Ci avete fatto caso? Ormai ogni oggetto che compriamo ha una memoria: dagli ovvi PC e smartphone, fino ad arrivare a inaspettati aspirapolvere. Oggi, e sempre di più domani, come ci dimostrano le prime AI, ogni tecnologia non solo non serve se non ha memoria, semplicemente non esiste. Anche in questo, la tecnologia somiglia sempre di più all’umanità.
Per un lungo periodo della mia vita ho convissuto con l’Alzheimer. In quei dolorosi anni ero giunto alla conclusione che quella fosse la peggiore malattia, perché priva, più di ogni altra, il paziente della sua identità, e del suo essere: in fondo siamo ciò che ricordiamo.
Sapevo che già la mitologia dell’antica Grecia aveva ragionato su questo tema con le figure di Mnemosine e Lete, ma non potete immaginare il mio compiaciuto stupore quando scoprii che anche Gabriel García Marquez diceva più o meno la stessa cosa nel suo romanzo autobiografico Vivere per raccontarla (2002): non basta vivere, bisogna ricordare e dare forma ai ricordi attraverso le parole.
Entrambi usano il cinema come linguaggio della memoria
Il mio stupore aumentò quando mi imbattei in un film del 1998, After Life di Hirokazu Kore-eda, sulla memoria, identità e senso della vita. L’espediente narrativo è molto semplice: dopo la morte, ogni persona deve scegliere un solo ricordo da portare con sé per l’eternità. Le anime dei defunti arrivano in una sorta di ufficio post-mortem, un luogo tranquillo e senza tempo, dove un gruppo di impiegati dell’aldilà le accoglie e chiede a ciascuna di loro qual è il momento della vita che vogliono portare con sé per sempre.
Una volta scelto, gli impiegati – che a loro volta sono anime rimaste lì perché non sono riuscite a scegliere – girano un piccolo film che ricrea quel ricordo. Quando la persona guarda la proiezione, scompare dolcemente, passando oltre, con quell’unico frammento di felicità. Il cinema come memoria è anche uno dei temi centrali di Amarcord (1973) di Federico Fellini, il quale, seppure trattandolo in modo molto diverso da Kore-eda, usa anch’egli il cinema per trasformare la memoria in arte, e per ricreare la vita attraverso il ricordo.
In Amarcord Fellini ricrea i ricordi (più o meno reali) della sua giovinezza a Rimini, negli anni del fascismo. Tutto il film è un flusso di memoria, sogno e fantasia: la memoria non è fedele, ma emotiva, deformata, poetica. Fellini non vuole documentare la realtà, ma ricreare l’atmosfera e le sensazioni di un tempo perduto, e il cinema diventa quindi un atto di ricordo e reinvenzione.
«Non c’è niente di più ingannevole della memoria – diceva Fellini – ma il cinema può renderla vera». In After Life, Kore-eda, invece, parte dalla morte per riflettere su quale singolo ricordo contenga il senso dell’esistenza. Anche qui il cinema è il mezzo per fissare la memoria, ma è più sobrio, più spirituale. Il momento scelto diventa un piccolo film personale: il cinema come ponte tra vita ed eternità.
Entrambi i film mostrano come ricordare sia un atto creativo: ricordare significa reinventare. Entrambi usano il cinema come linguaggio della memoria, dove immaginazione e realtà si fondono. E in entrambi, il ricordo diventa un modo per dare senso alla vita (o accettare la sua fine).
Adesso non resta che aspettare il primo film interamente immaginato e realizzato dall’AI, dalla sua sterminata memoria. E sarebbe divertente scoprire come tutta la memoria dell’umanità ritrovi il senso della vita in “42”, la risposta leggendaria alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto” secondo Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti (1979).
