Parliamoci chiaro: quando uno dei tuoi artisti preferiti decide di far uscire un album di 22 tracce (1 ora e 24 minuti) sono immediatamente salti di gioia, forse però è un po’ come quando hai particolarmente fame e ordini due pizze da solo – sembra una grande idea all’inizio, ma a metà inizi a pentirti delle tue scelte di vita. E questo è in qualche modo ciò che è successo durante le esperienze di ascolto di Hurry Up Tomorrow, ultimo progetto musicale di The Weeknd uscito il 31 gennaio 2025.
Avete presente la trilogia de Il Padrino, no? I primi due capitoli sono capolavori indiscussi, ma il terzo… beh, avete capito. Abel ci aveva abituato (forse) troppo bene con After Hours e Dawn FM, culla di quelle sue atmosfere musicali e cinematografiche uniche e coinvolgenti; tuttavia il capitolo finale di questa trilogia sembrerebbe avere più le fattezze di una compilation Greatest Hits di tutti i suoi sound precedenti piuttosto che una vera e propria evoluzione conclusiva.
L’album affronta temi come il dubbio, il rimpianto e la superficialità della fama. Il concept è chiaro: tutto ruota attorno al solenne addio di Abel Tesfaye al suo alter ego, The Weeknd, ricordando lontanamente a come David Bowie salutò il suo iconico personaggio Ziggy Stardust nel ‘73: due artisti prigionieri del loro stesso mito, costretti a sbarazzarsi del proprio alter ego per poter sopravvivere.
Parliamo di sample: l’album è un vero e proprio corso di storia della musica. C’è di tutto, dai Daft Punk a Prince, passando per frammenti di Depeche Mode e persino un campionamento di un oscuro brano italo-disco che forse solo quello zio collezionista di antichi vinili potrebbe riconoscere. In Wake Me Up c’è un chiaro omaggio a Thriller di Michael Jackson, mentre nella title track Hurry Up Tomorrow troviamo un’interpolazione del brano In Heaven di David Lynch, tratto dal film Eraserhead – La mente che cancella, (The Weeknd non ha mai nascosto di essere grande fan dell’iconico regista scomparso da poco) un piccolo “easter egg” che aggiunge proprio quel tipico tocco cinematografico al tutto.
I featuring sono una continua montagna russa emotiva: Travis Scott entra a gamba non troppo tesa con la sua energia “chaotic good” in Reflections Laughing, perfettamente bilanciato con Florence + The Machine, mentre il contributo di Future in Enjoy The Show è più dimenticabile del pranzo in quella brutta trattoria. The Abyss è una traccia atmosferica che esplora temi di disperazione e speranza in cui la voce eterea di Lana Del Rey è, come si suol dire, da “brividini”. Una combo che non ti aspetti. Wake Me Up con il duo francese Justice ti fa ballare come se non ci fosse un domani, e il nostro orgoglio nazionale Giorgio Moroder, una leggenda vivente, aggiunge sicuramente quel tocco di classe disco-synth che ci aspettavamo. I suoi sintetizzatori vintage fanno risaltare Big Sleep, riportandoci dritti agli anni ’80 ma con un marcato twist moderno. È come andare in un ristorante di cucina molecolare e ordinare le penne alla vodka. Pazzesco e funziona.
Arriviamo però al problema principale: la lunghezza. 22 tracce sono troppe. Ci sono almeno 7-8 brani che potevano tranquillamente finire come ghost track su Soundcloud. L’album diventa purtroppo spesso ripetitivo, e i momenti alti (a volte altissimi) rischiano di perdersi nel caos e lentezza generale.
Il sound design? Impeccabile. La produzione curata dal mito Mike Dean è, come da copione, cristallina. Ma è come se Abel avesse voluto mettere un po’ troppa carne al fuoco, mescolando tutti i suoi alter ego musicali in un unico grande calderone: c’è il The Weeknd synth-pop, quello R&B, quello dark, quello disco… forse per questo brodo sono stati chiamati davvero troppi chef in cucina?
Che dire, The Weeknd ha creato un album che merita sicuramente di essere ascoltato più e più volte, simultaneamente nostalgico e futuristico, come guardare Blade Runner su un iPhone 16 Pro Max. Ma a velocità 0,75x.
Voto: 7/10 col rimpianto di poter essere un 9 se solo qualcuno avesse avuto il coraggio di dire “Abel, forse 15 tracce bastano…”.
