
Abbiamo chiesto a un’intelligenza artificiale di disegnare la copertina estiva del magazine. Abbiamo dato degli input, e cioè di rappresentare Torino, con i suoi simboli, le varie anime, e un volto preferibilmente femminile. Le abbiamo lasciato ampi margini di libertà, e lo ha fatto. Ha voluto inserire in questo “quadretto” anche pomodori, vino e uva. Perché? Forse li considera simboli di italianità. Forse li reputa effigi di un’enogastronomia che in effetti è una delle caratteristiche più emblematiche del nostro paese. Probabilmente sì, è andata così. Ma se invece sapesse che siamo in estate, che l’estate è una stagione e avesse quindi apposta scelto materie prime tendenzialmente estive?
Ugo Fontanone non è la prima persona che mi viene in mente parlando di AI. Però ama Tim Burton e la sua creatività, vede nello zabaione un gesto emotivo più che una ricetta, disegna piatti che sono specchio della sua anima, ama scherzare con le persone a cui vuole bene, pesa le parole come si fa con lo zucchero e la farina in pasticceria. Tutte caratteristiche che, trasversalmente, sono necessarie in un dialogo con una AI. Perché serve tutta l’onestà necessaria a guardarsi allo specchio per confrontarsi con un’altra intelligenza (specie se artificiale), che è simile alla quantità che serve per decidere di conservare, evolvere, portare avanti per 25 e oltre anni una Taverna tanto speciale.
Sono piatti fatti di colori, geometrie, dettagli non lasciati al caso
Parlando di estate, cito Ugo in una sua intervista: «Scegliere un piatto simbolo dell’estate non è semplice. È una stagione che mi mette in difficoltà, e che forse amo meno delle altre. Ma, come succede per le cose che ci piacciono meno, e che siamo ugualmente destinati ad affrontare, diventano nel tempo sfide. E le sfide ci mostrano spesso cosa siamo, più delle cose che ci piacciono e che ci vengono bene. Per rispondere direi salumi, formaggi, frutta, vino fresco, leggerezza… Ecco la ricetta dell’estate».

Partecipiamo anche noi alla sfida della “ricetta dell’estate”. Non usiamo l’intelligenza artificiale, ma facciamo parlare i piatti, quelli che negli anni abbiamo fotografato alla Taverna di Frà Fiusch. Sono piatti fatti di colori, geometrie, dettagli non lasciati al caso (da lettori), e di consistenze, profumi, acquoline mal celate (dal vivo). Sono invenzioni e giochi di materie prime: il primo che viene in mente pensando a Frà Fiusch è l’iconico pesche e funghi, che è tanto curioso quanto semplice, nell’unione spontanea di due simboli estivi mai troppo in dialogo fra loro (nella società standard si intende, non nella mente di Ugo). Poi sì, concordiamo, ci sono i salumi (spesso con i formaggi), ma da piemontesi è complesso rinunciare al gusto di un vitello che, malgrado la distanza dal mare, qui è spesso “tonnato”, senza troppe discussioni. E, a proposito di mare, uno dei must estivi è la focaccia bianca. Spesso ligure: quella del dopo bagno, delle gocce d’acqua salata che la inzuppano perché è tanta la fame, poca la pazienza. Poi sì, ci sono i pomodori, che non sono solo la freschezza, ma perfino la sapienza dei nonni che fino all’ultimo ci hanno ripetuto: «Che buona una fetta di pane e pomodoro con un filo d’olio». Frasi di quella pasta lì, sagge e sincere, ci mancheranno sempre di più.

La Taverna di Frà Fiusch è il tipo di ristorante o taverna od osteria, in cui porti una fidanzata, una moglie, un paio di colleghi giornalisti sempre un po’ difficilotti, un regista di fama globale, un gruppo di amici fraterni. E tante altre figure. C’è un nesso tra questi individui? Non proprio; o almeno il nesso sono lo spettacolo e la poesia di Revigliasco (che si guardi la via ciottolata o le colline) e il menù di Ugo Fontanone e dei suoi ragazzi. Un mix che dà alla luce un luogo in cui si sta bene, e in cui di conseguenza si conducono le persone con cui vorremmo stare bene.
Se siete giunti a questo punto della rivista avrete dato un’occhiata alla cover story (oppure partite dal fondo come si fa con le pubblicazioni giapponesi?), in cui vi sono diverse immagini di giovani donne che leggono, ci osservano, esplorano mondi fantastici e assurdi. Cose da non credere. E invece tocca crederci, perché ormai sono impresse su queste pagine. Io non pensavo mi sarei affezionato così tanto alla Taverna di Frà Fiusch, e invece sì. E non solo per la cucina: schietta, autentica, originale, romantica, curata, spigliata, dritta
al punto. Ma per le storie che vi sono dietro; per i racconti che sono genesi dei piatti; per l’amore per il cibo (alle volte anche litigarello, e soprattutto intenso, come devono essere gli amori) che da quasi trent’anni Frà Fiusch rappresenta.

L’idea è quella di proporti una cucina di cuore che si ispira ai piatti della cucina tipica piemontese, seguendo i ritmi delle stagioni in una chiave più moderna e leggera.
A pochi passi dalla chiesa principale del borgo di Revigliasco trovi La Taverna di Fra Fiusch, che ti accoglie con un’atmosfera fresca ed elegante.
(foto FRANCO BORRELLI)
(Servizio publiredazionale)

