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Venezia

Arte, sapori e incanti della 'città meraviglia'

di GUIDO BAROSIO

Inverno 2020

PREPARIAMOCI AL CARNEVALE E ALLA PRIMAVERA RISCOPRENDO LA ‘CITTÀ MERAVIGLIA’ NELLA SUA VERA ANIMA: RAFFINATA E GOLOSA, POPOLARE E INCONSUETA, PRONTA A STREGARVI INESORABILMENTE. A PATTO DI USCIRE DAI LUOGHI COMUNI, DISPONIBILI A PERDERVI OGNI GIORNO SPALANCANDO GLI OCCHI

Ogni volta che osservo Venezia non penso a una città costruita sul mare, ma a una meraviglia emersa dalle acque e concepita da Poseidone. Capolavoro anfibio che, in azzardato e perpetuo equilibrio, dialoga tra due mondi confinanti: uno ‘sopra’, alla luce del cielo, e l’altro ‘sotto’, dove la mitologia colloca tritoni, oceanine e naiadi. La relazione intima tra Venezia e il mare ha messo in scena orgoglio e paura, identità e genio applicato, arte in tutte le possibili forme e incalcolabile ricchezza, ma anche qualche disastro riparato con fatica. Nulla è mai stato semplice in laguna, dall’edificazione di un palazzo nobiliare al trasporto della lavatrice. Se la città è unica, gli abitanti non sono da meno: geniali e provocatori, meticolosi conoscitori di ogni mattone, gradino, ponte, passaggio e scorciatoia, commercianti nati, indolenti e melanconici, allegri oppure irritanti senza motivo apparente, innamorati di loro stessi senza pudore, sanno muoversi a piedi come nessun altro cittadino al mondo, parlano la loro lingua in frasi che sembrano fatte di una parola sola. Amichevoli? Spesso. Ostili? Anche.

Piazzetta San Marco

Una tribù che galleggia dal 25 marzo del 421, data della fondazione leggendaria, episodio peraltro mai confermato. Quello che sorprende ancora oggi ogni architetto è l’impianto urbanistico: 118 isole, collegate da 436 ponti, ospitano edifici costruiti su piattaforme in legno, sostenute a loro volta da un’incalcolabile numero di paletti piantati sott’acqua, più di un milione per sorreggere solo la chiesa della Salute. Domanda ovvia: dopo centinaia di anni, perché non sono marciti? Semplice: il legno sommerso, a causa della mancanza di ossigeno, non si deteriora. Anzi: l’acqua salata lo pietrifica rendendolo sostegno ideale. Venezia oscilla ma resiste.

Piazza San Marco

In una sera lontana al Teatro Malibran (era il 1983) avvertii la breve scossa del terremoto. Tutto sembrò oscillare e poi si assestò, col suono sordo del fasciame navale quando incontra la tempesta. Gli anni hanno segnato un significativo declino demografico e un arretramento del mercato turistico, severamente colpito dalla pandemia. Nonostante tutto il veneziano resiste, accomodato tra le proprie meraviglie sa di aver dominato il Mediterraneo, tenuto testa ai turchi e alla peste, ed essersi sbarazzato di austriaci e francesi. Certo che oggi le sfide sono più ambigue: l’emergenza ambientale, l’acqua alta (sempre più alta e speriamo che il Mose funzioni), l’incertezza economica, un futuro da riprogettare. Ma se vivi nella città gioiello (la parola Venezia è da sempre tra le prime conosciute a livello mondiale), una soluzione la troverai comunque. Io sono arrivato per la prima volta in piazza San Marco quando avevo quattro anni.

