Nella nostra società di massa, capitalista e consumista, ma allo stesso tempo etica e sensibile alla moralità, la letteratura più immediata, quella che entra costantemente nel quotidiano, non è tanto legata ai romanzi, ma alla pubblicità. Gli spot pervadono le nostre vite, che siano in TV, nei banner online, nei post sponsorizzati, negli intervalli di una piattaforma streaming.
Ormai ci siamo abituati, anzi alcuni sociologi hanno identificato nell’esposizione alla pubblicità uno dei pochi e veri comuni denominatori che caratterizzano tutte le generazioni del Dopoguerra. Chiaramente con gradi di intensità differenti, ma dai caroselli a Nord VPN la pubblicità ci accompagna passo passo da circa 70 anni.
A dimostrazione di ciò, sono diversi gli spot pubblicitari entrati nel mito, anzi nella nostra cultura/letteratura visiva (e non solo) tuttora citati in studi, ricerche e, ovviamente, in altre pubblicità. Complicato non citare Apple e il lancio del primo Macintosh nel 1984 (peraltro durante il Super Bowl), con uno spot girato direttamente da Ridley Scott che immagina un futuro distopico grigio e oppresso in cui il think different iconico di Apple mostra la via verso una rivoluzione di colore e libertà non solo tecnologica (con doverosa citazione a Orwell e 1984). O ancora i celeberrimi Auguri Coca-Cola per il Natale 1983 (in Italia lo spot arrivò in quell’anno, mentre l’originale era del ‘71).
Sono diversi gli spot pubblicitari entrati nel mito, anzi nella nostra cultura/letteratura visiva
Più di recente viene in mente Netflix e il suo Ci separa solo una storia, spot del 2020 in cui il colosso dello streaming somma le immagini più iconiche delle serie più famose della piattaforma, in pratica firmando un grosso tributo al concetto di storytelling più in generale (potendo contare ovviamente su materiali molto importanti).
Come visto con Apple, spesso capita che le aziende si affidino agli spot non solo per lanciare un prodotto, ma per comunicare transizioni, nuove idee, addirittura un cambiamento del proprio DNA. Insomma, in alcuni casi le pubblicità diventano praticamente i manifesti di un brand, e mirano dunque non solo a funzionare come strumenti di promozione, ma anche esplicativi di una serie di decisioni che l’azienda può aver preso o di una transizione che sta affrontando.
Un esempio nostrano? BRT. Il corriere espresso più utilizzato dagli italiani, un colosso del settore, conosciutissimo, usatissimo… Ma nonostante la sua autorevolezza, nel momento in cui ha cambiato il proprio nome da Bartolini a BRT, ha dovuto spiegarlo.
O meglio: ha dovuto raccontarsi di nuovo agli italiani attraverso un video. Non come uno sconosciuto che si presenta, sia chiaro, ma come un soggetto riconosciuto che affronta un cambiamento e che quindi si ritrova a tirare le fila di se stesso.
Come lo ha fatto? Con questo video. In cui torna il tema fondamentale del prendersi cura di qualcosa di importante, perché una spedizione è importante: può riguardare qualcosa di fragile, di estremamente funzionale o di profondamente atteso. E questa importanza non può essere presa in carico da uno sconosciuto.
D’altronde non si può affidare qualcosa che per noi è rilevante, a prescindere da cosa sia, a qualcuno di cui non ci fidiamo. E qui entra in gioco BRT, che come Bartolini ha consegnato per 100 anni le cose importanti degli italiani, e anche ora che si chiama BRT alla fine è lo stesso di sempre.
Non è cambiato nulla in fondo, a parte il nome o poco altro. Questo è il fulcro del messaggio, magari per alcuni “scontato”, ma necessario anche per un’azienda leader come BRT. Noi abbiamo trovato quest’idea interessante soprattutto perché “banale” il giusto.
Anzi, diremmo che è stata una scelta strategicamente saggia. Che di fronte alla frenesia del ritmo contemporaneo, scende un po’ a compromesso, quasi a prendersi cura della psiche dei suoi clienti e dice “ok, ora vi spieghiamo cosa sta succedendo, con la calma e la sicurezza che meritate, le stesse che impieghiamo nel nostro mestiere”.
Un messaggio intelligente, rassicurante (a prescindere dalla realtà), un po’ naif, ma in definitiva corretto.
