Quante tipologie di ristorazione esistono? Pensiamoci insieme. C’è la ristorazione della tradizione che porta avanti le proprie eredità, c’è quella del business che macina coperti e numeri, c’è quella mirata a un pubblico super specifico (per esempio agli universitari), c’è quella d’alta gamma che parla più di esperienze e meno di piatti… Ci sono veramente tanti modi di intendere la ristorazione, visioni differenti che chiaramente sono mutate nel tempo, perché anche in questo settore ci sono le “mode”.

Guardiamo a Torino, alle sue piole “moderne”, al ramen, agli smashburger… In questo senso un ruolo importante lo giocano i social, e in generale chi racconta il food, perché come aveva profetizzato Baricco: «Se qualcosa non viene raccontata, non esiste». Ma siamo sicuri sia davvero così? In parte sicuramente l’ingranaggio è questo, e gira secondo algoritmi di cui siamo più schiavi che padroni, ma esistono storie che ci raccontano di un’altra realtà. Parallela? No, alternativa.
A Nizza nella città vecchia René fa la sua socca da una vita, senza influencer e digital strategies, semmai con un imponente e sempiterno odore di fritto. Allo stesso modo Gemma continua a preparare i suoi agnolotti in Langa, da tutto il mondo vengono per mangiarli, e quando le chiedono la ricetta del successo lei risponde: «Cerchiamo di non cambiare, la gente si aspetta questo». Magnifico.

Domenico Del Vecchio è chef e patron di una realtà simile a quelle citate, non per l’odore di fritto, ma perché il suo Torricelli è una Bennatiana isola che non c’è, ma che poi in realtà c’è. In che senso? Nel senso che Torricelli se fosse per l’algoritmo dei principali social quasi non dovrebbe esistere. Esageriamo? Forse un po’, ma seguiteci. Il ristorante Torricelli è un classico della ristorazione torinese da circa 15 anni, in Crocetta, un luogo in cui il menù cambia con le stagioni, ma certi classici qui li troverai sempre (vedi al capitolo insalata di mare). Non urla la sua identità, ma la custodisce.
Infatti, Domenico rilascia qualche dichiarazione ogni tanto, senza eccedere, come in cucina. Lo fa perché è uomo schivo? Magari un po’, ma la ragione vera è che tutela Torricelli e chi lo sceglie, sempre. Ha clienti che vengono qui anche cinque volte a settimana, che dialogano con lui per decidere cosa mangiare, o che arrivano già con delle “voglie” precise cui cercano una risposta. Domenico tiene sempre un tavolo libero per i suoi clienti abituali, con buona pace del TFF, delle ATP Finals o di qualunque altro evento che riempie la città. L’ha raccontato a noi e ad altri prima di noi: «Lascio la possibilità di trovare posto. Ho clienti che sono qui quasi ogni giorno e mi sembra una premura giusta».

E potrebbe esserlo Domenico, certamente, ma non lo è in un mondo in cui esistono ristoranti con il numerino per il turno e i tavoli con timing definito per il pasto. Mia nonna quando faceva i tortelli si prendeva il tempo che serviva, non un’ora di più né una di meno. Lo faceva perché a tirare la pasta, preparare il ripieno, chiudere a mano… ci vuole non poco, ma soprattutto perché sapeva che il valore di quei tortelli risiedeva anche nel tempo della loro genesi.
Il ristorante Torricelli è un ritmo diverso, un po’ desueto (come la parola “desueto”) che ha deciso di vivere a un ritmo suo, che vibra alla stessa frequenza di chi continua a sceglierlo. Proprio perché vi ci trova una “lentezza” che profuma della voglia di prendersi cura dei cibi e delle persone. Senza eccessi, senza voli pindarici, ma con tecnica e sapienza, quella conquistata negli anni, quella che l’algoritmo non riesce a spiegarsi.