Il Ponte di Rialto

La foto, scattata dai miei genitori, mi coglie, piangente, circondato dai colombi, uno in testa. Difficile immaginare che fosse l’inizio di una lunga storia d’amore. Passano 20 anni e sono di nuovo a Venezia, è il 1981, secondo anno del Carnevale del Teatro, concepito da Maurizio Scaparro per la Biennale. Le prime tre edizioni della manifestazione furono epocali: il teatro veniva celebrato nelle grandi sale (La Fenice, il Malibran, il Goldoni e il Ridotto), ma anche ovunque nella città, con spettacoli improvvisati, performance, feste. Partecipavano tutti – veneziani, attori e turisti – si animavano sontuose feste private, tornavano, come per incanto, le maschere della commedia dell’arte. Scaparro – regista e organizzatore come mai nessuno prima di lui, e neanche dopo – ricorda così la sua creazione: «Provocare, anche in un tempo breve in uno spazio limitato, uno scambio di ruoli e una confusione di linguaggi, interrogare chi fa il teatro e chi lo frequenta sulle nostre sorti future di clown, mi sembrava urgente e forse necessario. Il Carnevale del Teatro è nato così. Il pubblico, gli attori e, perché no, il caso hanno fatto il resto. Abbiamo buttato in piazza tutti gli ingredienti che nei secoli hanno fatto teatro e hanno fatto carnevale: il trucco, il travestimento, la maschera, il gesto, la musica, la parola… In fondo abbiamo unito tre parole come carnevale, teatro e Venezia, perché collegate insieme potessero assumere un valore originale, un senso e un significato diversi, indicazione di una esperienza irripetibile altrove».

Riva degli Schiavoni

Il carnevale di quegli anni – spontaneo, raffinato e popolare al contempo – avrebbe lasciato un segno indelebile, riannodando la storia con i fasti formidabili della città settecentesca. Ma il meccanismo era anche delicatissimo, fragile, messo in evidente pericolo dalla prossima invasione dei turisti. Un meccanismo che non poteva durare. Di fatto il terzo anno, il 1982, dedicato a Napoli, fu l’ultimo. Dopo la Biennale si sfilò e il Carnevale venne ‘istituzionalizzato’ perdendo quei brividi e quello smalto. Ma Venezia si arricchì di una nuova stagione e seppe capitalizzarla: alberghi e ristoranti assediati, laboratori di maschere, eventi e mostre. Come sarà nel 2021 dal 6 al 16 febbraio – non è ancora dato sapere: la volontà c’è nonostante le restrizioni in agguato, servirà fantasia e accortezza come mai sinora. D’altra parte non mancano i precedenti. Durante il Settecento – quando i fasti della Repubblica stavano per tramontare, ma Venezia ancora lo ignorava – non c’era guerra o crisi che fermasse le celebrazioni tanto attese. Alvise Zorzi, nel suo ‘La Repubblica del Leone’, ce le racconta con queste parole: «Venezia non era mai stata così bella e così lieta… Era il carnevale, un carnevale lunghissimo: più di cinque mesi in cui era consentito a chiunque, dal doge all’ultimo mendicante, di uscire col volto nascosto da una maschera, la famosa bauta incorniciata dal domino nero… Tutti in maschera, a Venezia, anche il nunzio apostolico e il guardiano dei frati cappuccini… una folla inverosimile riempiva la Piazza, migliaia e migliaia di persone nei travestimenti più bizzarri, Arlecchini e Pantaloni, e Pulcinella e Balanzoni e Brighella, e innumerevoli altre figurazioni, satiri e diavoli e pescatori, vecchie col gatto in fasce tra le braccia, re, medici, finti patrizi, finti assassini da strada, finti gobbi, finti gondolieri, finti carbonai… baracconi delle belve feroci, banchi degli indovini e dei ciarlatani… Sul carnevale guadagnavano tutti. È normale che un’economia in dissesto protegga l’unica industria redditizia che le rimane».

