Prendersi cura della propria città diverrà sempre più un imperativo, non una scelta opzionale, ma una vera necessità. E non parliamo di semplice manutenzione, ma di una motivazione più profonda: la città è un bene comune. Siamo abituati a pensare gli spazi pubblici come qualcosa di neutro rispetto a chi li vive, che esiste a prescindere dalla nostra volontà, che funziona indipendentemente dal nostro specifico impegno. Ma in realtà non funziona così: la città è un organismo vivo, che riflette chi siamo e come scegliamo di viverci; e se la trascuriamo, finiamo per trascurare anche noi stessi.
Fortunatamente sempre più città stanno comprendendo l’importanza di questa consapevolezza e stanno investendo in modelli urbani sostenibili, inclusivi e accoglienti. Non parliamo di utopie, ma di realtà concrete: secondo il rapporto annuale di The Economist, città come Copenaghen, Vienna e Amsterdam stanno dimostrando come politiche di rigenerazione urbana, mobilità sostenibile e spazi verdi ben progettati possano migliorare la qualità della vita dei cittadini. Non a caso, i dati OCSE indicano che le metropoli europee di medie dimensioni che hanno puntato sulla vivibilità sono anche quelle con i migliori indici di benessere.
Luoghi con un futuro o contenitori di nostalgie e ansie?
Ma rendere una città migliore non è solo una questione di politiche pubbliche: è anche (e soprattutto) una questione culturale. Se ci pensiamo, ogni giorno prendiamo decisioni che hanno un impatto sugli spazi comuni, dalle più banali alle più complesse: gettare un mozzicone per terra, lasciare la macchina in doppia fila, ignorare un vicino in difficoltà. Ecco, tutto questo è la città, nel bene e nel male.
Qui entrano in gioco le nuove generazioni, che in molti casi stanno dimostrando un rispetto per il bene comune che spesso i più “navigati” sembrano aver dimenticato. Ragazzi e ragazze che partecipano a progetti di riqualificazione urbana, che scelgono la bicicletta invece dell’auto, che considerano lo spazio pubblico non un luogo anonimo, ma una parte della loro identità.
Al tempo stesso, in una sorta di alleanza transgenerazionale, sono le generazioni precedenti che devono considerare rilevante il dare un buon esempio, magari mettendo in campo le proprie risorse e competenze per progetti positivi, chiari, comprensibili, visibili a tutti e di cui prendersi cura giorno per giorno. Dobbiamo quindi iniziare a pensare alla città come a qualcosa da coltivare, proprio come si fa con un giardino.
Serve un cambio di mentalità, un’educazione al bene comune che parta dalle scuole, dalle famiglie, dai media. Non è impossibile: molte città stanno promuovendo iniziative di coinvolgimento attivo dei cittadini, come il bilancio partecipativo o i patti di collaborazione tra istituzioni e comunità locali per la cura di parchi e piazze.
Il punto, in fondo, è uno: vogliamo che le nostre città siano luoghi con un futuro o solo contenitori di nostalgie e ansie? La risposta dipende da noi, e da quanto saremo capaci di trattare la nostra metropoli non come un territorio di passaggio, ma come un bene prezioso, da lasciare migliore di come lo abbiamo trovato.
