Esiste un paesaggio urbano che racconta ben più di tante statistiche: aree industriali in cerca di nuove funzioni, coworking pieni al lunedì mattina, fabbriche creative nate nei capannoni di ieri. Torino è già cambiata, anche se non sempre ce ne accorgiamo.
Le trasformazioni del lavoro attraversano la città in modo carsico rendendosi visibili nei nuovi insediamenti tecnologici, nei poli universitari che si allargano, nei quartieri che si rianimano attorno a nuove economie, nelle strutture storiche che vengono ripensate per nuovi utilizzi, negli interventi dell’Amministrazione che cerca di assegnare ad alcune aree ruoli forti e determinanti. Penso alla pedonalizzazione di via Roma per un centro moderno e pedonale o alla grande Biblioteca al parco del Valentino come hub culturale con un piglio europeo. Il cambiamento è un percorso complesso e va pensato e inserito in una visione ancora più ampia affinché diventi occasione diffusa, e non solo enclave positiva.
La città ha ancora molte carte da giocare: un capitale umano di qualità, un sistema formativo di primo livello, una tradizione produttiva che ha lasciato in eredità competenze, reti e capacità di adattamento. Questi talenti, oggi, non sono più sufficienti se rimangono capacità riconosciute ma non condivise. È necessario costruire un’economia aperta, capace di dialogare con il mondo, di attrarre imprese, investimenti, talenti. L’internazionalizzazione non è una scelta accessoria, come spesso scrivo in questa rubrica occupandomene direttamente per varie imprese: è una condizione strutturale per crescere. Settori come l’aerospazio, le tecnologie digitali o i servizi avanzati, già oggi mostrano una vocazione globale. Occorre rafforzarla, sistematizzarla, farne una leva strategica.
Per farlo, serve superare la frammentazione
Internazionalizzare Torino non vuol dire solo esportare: significa anche accogliere. Creare un contesto urbano ad ogni livello, in ogni quartiere, capace di trattenere i giovani e attrarne di nuovi, italiani e stranieri. Costruire un ecosistema in cui capitale umano, capitale sociale e capitale finanziario si incontrino e collaborino. Per farlo, serve superare la frammentazione e anche un po’ il provincialismo.
Servono anche e soprattutto esempi di buona gestione della cosa comune, in qualunque area ci si trovi, anche rinnovando alcuni modelli. Ad esempio coinvolgendo i cittadini nel mantenimento degli spazi che sono di tutti affinché nasca un “sentimento nuevo”, come direbbe Battiato, nei confronti della cosa pubblica.
L’esempio dei Giardini di Piazza Maria Teresa, per i quali è in corso un’opera di recupero importante portata avanti da un’associazione di cittadini e coordinata con l’amministrazione, è un’iniziativa da utilizzare come best practice in altre aree cittadine.
Credo davvero che, nelle città del futuro, amministrazioni e cittadini insieme rappresentino il presupposto fondamentale per una vera “innovazione” e un cambio positivo di paradigma nell’interesse collettivo.