Pensate che la Signoria tenne addirittura nascosta la morte del doge Renier per non guastare i guadagni. Io il carnevale l’ho vissuto per 20 anni consecutivamente, con la bauta (più un’altra decina di maschere), mantello a ruota e senza atteggiamenti da ‘foresto’ – il visitatore, in accezione non esattamente amichevole. Dopo e durante (quanti viaggi, se li compongo insieme fanno più di un anno della mia vita) gli amici veneziani, gli approdi sicuri e i tanti reportage in laguna (a volte da residente) mi hanno consentito un approccio ideale, o almeno plausibile, alla città che vi riassumo con piacere, in sei mosse.

Campo San Giovanni e Paolo

Prima: non evitate di perdervi, ma ‘cercate’ di perdervi. A Venezia il percorso per linee rette è bandito dalla toponomastica, i luoghi appaiono prossimi senza esserlo mai. Così lo smarrirsi diventa un’arte, tra numeri civici sparsi senza logica (assassini braccati e perseguitati in cerca di nascondigli hanno sempre avuto vita facile) e ‘corti sconte’, come quelle di Hugo Pratt. Seconda: non prendete appuntamenti precisi. Ci si infila in un negozio di maschere o in una libreria, si entra in una chiesa (ce ne sono ben 137, più di una per isola) e si scoprono dipinti, pale d’altare e affreschi: un museo ‘per coriandoli’ diffuso ovunque. Quindi il tempo non lo dettate mai voi, solo i più esperti guardano avanti senza fermarsi, perché hanno già visto se non tutto almeno molto.

Il Palazzo dell’Arsenale

Terza mossa: trovatevi una barca. Venezia è una città che emerge dalle acque e che dalla sua dimensione liquida merita di essere ammirata, perché diversa, perché più intima e onirica, perché vi sembrerà di varcare una porta nel tempo. Per fare questa esperienza non ci sono servizi disponibili, ma solo amici, complici, battellieri in gironzola. Servono incontri fortuiti, cercateli. Quarta: non dite mai ‘ripasserò’, ripasserò è una chimera. Chi stabilisce un programma a Venezia come fosse a Parigi merita pienamente l’affanno che lo coglierà; inoltre, da queste parti i luoghi sembrano scomparire, o forse scompaiono davvero. Anch’io ho perso almeno un paio di ristoranti (uno con gnocchi buonissimi, ingoiato da chissà quale svolta malandrina), una decina di negozi e la via per l’alloggio più volte. Quinta: se saprete ascoltarla, Venezia vi ricompenserà sempre, anche se le dedicate poco tempo. Nella lista delle città da visitare almeno una volta nella vita, la metto sempre al primo posto proprio per questo. Non esiste luogo al mondo che possa offrirvi la propria anima già subito al vostro arrivo. Appena usciti dalla stazione di Santa Lucia salite sul ponte degli Scalzi è Lei vi si manifesta immediatamente, col Canal Grande e la chiesa di San Geremia. Dopo si continuerà così, ogni sguardo è storia, bellezza, identità di un luogo come nessun altro.

ll Ponte degli Scalzi sul Canal Grande

Venezia è la città che non si riesce mai a vedere tutta, ma che puoi ‘afferrare’ in soli 15 minuti. La sesta e conclusiva mossa suona come la diretta conseguenza della precedente: non vivete come frustrante la mancanza di qualcosa che avevate messo in programma, perché finisce sempre così. Venezia è come la biblioteca di Borges: più la si conosce e più si comprende che non ne sapremo mai a sufficienza. E qui entrano in gioco tanti elementi già citati: la toponomastica, i tempi che si fanno beffa dell’orologio, l’esoterismo dei luoghi, orari di tutto al limite dell’anarchia… Ma quei posti che non vedrete – tutti ne abbiamo uno, io la chiesa dei Miracoli, ad esempio – saranno il motivo fondante di un prossimo viaggio. Ah, dimenticavo: il ritorno è inevitabile, Venezia ti incatena con quelle luci sempre diverse che accarezzano le pietre e, come la ‘festa mobile’ di Hemingway, te la porti sempre appresso. Veniamo ai nostri appunti di viaggio.

