Nel 1973 vede la luce una delle opere più belle di Osvaldo Soriano, ovvero Triste, solitario y final, che in Italia sarà pubblicato solo nel 1974 da Vallecchi, anche se per trovarlo effettivamente a disposizione bisognerà aspettare il ’75. Ma l’attesa vale tutta. Così come parlarne a 50 anni di distanza.
Il 15 maggio inizia il Salone del Libro a Lingotto Fiere, noi siamo già nel mood letterario e ne approfittiamo per trattare del grande scrittore e giornalista argentino. Ecco, questa non sarà proprio una recensione… perché come si fa a non parlare bene di un cult come questo?
Triste, solitario y final è un classico della letteratura mondiale che si innesta su altro classico, ovvero sui racconti polizieschi di Raymond Chandler relativi all’investigatore “indipendente” Philip Marlowe; duro, hardboiled, libero, disincantato… una sorta di eroe romantico e scorbutico.
Di cosa parla Triste, solitario y final? Del declino di Stan Laurel rimasto orfano di Oliver Hardy (da noi Stanlio & Olio), e della sua ricerca relativa alle motivazioni di questo ambiguo e forse evitabile tramonto. Una ricerca che porterà avanti insieme proprio al detective Philip Marlowe, talmente autoescluso dal “giro” da essere l’unica risorsa veramente affidabile. D’altronde sono entrambi uomini soli che cercano qualcosa l’uno dall’altro, il primo spiegazioni (vanno bene anche fini a se stesse), il secondo una ragione di azione e un po’ di compagnia. Il loro viaggio insieme dura solo una parte del libro, gioca tra l’investigazione presente e ricordi legati al passato, e alla fine ci offre il disegno di un’America in cui l’ingranaggio si è inceppato, in cui chiunque necessiti di un certo tipo di libertà, come il ribelle Marlowe, non trova da mangiare, perché il sogno si è rotto.
Nella seconda parte del libro Marlowe si reca alla lapide di Stan, sette anni dopo il loro incontro, e qui conosce lo scrittore Osvaldo Soriano che sta scrivendo un libro proprio su Laurel e Hardy. I due si stanno simpatici, Soriano vede in Marlowe un’America diversa rispetto a quella che lui, da fiero anticapitalista, già odiava; un Paese deluso, stanco, disincantato, ma che in qualche maniera non può rinunciare a ribellarsi.
Nasce così la nuova coppia del libro che incapperà in una sequela di situazioni grottesche, a metà tra la celebrazione e la parodia dei classici Chandleriani. E insieme alla coppia nasce la nuova “missione”, tra ombre Hollywoodiane, alla ricerca di una specie di redenzione/spiegazione alla vicenda di Stan e Oliver.
Il finale non ve lo raccontiamo perché la recensione più azzeccata di questo libro è che dovete leggerlo pefforza, come direbbe qualcuno. Soriano a scrivere Triste, solitario y final si è divertito: mescola ritmo, black comedy, risse, dramma, malinconia, noir… Buona parte quindi del solito repertorio, a cui si aggiungono l’influenza di quel genio di Chandler e il confronto onnipresente con un’America ipocrita che l’Argentino non ha mai sopportato.
Il risultato è un libricino (150 pagine), magari lontano dalla sensibilità contemporanea, che è proprio una chicca, da leggere, regalare, consigliare… Soprattutto adesso che arriva il Salone. Voto 9.
