Girovagando per il web ci siamo imbattuti in un interessante articolo dal titolo C’era una volta il Nord Est del mobile (lo trovate qui). L’argomento principale è facilmente intuibile: il lento declino del settore dei mobili nelle regioni del Nord Est, e più in generale in tutto il Nord del nostro Paese. Un settore particolare che, specie in Veneto, è stato per decenni un fiore all’occhiello dell’Italia tutta. Una favola economica animata da un ampio ecosistema di tante piccole aziende artigiane, spesso a conduzione familiare.
Alcune ovviamente esistono ancora, ma tante non ci sono più, schiacciate dalle varie crisi, dalla competizione con le multinazionali, dal peso della globalizzazione, da competitor in grado di offrire mobili a un prezzo decisamente più basso… E perfino da un cambiamento culturale che ha portato l’acquirente a investire in altre tipologie di beni “di lusso” piuttosto che del mobile sartoriale, in favore di altri settori come quello automobilistico o degli orologi. Oggetti, anzi simboli di un certo status, perennemente in mostra e sotto gli occhi di tutti, e non chiusi in casa; evidenza non di poco conto nell’era dei social e della condivisione continua.
Tutti questi elementi, che l’articolo mostra in particolare ad Est, valgono senza troppi impedimenti anche per noi, ovvero per l’Ovest. Ed è un discorso che si può applicare sia a quei mobilieri artigianali “di lusso” che ai piccoli mobilifici più “popolari”.
Un tempo Torino (e soprattutto cintura) ne era piena. Nomi che sentivamo negli spot in radio (quando erano autoradio), che vedevamo sui cartelloni in giro e nelle pubblicità sulle TV private. Erano tantissimi e investivano moltissimo in visibilità, spesso non bellissime, ma comunque c’erano ed erano pure parecchio “ingombranti”. Poi venne il vuoto (o semi-vuoto), e quindi Ikea o marchi affini, e nel giro di non molti anni ci ritroviamo oggi a contemplare un mercato d’arredamento diametralmente cambiato come successo a pochi altri settori.
Naturalmente esistono delle eccezioni, una di queste è Asta del Mobile, un nome che i torinesi avranno sentito parecchie volte, in radio soprattutto. Asta del Mobile è un’azienda fieramente nostrana, nata nel 1993 e tutt’ora in espansione, una delle illustri sopravvissute al declino di cui sopra. Di conseguenza abbiamo chiesto al suo ideatore, Yvan Mutta, di spiegarci il segreto.
Com’è stato possibile?
«Non è che esista un segreto, sicuramente centra anche un po’ di sana fortuna. Ma soprattutto il coraggio di credere nelle proprie idee».
E quali sono queste idee?
«Quando siamo nati, oltre trent’anni fa, avevamo già in mente cosa saremmo stati: ovvero un’azienda di arredamento di qualità a prezzi convenienti».
Ed è possibile?
«Certamente. Dipende quello che interessa, se il brand o la qualità. Noi abbiamo creato una filiera diretta tra produttore e consumatore che permette di offrire arredamento artigiano a prezzi onesti».
Quindi chi se ne importa del brand?
«No, chi se ne importa magari no, però la nostra missione è garantire la massima qualità al cliente, senza speculare sul prezzo. Il resto viene dopo».
Asta del Mobile ha gettato i semi del suo successo negli anni ‘90, scommettendo su un metodo di lavoro mai abdicato, mai tradito, semmai evoluto. In tutti questi anni due sono stati i centri di gravità permanente dell’azienda: la ricerca della qualità e il rapporto con artigiani e brand fidati.
Quindi, perché secondo noi la formula ha funzionato? Ovviamente non possiamo saperlo con certezza, ma azzardiamo: in un mondo sempre più diviso tra arredamento di extra-lusso (scelto più per status e posizionamento che per funzionalità) e low-budget estremo, c’è ancora una fascia di popolazione che tiene al proprio arredamento, che guarda alla qualità ma pure al portafoglio. Un giusto mezzo Socratico di cui a volte, inebriati dagli eccessi, rischiamo di dimenticarci; cosa che Asta non ha mai fatto.