Consigli per un viaggiatore che non vuole fermarsi alle apparenze: arte, sapori e maschere, per intenderci. Club dell’incisione, atelier aperto e casa editrice, attraverso il Centro Internazionale della Grafica, questa è la poliedrica attività di Venezia Viva: raffinata realtà culturale raccontata dalla piccola e curata pubblicazione che ne porta il nome. Il cuore di tutte le attività è Atelier Aperto (San Marco 1878/A – Tel. 041.5232138), dove troverete incantevoli libri d’arte stampati con le antiche tecniche, grafiche firmate dagli autori e splendide carte che restano ‘fogli’, ma possono anche diventare preziosi complementi d’arredo. L’ultimo ‘oggetto’ della maison è il ‘Gioco del pesse novissimo’: rivisitazione cartografica veneziana del gioco dell’oca, dove le pedine sono piccoli vetri di murano e ogni tassello del tabellone è illustrato da artisti internazionali. E adesso si va per sapori.

Cominciamo con la colazione, dove è d’obbligo una sosta da Rosa Salva (Campo Santi Giovanni e Paolo 6779 – Tel. 041.5227949). Questa è la migliore pasticceria/caffetteria della città: i suoi croissant ma, soprattutto, i celebri budini di semolino lasciano un ricordo che si rinnova a ogni viaggio. Il nostro primo approdo gourmet è Bacarretto Bistrot – Il Siciliano (Sestiere di Santa Croce 2098 – Tel. 041.2007667), dove il nome è la somma di due concetti: il carretto siciliano e il bacaro di queste parti. La scelta del proprietario, Marco Accardi, palermitano DOC, potrebbe sembrare bizzarra – proporre nel cuore di Venezia i sapori della Vucciria – ma il risultato è di tutto rispetto. La carta cambia in continuazione, seguendo l’offerta stagionale e le tradizioni isolane, con pochi piatti principali e tante microportate: golosi cicheti siculi che attraversano il Mediterraneo per approdare in laguna, in fondo una storia antica che sa di mare. Da menzionare gli arancini, che ci sono sempre, e un cardo gratinato con pecorino, pinoli, uvetta e pangrattato, che non c’è sempre ma sperate che ci sia.

Guido Barosio con Marco Accardi

Affiancano il proprietario la mamma, Maria Carmela, e la sorella Carla. Ci vanno tanti veneziani e pochi turisti, una ragione in più per metterlo in agenda. E adesso la tradizione, quella che se non la incontri vuol dire che una città è morta, quella che resiste solo perché trova l’interprete giusto, quella dove i piatti sono buoni perché dietro c’è un imprenditore esigente e innamorato. Stiamo parlando del ristorante Alla Palazzina (Ponte delle Guglie, Cannaregio 1509 – Tel. 041.717725) e del suo patron: Tommaso Sichero. «La storia della Palazzina inizia nel 1914 ed è legata ad Alessandro Basso, nobile e filantropo di Cannaregio. All’epoca era un locale storico frequentato da chi lavorava al macello. Una clientela popolare che si nutriva di cicheti ed esagerava regolarmente con le ombre. Il piatto forte era il risotto con le secoe, la parte della carne che restava attaccata alle vertebre e non costava quasi nulla. Poi la storia cambiò e le vicende del locale si legarono al Casino di Cannaregio. Io arrivai giovanissimo, nel 1990, quando avevo 19 anni. Prima in società e poi da solo. La mia preoccupazione fu quella di non essere ostaggio dei cuochi, che facevano un lavoro stagionale e ti mollavano appena gli faceva comodo. Così ho studiato il mestiere e sono andato in cucina. In principio fu un incubo. Lo sai quando ho provato davvero paura in vita mia? Nel momento delle comande che arrivavano in contemporanea: 10, 20 clienti da servire assieme e tutti con ordinazioni diverse».

Quanto conta oggi la passione?

