Il cinema ci ha impiegato qualche anno a tornare in scena dopo l’oscurantismo imposto dalla pandemia. Com’era prevedibile, era necessario un tempo per recuperare un vuoto di mercato e riportare gli spettatori al piacere di vedere un film nelle sale cinematografiche, piuttosto che l’esclusiva visione delle serie televisive. Era necessario poi un tempo per le nuove produzioni, ma anche per un opportuno recupero creativo, là dove un tempo sospeso, in modo invisibile e silenzioso, aveva cambiato il destino del mondo.
Ma anche le nuove tecnologie, se non nascono in quel tempo, certo lì hanno trovato forza e motivazione di astensione dal reale. Nasce l’AI, l’intelligenza artificiale, che di intelligente non ha nulla, ma le tecnologie sono straordinariamente spaventose. L’uomo ha trovato il modo di darsi ciò che Dio non gli ha concesso, diventare apparentemente immortale al di là della precarietà della vita. Con due minuti di videoregistrazione si può creare un avatar che vivrà oltre la nostra morte e sarà in grado di riprodurre all’infinito la nostra immagine e la nostra voce. Sarà padrone di tutte le nostre memorie e conoscenze, avrà identici modi di esprimersi, la stessa mimica facciale e modo di manifestare le emozioni. Con l’AI si potrà far risorgere i morti e farli intervenire nei problemi della vita reale.
Un mondo pazzescamente, fantasticamente, nuovo che non può mancare di grandi inquietudini.
Poi la scritta finale, the end
Tra poco tempo potrà uscire il nuovo film di Charlie Chaplin che potrà interpretare sé stesso in ragione delle modalità che l’hanno reso famoso, oppure essere imprevedibile protagonista a colori del prossimo film della saga di Guerre Stellari. Potremo vedere, senza più stupircene, John Wayne in giacca e cravatta, ripulito dalla polvere del West, presentare le news nel quotidiano TG della sera.
Poi ci sarà da inventare come proteggere i diritti d’autore, dove questi non saranno tanto riferiti a quanto dallo stesso autore prodotto, ma piuttosto a quanto a lui si è fatto interpretare. Non servirà il bravo attore per interpretare una parte, non servirà più la bravura di un attore e neppure l’attore: si potrà produrlo come indistinguibilmente reale, apparentemente vivente e perfetto per quella parte per caratteristiche fisiche e interpretazione. Le location dei film non avranno la necessità di essere individuate in qualche parte del mondo e neppure di esistere: si potranno creare e saranno assolutamente reali. I film potranno essere prodotti in una stanza con alcuni computer da ottimi tecnici.
All’uomo resterà, per il momento, l’idea da cui nasce la storia. James Cameron potrà cercare di vincere un altro Oscar con il ritorno a galla del Titanic, e non a caso i suoi prossimi film in uscita hanno per titolo Avatar 3, 4 e 5: massima resa con poca spesa. Sono finiti i tempi in cui con certezza si diceva “l’ho visto con i miei occhi” o “l’ho sentito con le mie orecchie”. La verità pretenderà ancora per un po’ la necessità di essere toccata con mano.
In controtendenza, se ce ne faremo la ragione che i film saranno in tutto e per tutto la visione di un’esperienza simil-onirica, così la vita, quella che pretenderemo reale, riqualificherà il calore di due corpi che si incontrano. Dovrà passare attraverso la presenza fisica e a quello da sempre definito contatto umano. Ancora per un po’, poi arriveremo a realizzare in modo tridimensionale, attraverso noi, al di là e forse all’insaputa di noi. Anche una stretta di mano potrà essere così vera da credere a un accordo sincero, e un abbraccio, quando non era vero nella vita reale, lo si potrà finalmente acquistare come vero.
Questa sarà l’epica scena finale: il film non sarà più visto proiettato sullo schermo, ma vissuto. Se ne potrà diventare protagonisti, registi, produttori e sceneggiatori. Poi la scritta finale: the end.
