare all’estero ce ne sono state molte: ad esempio, avrei potuto sbarcare a Monaco di Baviera, le mie finanze sarebbero state meglio, ma l’idea è sempre stata quella di portare il progetto a Torino. Voglio continuare ad aiutare per quanto è possibile, ma rimanendo in disparte».

Sono molti a corteggiarla, si parla di incarichi prestigiosi in politica e nelle amministrazioni. Lei a quale proposta non saprebbe dire di no?

«Io ho tre grandi passioni: la chirurgia dei trapianti, la corsa in salita e la Città della Salute. Quest’ultima la vorrei vedere, lavorarci non ci lavorerò più, ma vorrei vederla. Ecco, se mi proponessero un ruolo operativo per far crescere la Città della Salute, lo accetterei volentieri».

Che cos’è per lei la corsa?

«Tutte le idee che ho avuto nella mia vita le ho avute correndo. Le idee per questo centro mi sono venute spesso a 2500 metri di altitudine, e sempre correndo in montagna. Ma ho anche fatto la maratona, ed ero uno da 2h e 44’. Io correvo per fare il tempo. Però c’è dell’altro: lo sforzo fisico serve per liberare la mente, il fatto stesso di trovarti in ambienti diversi ti libera. Aiuta più una mezza giornata di corsa che 20 giorni di vacanza, che peraltro non ho mai fatto».

C’è una corsa alla quale è particolarmente legato?

«Certo, l’Ivrea-Mombarone, le ho fatte e finite tutte. Ed è una gara importante, ci sono andati sempre i migliori, come Marco Olmo, uno dei più grandi al mondo. Il mio libro s’intitolerà: ‘3000 trapianti e 40 Mombarone’, perché per me sono due storie che si intersecano. Quando ricordo qualcosa non penso alla data, ma la mente mi dice “era l’anno in cui andai molto bene a Mombarone”, oppure “era quando abbiamo fatto quel trapianto, quella serie di trapianti, quando ne abbiamo fatti cinque in due giorni, in 36 ore”».

Mauro Salizzoni durante la sua attività agonistica

Per chi trapianta, la vita e la morte percorrono i medesimi binari. Ma lei si è mai chiesto cosa c’è dall’altra parte?

«Io mi definisco un non credente. Quando un giornalista di Famiglia Cristiana mi ha chiesto se credevo in Dio, ho risposto: “Non ho avuto questa fortuna”. Se lei mi chiede dove si finisce, rispondo che si finisce tra tutti, è lo spirito quello che conta. Qualche volta, scherzando coi miei nipoti, dico: “Quando il vecchio babbo sarà nelle verdi praterie, dove si può correre senza stancarsi mai, controllerà che cosa fate. E se non vi comportate bene vi dirà qualcosa, darà disposizioni”. Però l’idea delle verdi praterie non è mia, l’ho copiata da Tex Willer».

(Foto FRANCO BORRELLI, MARCO CARULLI e ARCHIVIO MAURO SALIZZONI)