«Mi viene da dire: tutto. Con la passione scegli le cose migliori che il mercato ti offre. Con la passione esplori le antiche ricette per riproporle anche senza guadagnarci. Per esempio in questi giorni, per la festa della Madonna della Salute, abbiamo fatto la castradina: una zuppa popolare che risale ai tempi della pestilenza e ne celebra la conclusione. Venezia è sempre stata generosa coi suoi figli, e alimentava gratuitamente gli appestati con dei cosciotti di montone salati: venivano lanciati nelle isole dove si trovavano i malati. La ricetta si completa con foglie di verza, cipolle e vino. Nei secoli a seguire presero a mangiarla tutti, indipendentemente dal reddito, sempre nella stessa data. Oggi è evidentemente un piatto antieconomico: costa molto e rende poco, ma noi dobbiamo sempre proporre la migliore castradina di Venezia». Tommaso lo staresti ad ascoltare per ore, quando ti parla della sua Venezia, anche nei momenti difficili.

«Noi non abbiamo vissuto due ondate di crisi, ma tre. La prima nel novembre 2019, con un’acqua alta devastante. Mai visto niente di simile: il vento strappava tutto e nei canali c’erano le onde, come in mare. Era stata annunciata un’altezza – notizia indispensabile per mettere le cose al riparo – che poi è stata superata di mezzo metro. Ogni minuto ci dicevano una misura diversa, l’ultimo messaggio è stato ‘scappate’. Poi il disastro. Se Venezia deve risollevarsi servono progetti, visioni ambiziose. Oggi siamo ostaggio di un turismo mordi e fuggi irrispettoso, gente in pantaloncini che mangia panini in piazza San Marco, gente che non spende un euro in città e che lascia tutto sporco. Invece abbiamo bisogno di un turista intelligente, che sappia amare davvero la nostra arte. Dobbiamo riconquistare un mercato di livello e prestare grande attenzione all’ambiente. La laguna è un ecosistema delicato, se non la si tutela avremo un lago, o, peggio, una palude».

E il carnevale?

«Negli anni d’oro, è stata una grande festa di popolo. Il carnevale di Venezia può essere qualcosa di unico al mondo e deve tornare così». Alla Palazzina, dove ci ha portato Alberto d’Este, profondo conoscitore di cose veneziane, l’amico che tutti vorrebbero in città, abbiamo mangiato (e bevuto) benissimo. Della castradina abbiamo già parlato, ma quello che più ci ha sorpreso è stato il fritto di pesce. Leggero come una nuvola nei quadri di Canaletto, misura matematica in ogni ingrediente. Il migliore provato in vita mia? Probabilmente sì. A poche centinaia di metri si apre l’antico ghetto di Venezia: atmosfera unica, storie antiche, arte e sapori che ti fanno fare un balzo indietro nei secoli.

Il ‘fritto’ della Palazzina

Gam Gam (Cannareggio 1122 – Tel. 366.2504505 ) è qualcosa di più di un ristorante: racconta l’approdo in laguna del popolo ebraico e ne propone il grande patrimonio gastronomico, ma non solo. Il suo nome vuol dire ‘questo e quello’, perché le portate sono solo in parte filologiche, col menù arricchito da piatti italiani e internazionali. «Noi in realtà tuteliamo le preparazioni kosher – spiegano i titolari – che possono essere applicate a ogni ricetta». Vanno provati senza indugi gli antipasti israeliani, con humus e falafel, la mussakà Gam Gam, il celebre gefilte fish e i dolci della casa, buoni come quelli gustati a Tel Aviv.

