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Silvio Falco

Dalla Bolivia alla Città della Salute

di GUIDO BAROSIO

Inverno 2018

UNA STORIA CHE PARTE DA LONTANO. IL NUOVO DIRETTORE GENERALE DELLA CITTÀ DELLA SALUTE E DELLA SCIENZA DI TORINO CI RACCONTA DI COME CAMBIERÀ LA SANITÀ DEI TORINESI. MA ANCHE DEL SUO PERCORSO, DA MIRAFIORI SUD ALLA BOLIVIA, DAL SUO RUOLO DI MANAGER ALLE MONTAGNE, LA SFIDA TANTO AMATA

Se è vero che ciascuno di noi è la somma delle proprie esperienze, è più raro che queste esperienze trovino un filo conduttore, dipanandosi attraverso un progetto che ci corrisponde. Per Silvio Falco, da sei mesi direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, tutto questo è avvenuto, e la sua storia di uomo, di medico e di dirigente ospedaliero risponde a una logica che è bello raccontare. «La mia storia inizia quando ero un bambino degli anni Sessanta a Mirafiori Sud, uno dei quartieri più popolari della nostra città. Io e i miei coetanei eravamo bambini di strada, e la strada – dove si giocava con biglie e figurine – era già un contesto sfidante. Poi sono approdato all’Agnelli, che di quel quartiere è sempre stato un faro. Lì ho fatto tre anni di medie e cinque di superiori. All’Agnelli ho imparato lo spirito solidaristico, il piacere di fare squadra e ho conosciuto una delle figure fondamentali della mia vita: padre Serafino Chiesa. Uomo carismatico e concreto, di grande forza interiore, decise di andare in missione a Kami, in Bolivia, una delle località più difficili e impervie della terra».

Ho iniziato a scalare intorno ai 16 anni. Per me la montagna resta ancora una sfida straordinaria, dove la salita e il percorso sono la vera cosa che conta. Il risultato si ottiene attraverso la sofferenza ed è questo che lo rende gratificante

E intanto i tuoi studi?

«All’Agnelli ero diventato perito elettrotecnico, con prospettive ritenute rassicuranti dalla mia famiglia. Ma ormai, in me, si era accesa una scintilla diversa e decisi di iscrivermi a Medicina. Questo cambio di rotta creò preoccupazione in casa, dove fare il perito rappresentava una certezza».

Laurea in Medicina? A quel punto eri pronto per Kami.

«Esatto, padre Serafino mi aveva detto “non c’è nessuno, vieni?”, e sono partito. Era il 30 novembre del 1986, avevo 25 anni, mi ero laureato e sposato da pochi mesi. Mia moglie, Gianna, partì con me. Forse, in casa, alla preoccupazione si aggiunse anche un minimo di spavento. Ma quella era la mia prima montagna da scalare».

Come andò?

«Andò che ci rimasi due anni. In quell’esperienza diedi molto, ma imparai ancora di più. La logica di Serafino Chiesa è concreta, assolutamente operativa: non si aiuta con l’assistenzialismo ma facendo progredire le persone, creando lavoro, che vuol dire dignità. Io diventai dirigente ospedaliero in quella circostanza, facendo molto più il manager che il medico. E facendolo a 4mila metri di altitudine».

Silvio Falco durante una scalata

Ci sei mai tornato?

«Sì, nel 1991 e per altri nove mesi. Ma negli anni seguenti ho continuato con le esperienze all’estero: nel 1993 sono stato nel Kurdistan turco per occuparmi della rete sanitaria territoriale, nel 1995 sono andato in Mozambico e nel 1996 in Somaliland, sempre con mansioni organizzative. Come ti dicevo, devo a quelle esperienze la mia attività attuale: mi sono appassionato alla gestione delle strutture, alle migliorie e alle ottimizzazioni che si possono ottenere anche in situazioni di altissimo disagio».

Nella tua carriera sanitaria, quali sono stati i passaggi più significativi prima di arrivare alla Città della Salute?

«Nell’ultimo decennio ho avuto esperienze in grandi strutture cittadine, il mio percorso mi ha portato a essere direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano dal 2006 al 2011 e della Città della Salute e della Scienza dal 2012 al 2015; in seguito sono stato direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano dal 2015 al 2018. Dal 1° giugno di quest’anno, sono direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino».

Questa è la struttura più grande della regione. Casa cambia nel tuo lavoro?

«È un contesto sfidante, innanzitutto a partire dai numeri. Città della Salute e della Scienza vuol dire quattro ospedali, 2300 letti, 9400 dipendenti di cui 1500 medici. Si governa un esercito di professionisti e occorre farli lavorare in modo coordinato, il che non è sempre un compito agevole. Poi occorre badare ai conti, rendendoli congrui con gli obiettivi che ci vengono richiesti. La mia azienda ha mille milioni di spese e 900 di ricavi, ed è un risultato che deve cambiare. Per andare avanti dobbiamo raggiungere il pareggio».

