In un’edizione fortemente dedicata al dialogo tra territorio e mondo, tra radici e connessioni internazionali, per dare ulteriore energia a questo Speciale Food Autunno, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con Valentina Arzilli, co-owner & CEO di La Perla di Torino.

Perché? Perché è la case history perfetta, l’ingranaggio che ci mancava: una storia di identità torinese che ha conquistato il mondo, rimanendo fedelissima alla propria città. Oggi esporta in 36 Paesi del mondo e l’export rappresenta il 56% dell’operato, ma il cuore dell’azienda batte ancora saldamente in via Catania, a Torino.
Valentina, come si usa fare, saremmo partiti dall’inizio…
«Volentieri. La storia dell’azienda inizia nel 1992, oltre trent’anni fa. Io arrivo dopo, inserendomi nel solco del gran lavoro portato avanti da mio padre Sergio».
Primissima “missione”?
«Nello specifico quella di portare sul mercato i nostri tartufi di cioccolato, all’epoca poco promossi, ma molto interessanti perché essendo un prodotto complesso davano la possibilità di esplorare parecchio tra gusti e formule diverse».
Quello è stato l’avvento della “seconda generazione”?
«A me piace dire che è stata un’iniezione di energia. Quando sono entrata in azienda c’erano un negozio, cinque collaboratori e poche ricette. Riorganizzazione manageriale, operazioni di marketing, studio del prodotto e delle nuove prospettive di mercato… sono arrivate con il mio ingresso in azienda. Tutte cose ovviamente favorite dalle solidissime basi che ho trovato».

È tanto diversa La Perla di Torino di oggi rispetto a quegli anni?
«Sì e no. Nel senso, sicuramente lo è per metodologie, espansione del mercato e della produzione… ma il cuore sotto è molto simile. Oggi siamo un’azienda che produce, vende ed esporta prodotti premium a base di cioccolato in quasi quaranta Paesi del mondo, ma l’anima e la “base” sono ostinatamente torinesi».
E questo fa parte anche delle vostre strategie di marketing?
«In realtà fa parte di tutto il nostro mestiere. Per noi l’identità è uno degli ingredienti più importanti dei prodotti. Onorare le radici per portarle nel mondo è una componente chiave del nostro cioccolato. “Posizionarsi” non significa sedersi affianco ai “big”, ma avere un’identità definita, riconosciuta e riconoscibile, testimone di questo territorio ovunque. Nei prodotti La Perla di Torino c’è l’azienda del 1992, lo stabilimento di produzione di Lungo Dora Colletta, le storie delle famiglie che condividono con noi questo percorso…».
Come ci si prende cura di tutto questo?
«Anzitutto prendendosi cura delle persone, che sono la materia prima più preziosa che trattiamo. La sostenibilità deve essere prima di tutto umana, il resto viene di conseguenza, anche i risultati. Poi serve tanta ricerca: oggi è impensabile creare prodotti senza confrontarsi con le evoluzioni del mercato e delle abitudini delle persone. Le nostre ricette sono da sempre senza glutine, ma producevamo proposte vegane già 15 anni fa quando nessuno ne parlava… Non per una scelta di immagine, ma perché per noi prendersi cura significa ascoltare le necessità di tutti».
Accanto alla ricerca però c’è sempre la tradizione?

«Assolutamente sì, ed è un tema su cui non abbiamo mai fatto un passo indietro. Nonostante i rincari e i problemi di approvvigionamento la nostra volontà è sempre stata quella di mantenere prodotti di qualità e “originali” senza gravare troppo sulle tasche dei nostri clienti. E i loro riscontri ci hanno dato ragione. Peraltro, recente novità è che abbiamo “aggiornato” la ricetta del nostro giandujot, oggi estruso, con il 31% di Nocciola Piemonte IGP e qualche piccola rivoluzione nella produzione… Perché non ci piace stare mai troppo fermi».
Ed è buono?
«Buonissimo!».
(foto LA PERLA DI TORINO)