Nel ghetto si trovano le due gallerie (una con studio) di Michal Meron, pittrice, e Alon Baker, editore e artista a sua volta. Nel loro The Studio in Venice (Cannareggio 1152 – Tel. 041.5208997) entri e sgrani gli occhi.La tradizione ebraica esplode di colori sgargianti e allegri, decine e decine di figurine anima no il testo sacro della Torah, gli spazi del ghetto, scene di vita e di storia veneziana, le festività tradizionali della comunità. E poi ci sono i gatti, amatissimi da entrambi e sovente accomodati nello studio. Gli adorabili felini hanno anche una serie di quadri tutti loro, dove vengono ritratti nello stile dei grandi maestri dell’arte: Leonardo, Van Gogh, Picasso, Mondrian, Warhol, Monet… La Torah di Michal è un capolavoro dell’illustrazione sacra, un must proposto in tre diversi formati, che permette di essere ‘letto e compreso’ anche solo scorrendo le immagini. L’artista ha uno stile tutto suo, anche se, quasi per un omaggio, viene spontaneo cercare collegamenti con le opere di Chagall e Miró.

Alon Baker nel suo studio con Guido Barosio

Ed è arrivato il momento delle maschere, tappa d’obbligo Ca’ Macana. Se venite a Venezia per il carnevale probabilmente ci passerete mezza giornata, se invece ci andate in un’altra occasione… anche. Il nome è uno solo ma le botteghe, ormai da tempo, sono due. Perché il team dei fondatori, pur restando legato da amicizia, si è separato. Da Ca’ Macana Venezia (Dorsoduro 3172 – Tel. 041.2776142) è possibile scegliere tra un’infinita gamma di prodotti artigianali, rigorosamente confezionati nel laboratorio, ma ci si può anche cimentare nei ‘corsi per amatori’, dove realizzare la vostra maschera personalizzata. I titolari sono Antonella Masnata e Mario Belloni, l’artista. Non aspettatevi i consueti prodotti sul tema, che si vendono ovunque in città e spesso vengono realizzati molto lontano da Venezia. Anche le maschere più classiche, come le baute (imprescindibili e altere icone del carnevale) o quelle della commedia dell’arte (Zanni, Arlecchino, Pantalone, Pulcinella…) rivelano una forte personalità, una cura nei dettagli che le fa subito amare e rende difficile la scelta. I prezzi, in entrambi i negozi, partono dai 50 euro e salgono, anche di molto, per i pezzi più pregiati.

Ca’ Macana, Venezia

Si trova invece a Cannaregio 1374/75 Cà Macana Atelier (Tel. 041.718655): la boutique laboratorio di Carolina Vicente e Carlos Brassesco, argentino, talento assoluto particolarmente amato dai registi cinematografici. Ed è proprio seguendo una marcata ‘nota scenica’ che si è sviluppata la loro attività. Queste maschere sono state utilizzate – e qualche volta appositamente concepite – per ‘Il mercante di Venezia’ con Al Pacino, per il ‘Casanova’ della Disney, per ‘Eyes Wide Shut’ di Kubrick. Attualmente lavorano a un thriller ecologico di Álex de la Iglesia e per ‘Di la dal fiume e tra gli alberi’, tratto dal romanzo di Hemingway. Carlos concepisce e realizza sogni portatili e indossabili, non sono solo belle maschere, le sue hanno un tocco in più, qualche piccola variante che le rende inconfondibili, un irresistibile profumo di cinema e di teatro.

Guido Barosio con Carlos Brassesco

Amate risolutamente i libri e i gatti tanto da non essere in grado di farne a meno? Bene, allora non entrate mai nella Libreria Acqua Alta (Calle Longa Santa Maria Formosa 5176/B – Tel. 041.2960841), potreste rimanerci per sempre. Il suo motto è «e più de milieu ga dito che sta libreria la più bella del mondo in verità la sia», difficile dargli torto. Acqua Alta, fondata da Luigi Frizzo, e condotta dal figlio Lino, espone: migliaia di libri nuovi (selezionatissimi, e tutto, proprio tutto, su Venezia) e volumi vintage (ottimi prezzi), per la maggior parte sistemati su scaffali e ardite colonne, un buon numero dentro una gondola che domina l’ingresso, e poi ci sono una poltrona sul canale, un’atmosfera sospesa nel tempo e tanti meravigliosi gatti, che si muovono da padroni e sembrano quasi consigliarti. I libri violentati dalla piena del 2019 sono diventati opere d’arte e installazioni permanenti. Acqua Alta, l’indirizzo che vale il viaggio.

