Torino, Estate 2024
Ma come volete che siano le vacanze? Ma smart, no? Intelligenti: non come quelle di Remo e Augusta Proietti nel celeberrimo episodio del film Dove vai in vacanza? (1978), bensì come quelle di Non c’è campo (2017), un simpatico film su un gruppo di liceali in gita in un paesino del Salento e sulle loro reazioni alla scoperta di “non avere campo”. Ma non è necessario andare in Salento per sconfiggere la nomofobia: io, ad esempio, trascorrerò le mie vacanze a Torino, in maniera inconsueta.
La nomofobia (così si chiama la sindrome da disconnessione) è certamente un disagio più da adolescenti, ma non sono pochi gli adulti che ne presentano chiari sintomi. Quindi, prima di arrivare a tanto, credo proprio che quest’agosto mi regalerò un periodo di detox tecnologico, complice l’usanza italica di sospendere, proprio in agosto, la gran parte delle attività aziendali e professionali.
Per un buon detox tecnologico basta seguire poche regole, che gradualmente ci libereranno dalla dipendenza da smartphone, tablet, internet, social, e Torino è la città ideale, smart anche in questo, per questa sfida: si può cominciare da poche ore, per esempio “dimenticando” a casa il cellulare durante una passeggiata in uno dei tanti parchi della città, e proseguire a cena con amici, magari privilegiando quei locali che hanno iniziato la sana abitudine di bandire l’uso del cellulare, con piccole attenzioni in più per i clienti disciplinati.
Insomma, nel giro di una settimana è possibile riuscire a trascorrere intere giornate senza degnare di alcuna attenzione qualunque cosa funzioni con l’energia elettrica.
Ma non è necessario andare in Salento per sconfiggere la nomofobia
È vero, ormai il paradigma always-on, amplificato dal biennio pandemico, sembra irrinunciabile: utilizziamo spesso l’alibi dell’eventuale emergenza di un familiare o di un amico, ma allora usiamo l’espediente di condividere il nostro percorso disintossicante con un nostro convivente, alternando questi periodi di disconnessione prolungata.
Sono assolutamente consapevole che non è affatto un impegno semplice: non a caso sono rintracciabili in rete tanti siti pieni di consigli utili, e inoltre sono nate organizzazioni che accompagnano in questi percorsi di disintossicazione. Ma se questo non bastasse, esistono certamente soluzioni più drastiche, come quella raccontata da Eric Brende, ricercatore del MIT (Massachusetts Institute of Technology) nel suo libro Meglio senza (Ponte alle Grazie, 2005), la sua provocatoria avventura in un villaggio amish, tra calessi e tinozze per il bucato: un libro che ho letto e che mi ha fatto molto riflettere sui ritmi e le priorità che la nostra organizzazione sociale andava subdolamente affermando già una ventina di anni fa.
Nelle nostre vacanze smart, quindi, impariamo a preferire spazi e tempi che ci aiutino a liberarci dalla dipendenza tecnologica che tanti danni rischia di provocarci: danni psichici, sebbene il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), non lo riconosca formalmente; ma anche fisici, come ci informa dal suo sito l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche: «… Sono sempre di più le persone che soffrono di disturbi come per esempio il “texting neck”, ossia il cosiddetto collo da SMS: continuare a guardare lo schermo tenendo la fronte verso il basso è come avere un bambino di 7Kg sul collo, ogni volta».
Buone vacanze, dunque, e che siano smart, ovviamente.
