Torino, Inverno 2024 – 2025
Prima c’era il motore di ricerca di Google, oggi c’è ChatGPT, fatto sta che ormai il solo nostro nome è sufficiente a chiunque per conoscere chi siamo, cosa facciamo e soprattutto cosa abbiamo fatto. La storia personale di ognuno di noi, magari con i dettagli delle vicende che lo hanno interessato, forma il giudizio sulla persona, giudizio noto comunemente con il termine di reputazione.
La reputazione prescinde dalla notorietà del personaggio: essa è una caratteristica distintiva dell’individuo, ed è indifferente alla vastità della sua rete di relazioni, anzi è proprio laddove non arriva la conoscenza personale che viene in soccorso la reputazione per avere una prima informazione sintetica sul soggetto in questione. Capita quindi che cercando informazioni in rete sul nome di uno sconosciuto ci si imbatte in notizie e riferimenti (la sua reputazione, appunto) che inevitabilmente contribuiscono a costruire l’idea che ci facciamo di lui.
Potete ben intuire come questo fenomeno si sia enormemente evoluto con la diffusione dei social network, con i quali noi stessi contribuiamo, con i nostri volontari contributi, a costruirci una reputazione, e non sempre l’effetto è quello desiderato. È difficile mentire a lungo, e così i social network, così come un tempo i mezzi di comunicazione di massa tradizionali, finiscono per amplificare quello che siamo realmente, con i nostri pregi, raramente, e con i nostri difetti, nella maggior parte dei casi.
L’overdose informativa cui siamo sottoposti ci ha ormai resi indifferenti ai peggiori comportamenti
Uno dei tanti effetti di questo fenomeno è la cosiddetta gogna mediatica, termine con il quale si fa riferimento alla volontaria denigrazione di un individuo al fine di esporlo al pubblico ludibrio. Una volta la gogna generava nell’individuo una reazione di comprensibile vergogna, oggi invece sembra che questo sentimento che per secoli è stato il maggior deterrente alla condotta antisociale, sia solo un lontano ricordo. L’overdose informativa cui siamo sottoposti ci ha ormai resi indifferenti ai peggiori comportamenti, cosicché di pari passo anche la vergogna ha perso la forza salvifica del passato.
Allora quel che resta a calmierare le condotte antisociali è proprio la reputazione: insomma, se non esiste più la vergogna, per fortuna c’è il deterrente della cattiva reputazione. Anche qui, però, occorre fare molta attenzione: basta un singolo episodio, magari un piccolo errore, per compromettere la reputazione di una persona degna di ogni fiducia e rispetto? A questo quesito, la risposta è stata l’affermazione del diritto all’oblio, ovvero al diritto di ciascuno di richiedere che venga rimosso, dopo un ragionevole tempo, ogni traccia del suo errore che una vita altrimenti irreprensibile non sempre avrebbe potuto cancellare nell’epoca di internet.
Reputazione, quindi, in supplenza della mancanza di vergogna? Non ne sarei così sicuro. Infatti, proprio chi non si vergogna dei propri comportamenti ha ritrovato nella stessa tecnologia il mezzo più veloce di ripulire la propria reputazione: è il cosiddetto meccanismo del reputation washing che utilizza di volta in volta argomenti positivi per relegare in fondo alle ricerche online le notizie che danneggerebbero la reputazione. E così anche organizzazioni non certo attente all’ambiente si affannano a praticare il green washing, così come aziende ormai tecnologicamente fuori mercato hanno trovato nell’AI washing il modo per sembrare proiettate al futuro. Si è arrivati insomma a non avere vergogna nemmeno nel drogare la propria reputazione.
Cosa augurarci allora? Il ritorno della vergogna sarebbe un bel regalo, fin dal nuovo anno. Ne guadagneremmo tutti.
