Arnold Schwarzenegger in Terminator (cult di James Cameron del 1984) recita 18 battute, pronunciando meno di 100 parole in tutto il film. Ma d’altronde lo stesso Johnny Depp in Edward mani di forbice, capolavoro di Tim Burton del 1990, perfettamente in linea con la timidezza del proprio personaggio, supera di poco le 150 parole in tutto il film. E anche il ganzissimo personaggio di Tom Hardy nel magnifico Mad Max: Fury Road di George Miller (2015) spiccica veramente poche battute in due ore di pellicola (escluso il monologo iniziale).

Tutto questo per dire che le parole sono bellissime, soprattutto quando sono ben calibrate e inserite nel luogo dell’anima giusto, ma non sono poi così fondamentali. Anzi, possono perfino diventare superflue, e in certi casi (rari, dai) dannose.
Uno di quei contesti in cui le parole fanno da contorno senza mai saltare in prima pagina (o almeno così dovrebbe essere) è la cucina. In cucina parlano i piatti. Ovvero le materie prime, le ricette, le tradizioni, l’esperienza, gli azzardi, le sicurezze, le stagioni, i profumi, le consistenze… e così via. Le parole accompagnano, provano a descrivere, impreziosiscono, spalleggiano, ma non potranno mai raccontare a pieno cosa è significato per molto tempo il gusto delle polpette di mia nonna, o un dolce buono aspettato per troppo tempo, o il primo piatto di tajarin dopo dieci anni di lavoro all’estero. Ed è giusto che sia così: ci sono film che provocano un’emozione che non sappiamo spiegare per bene nemmeno a chi amiamo, e ci sono ricordi che abbiamo perfettamente impressi nella memoria, ma proprio non riusciamo a disegnarli come vorremmo.

E poi ci sono gli asparagi. Da piccoli è difficilissimo amare gli asparagi, la matematica, lo studio. Da adulto ti ritrovi a pensare che il mondo è fatto di numeri, che ti mancano i tempi della scuola e che l’asparago è veramente tostissimo. Si mangia in tanti modi diversi, ha una stagionalità breve e poi scappa, comanda interi menù in trattoria, ed è perfino riuscito a mettere Santena sulla mappa degli imperdibili borghi gastronomici d’Italia. Un po’ come ha fatto Ugo Fontanone con Revigliasco: la Taverna di Frà Fiusch è un segnaposto imprescindibile, tipo le puntine sulle mappe dei film polizieschi americani. Funziona così: guardi dall’alto l’ecosistema dei posti in cui mangiare a Torino e dintorni, e dalla collina fa capolino Frà Fiusch (peraltro da trent’anni).
Qui la gente viene per la cucina di Ugo (noi compresi), per ribadire stima e affetto nei confronti dei piatti con l’asparago, per il cioccolato bianco che fa festa, per la ricciola; e poi per il foie gras, lo zabaione, la finanziera… Chiaro, dipende dalla stagione e dalle idee che muovono il mondo (e la cucina). E parliamo di idee perché di questo si tratta: idee nuove, vecchie, d’infanzia, legate a un evidente amore nei confronti di una terra che dopo tutto quello che le abbiamo fatto continua a donarci magie assolute, come gli asparagi. Che qui da Ugo ritroviamo nel risotto insieme alla fonduta di raschera (altro saggio di piemontesità applicata).

Idee concrete di una taverna vera, elegante, con i piedi nella tradizione e lo sguardo al futuro prossimo, quello che si costruisce al ritmo delle stagioni; mica come quelli di Cameron. Che poi un po’ ce lo immaginiamo, un TerminUgo che torna dal futuro a ricordarci di mangiare gli asparagi, perché fanno bene e parlano di noi. Tutto, ovviamente, a tavola e senza troppi giri di parole.