La Libreria Acqua Alta

Dominique, il gatto della Libreria Acqua Alta

Se avete in programma un viaggio del genere non potete finire in un albergo qualunque. Così vi consiglio una soluzione di forte personalità, ideale anche nel caso di un soggiorno breve. Per stare comodi, per essere centrali, per avere a disposizione tutti i comfort di un alloggio ampio e accessoriato, potete contattare direttamente Adriana Scarpa, la nostra padrona di casa: 349.6222630. Tre le case disponibili: due sono in Campo San Lorenzo, a dieci minuti da piazza San Marco, e possono ospitare quattro oppure cinque persone, l’altra, vicinissima al ponte di Rialto, è ideale per due coppie. Gli appartamenti sono perfettamente accessoriati (cosa non semplice da trovare in Venezia) e dispongono di un ampio spazio cucina. Chiavi in tasca e totale autonomia, traghetti in assoluta prossimità, il piacere di sentirvi veneziani tra i veneziani. Il budget richiesto è più che ragionevole: si parte dai 150 euro al giorno, più 50 per le pulizie. Naturalmente la cifra può alzarsi nei periodi di punta, ma ci sono anche offerte per la bassa stagione. Chi preferisse prenotare su Airbnb, o avere maggiori informazioni, cerchi i due alloggi di Campo San Lorenzo a questo link e a quest’altro link, mentre quello di Rialto si trova a questo indirizzo.

Chi sono i vostri clienti?

«Attualmente riceviamo molti stranieri. È una clientela colta che ama qualcosa di differente dal solito».

Perché hai scelto quest’attività?

«Sono architetta e ho seguito diverse ristrutturazioni a Venezia. Così ho imparato bene cosa serve per adeguare un alloggio in laguna a tutte le esigenze ideali per l’accoglienza. Dopo è stato naturale seguire il medesimo percorso per le mie case. Non le ho concepite per dei turisti ma per me stessa, e chi viene a viverle se ne accorge, capisce di entrare in una vera casa».

Adriana Scarpa

Il nostro itinerario termina con una piccola, indimenticabile escursione a Burano. Neanche mezz’ora di battello e si cambia mondo, anche nella stagione di punta l’isola non è mai affollata come Venezia. Ma il nostro consiglio è di venirci nei ‘mesi morti’ e mai nel fine settimana.

I canali di Burano

Allora è davvero magia: Burano vi si offrirà con la sua tavolozza di casette colorate – che così le potete trovare solo a La Boca di Buenos Aires – ancora tutte abitate dagli abitanti del luogo (si capisce dai panni stesi ad asciugare), i discendenti dei pescatori che le dipinsero. La ragione? Nelle giornate di nebbia la tinteggiatura vivace, e differente da casa a casa, serviva per individuarle senza problemi. La parata più abbagliante e fiabesca si trova in Corte Comare.

Burano, Corte Comare

È un luogo un po’ più ‘sconto’ (nascosto in veneziano) degli altri ma, attorno a un prato all’inglese, nessun colore manca all’appello: rosso, giallo, blu, verde, celeste, arancio, rosa… Quando la laguna sembra incontrare la penna dei fratelli Grimm, quando in un viaggio non hai sbagliato una sola tappa. Adesso è ora di partire.

Casa di Corte Comare

 

Ristoranti e mete da non perdere

Rosa Salva

Bacarretto Bistrot – Il Siciliano

Ristorante Alla Palazzina

Gam Gam

The Studio in Venice

Ca’ Macana Venezia

Libreria Acqua Alta

Burano

 

(Foto di MARCO CARULLI)