Con dieci anni di costi della burocrazia italiana copriamo la spesa per la costruzione delle intere forze armate di tutti gli stati d’Europa per l’eternità… È questa la sintesi numerica di dati che sono impressionanti, ma che non fanno altro che confermare quello che gli italiani vivono ogni giorno sulla propria pelle.

La burocrazia, quel mostro invisibile dai mille tentacoli, costa ogni anno 80 miliardi di euro alle imprese italiane. Un fardello silenzioso ma opprimente, capace di trasformare ogni microimpresa in una piccola produzione hollywoodiana, dove il lieto fine è tutto da scrivere. Altro che effetti speciali alla James Cameron: qui si combatte con moduli, timbri e file chilometriche per ottenere anche solo un’informazione.
Secondo la CGIA, le imprese italiane sono costrette a sottrarre tempo, denaro e soprattutto risorse umane dalla produzione per inseguire la chimera dell’adempimento normativo. E se qualche progresso c’è stato, la sostanza resta la stessa: una giungla normativa impraticabile, dove sopravvivere è già un’impresa. Il problema? Un livello di digitalizzazione dei servizi pubblici ancora troppo basso e una macchina dello Stato che, nonostante qualche punta d’eccellenza (sanità, ricerca, università, sicurezza), zoppica vistosamente, soprattutto al Sud.

Il quadro si fa ancora più cupo se si guarda al confronto europeo. La Banca Europea degli Investimenti ci piazza in fondo alla classifica: il 90% delle aziende italiane impiega personale solo per stare dietro agli obblighi normativi, più che in Francia, Germania o Spagna. Ma il dato peggiore è un altro: il 24% degli imprenditori dichiara di destinare oltre il 10% del personale a mansioni burocratiche. Un’enormità. La media europea? 17%.
E mentre in molti si domandano come sia possibile, il governo annuncia un primo passo: l’abrogazione di oltre 30.700 norme, datate tra il 1861 e il 1946, che dovrebbe ridurre del 28% il corpus normativo attuale. Buona notizia, almeno sulla carta. Ma come spesso accade, resta il nodo dei tempi: quando arriverà davvero questa semplificazione?

Nel frattempo, la macchina pubblica continua a viaggiare col freno a mano tirato. Le classifiche sulla qualità istituzionale stilate dall’Università di Goteborg parlano chiaro: il Friuli-Venezia Giulia è la prima regione italiana, al 63° posto in Europa, mentre Calabria, Molise e Sicilia chiudono mestamente la classifica a livello continentale. La palma dell’efficienza va alla regione finlandese di Aland; quella della disfatta a Severozapaden, Bulgaria. Noi? Saldamente in mezzo. Ma senza troppo onore considerando chi siamo.
E intanto il paradosso è servito: per far partire un’impresa servono permessi che non arrivano, per aprire un’attività bisogna chiudere un occhio (e spesso due) su tempi e costi assurdi. La burocrazia, nata per garantire equità e regole condivise, è diventata un apparato che respinge, non che facilita.
Nella narrazione quotidiana delle imprese italiane, il vero nemico è spesso l’ufficio pubblico di quartiere, e la distopia non è più nei film di fantascienza ma nella sala d’attesa del protocollo. Eppure, basterebbe poco: regole chiare, iter semplificati, digitalizzazione reale. Non è utopia, ma la condizione minima per liberare energie, tempo e fiducia. Perché un Paese che soffoca tra carte e timbri non può correre. E l’Italia, invece, dovrebbe volare.
