Torino, Autunno 2024
Durante i miei studi universitari mi sono appassionato di modelli matematici: studiando fisiologia vegetale (la mia tesi di laurea in ingegneria è stata una ricerca sui modelli matematici per il controllo delle colture in serra) ho imparato che ogni pianta, albero, arbusto, muschio… ha bisogno per svilupparsi di tre elementi essenziali: terreno, da cui assume i nutrienti necessari alla crescita, acqua e luce, per elaborarli. Ciascun elemento contribuisce in diversa misura, in funzione della specie, alla sua crescita; viceversa, la mancanza di uno o più di essi ne compromette la completa evoluzione.
È questa la cosiddetta legge dei fattori limitanti. Poiché credo che ogni legge naturale ha in sé caratteri di universalità, ossia è applicabile a qualunque essere vivente di questo nostro mondo, allora sono fortemente convinto che una legge dei fattori limitanti valga anche per l’umanità. Se così fosse, potremmo dunque ragionevolmente ritenere che tutti i soggetti della specie umana sono tutti (tutti!) uguali, o per lo meno progettati uguali (uguali by design, a immagine e somiglianza di Dio, come direbbe il mio parroco), ma poi si diversificano in fase di realizzazione a causa di fattori limitanti. Se c’è stato un genio come Einstein (160 di QI), se c’è un talento come Sinner (per rimanere sul personaggio di copertina), allora ogni individuo del genere umano potrebbe essere stato progettato per essere un genio, un talento.
Ogni individuo del genere umano potrebbe essere stato progettato per essere un genio, un talento
È evidente, però, che nella stra grande maggioranza dei casi devono essere intervenuti dei fattori limitanti che ne hanno impedito la naturale evoluzione progettata. Contrariamente ai vegetali, questi fattori limitanti ovviamente non sono luce, acqua e terreno: secondo me i fattori limitanti della crescita naturalmente ottimale di un individuo sono il corredo genetico, l’ambiente e un terzo che svelerò in chiusura.
Per corredo genetico intendo tutti i tratti fisici, caratteriali, emotivi, intellettivi, che sono ereditati dai genitori. Per ambiente invece intendo tutto ciò che l’individuo impara, soprattutto nei primi anni di vita, venendo a contatto con i suoi simili, ovvero abitudini, esperienze, empatia, resistenza, tutto ciò che sintetizzeremmo nel termine cultura. In altre parole, la crescita di ogni individuo è limitata, ripeto limitata, non favorita, dalla sua eredità genetica e dal suo ambiente culturale. Quanti meno handicap gli regala il suo DNA e quanti meno limiti gli impone la cultura di cui si nutre, tanto più l’individuo svilupperà il talento che naturalmente possiede.
C’è però un terzo fattore limitante, che sovrasta di gran lunga gli altri due, che bisogna assolutamente considerare: il Caso, il fattore C. Se per Caso nasce in una famiglia difficile, in un quartiere difficile, in un momento storico difficile, è altrettanto difficile che l’individuo esprima il suo talento naturale. Se per Caso subisce un incidente del tutto indipendente dalla sua volontà, che ne limita le capacità sensoriali, o di movimento, è altrettanto difficile che l’individuo esprima le sue geniali potenzialità. Esempio banale: chi nasce in una favela di Rio certamente ha più limiti ad esprimere il proprio genio rispetto a un coetaneo nato in un attico a Manhattan.
Cos’è dunque il vero genio e il vero talento? L’umiltà, che nasce dalla profonda, intima e ferma consapevolezza dell’esistenza del fattore C. Per questo, sì, possiamo parlare del raro talento del nostro Jannik, come di tutte le grandi persone che restano umili nella loro grandezza