E come si fa?

«Si può agire in diversi modi, però alcuni non sono realizzabili, come i correttivi della spesa per il personale. Ma c’è un’altra strada che trovo interessante e percorribile: occorre valorizzare meglio i nostri ricavi. Quando un paziente lascia la corsia, accanto alla scheda di dimissioni sarà importante compilare un elenco dei trattamenti somministrati coi relativi costi. Il risultato sarà duplice: il medico presterà più attenzione alle cifre da indicare, eseguendo questo lavoro con maggiore precisione, e il paziente si renderà conto di quanto si è speso per lui, di quanto costano le terapie e gli interventi che sono stati praticati. Si migliorerà la percezione del servizio e si stimolerà il personale sanitario a inserire i valori corretti. Il nostro lavoro deve essere valorizzato».

Il futuro sanitario di Torino e della regione passa dalla nuova Città della Salute. A che punto siamo?

«L’arrivo di questa struttura mi appassiona e sono convinto che medici e cittadini ne abbiamo estremo bisogno. Dopo tante parole e polemiche siamo ormai ai passaggi decisivi. Entro la fine dell’anno l’autorizzazione dovrebbe essere firmata dal Ministero della Sanità. Dopo verranno avviati i lavori di bonifica dell’area, che non sono mai una formalità, ma ci auguriamo di non incontrare brutte sorprese. È previsto un investimento di 420 milioni, 150 saranno coperti dal pubblico, il restante da finanziamenti privati. E questo mi sembra, in assoluto, un elemento di grande valore. Nella nuova Città della Salute, che sarà altamente tecnologica e vocata alla ricerca, ci saranno 1040 letti. Qualcuno, riferendosi ai nostri 2300, pensa a una forte riduzione, ma non sarà assolutamente così. Nella nuova struttura si concentreranno i servizi d’eccellenza e le chirurgie. Il resto dei pazienti verrà dirottato sul territorio o continuerà a far riferimento ai nostri ospedali, come il CTO, che proseguiranno nella propria operatività».

Durante l’intervista

Con questo incarico, cosa resta delle tue passioni? In particolare di quella per la montagna, che ti accompagna da sempre?

«Ho iniziato a scalare intorno ai 16 anni. Per me la montagna resta una sfida straordinaria, dove la salita e il percorso sono la vera cosa che conta. Il risultato si ottiene attraverso la sofferenza, ed è questo che lo rende gratificante. Fino a poco tempo fa mi dedicavo anche al soccorso alpino, ma adesso il tempo non me lo permette più. Oggi mi diventa difficile concentrarmi su qualcosa che non sia il lavoro».

Quali sono le scalate che ricordi di più?

«Sicuramente il Cervino, che ho raggiunto nel 2003. Quella è una montagna diversa da tutte le altre: quando sei in cima non hai niente intorno, sei realmente sulla punta e il colpo d’occhio è impressionante. L’altra impresa indimenticabile è avvenuta in Bolivia, dove, nel 1987, ho scalato l’Huayna Potosì, 6100 metri».

Foto ricordo della Bolivia

Sei stato direttore sanitario a Sestriere durante i Giochi olimpici. Che ricordo ne hai?

«Sono stati giorni straordinari, si dice che Torino è cambiata coi Giochi, ma sono cambiate anche le valli, dove tutti hanno saputo ingegnarsi per ottenere il meglio, diventando protagonisti. E abbiamo fatto una gran bella figura, anche noi medici. Ricordo con particolare emozione i Giochi paralimpici, ho visto da vicino la discesa dei non vedenti ed è stato impressionante. La velocità di quegli atleti, l’adrenalina che trasmettevano restano un ricordo indimenticabile».

Altre passioni?

«La cucina! Sono accademico della Cucina Italiana e, quando riesco, mi piace stare ai fornelli. Risotto e selvaggina sono le portate che mi vengono meglio».

E la famiglia?

«Ho cinque figli: Agnese, Marta, Virginia, Davide e Matteo. Con Gianna sono la mia squadra, il campo base delle mie scalate. In Bolivia ci sono andato con lei e i bimbi piccoli, non era pensabile vivere quell’esperienza senza di loro. Per chi ha la mia formazione, la famiglia non è un’opzione ma parte integrante del progetto, un progetto che mi accompagna da 32 anni».

Davide, Agnese, Gianna, Silvio, Virginia, Matteo e Marta Falco

(Foto di FRANCO BORRELLI e ARCHIVIO)