La trinità fiamminga
Se amate le città, questa è la vostra nuova destinazione. In una settimana avrete modo di svelarne tre, apparecchiate sull’acqua come in un acquarello di Rackham, per certi versi simili, ma differenti nell’anima come nella storia; dalle dimensioni contenute, senza essere “piccole”, perché la storia le ha rese grandi, nella terra dei fiamminghi, che fissa negli occhi il grande Mare del Nord.
Bruges è un gioiello che i secoli hanno accarezzato senza infrangere. Potete usare una mappa medioevale e tutto è ancora lì, vie e palazzi, canali e chiese. Anversa ama mostrare i muscoli, ha il DNA della capitale, l’antico e il modernissimo hanno stretto un’alleanza che la ricchezza continua a benedire. Gent, la ribelle, ha sempre voluto fare di testa propria; è la più giovane, una donna sfrontata dai capelli scompigliati. Insieme fanno poco più di 800.000 abitanti, con quasi altrettante biciclette, che qui non sono un mezzo di locomozione, ma piuttosto un’appendice degli abitanti.

L’auto non serve, nel vostro viaggio vi muoverete a piedi e su due ruote, i collegamenti tra le tre città sono garantiti dai treni (un’ora dall’una all’altra), che hanno la medesima frequenza di un bus urbano. L’elemento architettonico dominante, quanto onnipresente, è la casa fiamminga: con facciata a gradoni, che parte larga per salire scalando verso il cielo. Nei suoi esempi migliori, il fronte ha dimensioni più imponenti rispetto all’edificio che protegge.
L’evidente suggestione ideata per stupire e per farsi ammirare – rimanda a una pittura 3D che prevede: mattoni a vista (rossi, ocra o dorati), numerose finestre grandi e regolari, frontoni elaborati, portoni con arcate e incorniciature scolpite. In alto tetti aguzzi per lo scorrere delle piogge. Che, prima delle mutazioni climatiche, erano il lato dolente del viaggio in Fiandra. Oggi non è più così, o molto meno. Facile che, in primavera e in estate, le giornate “mediterranee” siano maggioritarie. Per noi, sei su sei, neanche una nuvola.
Fiandre: atlante linguistico da decifrare
Bruges, Anversa e Gand, il tallone d’Achille è rappresentato dalla lingua. L’amatissimo fiammingo degli abitanti è incomprensibile. Chi conosce il francese può serenamente evitare di utilizzarlo, perché il Belgio (che comprende le Fiandre e la Vallonia francofona) ha due comunità dove si ignora l’idioma dell’altra. L’inglese è diffuso, ma solo tra i più giovani. E poi ci sono i cittadini assimilati provenienti da ogni dove.
Ad Anversa si contano 177 popolazioni differenti, che non hanno certo abbandonato la propria lingua. Quindi si procede per tentativi. Un po’ come quando, a tarda sera, di fretta e senza luce, siete alle prese con un mazzo nuovo e non sapete quale chiave usare. Una non entra, l’altra neppure, ma poi, esattamente prima dello sconforto, magia, ecco quella che funziona! In un mondo globalizzato, nelle fiabesche città fiamminghe, ci si capisce quasi per scommessa.

Siamo all’estero, ma anche questo fa parte del gusto del viaggio. Volete un piccolo esempio? In un dehors di Gent ho ordinato una “red beer”, fiero del mio inglese traballante. La giovanissima cameriera mi ha portato, con un sorriso smagliante, una tremenda bevanda alla ciliegia. In qualche caso la chiave non entra nella toppa.
Una grandezza con sette secoli di storia
Solo voltandosi indietro nel tempo si colgono i segnali di una grandezza secolare, e, soprattutto, di quegli elementi che hanno segnato la differenza: dagli alleati e dai nemici, dai contemporanei e dai più accertati signori del tempo.
Per le Fiandre tutto si può sintetizzare in una secolare propensione al commercio, favorita da una geografia propizia: affacciata sul grande Mare del Nord, priva di confini naturali alle spalle, un contesto che invitava alla partenza, all’approdo, alla curiosità per cosa c’era di fronte, come le isole britanniche e la Scandinavia, e poi, ad ovest, la Francia e la Spagna, ad est la Russia e le nazioni baltiche. Alle spalle l’Impero e ancora la Francia. Le Fiandre erano al centro di tutto? Basta osservare una mappa per avere la risposta. La politica ha contato meno, le piccole Fiandre hanno alternato epoche di vassallaggio e altre di più marcata indipendenza, ma niente che potesse competere con quelle navi cariche di ogni mercanzia, con quei forzieri che resero ricchissimi e ambiziosi signori e mercanti, col potere economico che attraeva bellezza, cultura, ostentazione.

Bruges fu la prima ad affermarsi, una delle quattro capitali della potentissima Lega Anseatica, l’unica nell’Europa continentale. Le altre furono Bergen, Londra e Novgorod. Era la New York del XVI secolo, il suo Beffroi (la torre civica) e il campanile della Chiesa della Nostra Signora erano lo skyline di questa Manhattan cinquecentesca. La vocazione alla Grande Bellezza inizia lì. Quando i primitivi fiamminghi rivoluzionarono la storia della pittura. Il loro nome indica una primogenitura, perché furono “primi” maestri nel Nordeuropa. Perfezionarono la tecnica ad olio ottenendo effetti di luci, trasparenza e dettagli sinora impossibili; imposero un realismo estremo, abbinandolo a un uso mistico del simbolismo. Questi i nomi da scolpire nella memoria: Jan van Eyck, Hans Memling, Robert Campin, Rogier van der Weyden. I temi furono essenzialmente religiosi ma, non avendo per nulla viaggiato, le fattezze dei personaggi biblici ricordano i volti dei compatrioti. Lo stesso per i paesaggi, con la Palestina ambientata nelle Fiandre.
Al Groeningemuseum di Bruges ho visto la Fuga dall’Egitto collocata in una rigogliosa foresta… Quando il secolo d’oro volse al tramonto, un’attitudine all’universalità delle Fiandre restò ben salda. Merito delle attività portuali – appassì la potenza di Bruges, ma si affermarono Gent e Anversa – e di una capacità nell’accogliere artisti, uomini di lettere e musicisti, ma anche genti di tutto il mondo.

Dato che il business non ha confini, il commercio non ha seguito il barometro della politica, anche nei decenni meno audaci. Così, da cinquecento anni, Anversa, con la sua comunità ebraica, è la capitale mondiale dei diamanti, e oggi ne lavora l’80 per cento con le sue 1500 aziende specializzate. Altro motore di formidabile continuità con il passato è il suo porto: secondo in Europa, con una superficie di 150 km2, tre volte superiore all’estensione urbana. Università, grandi festival tra cui Tomorrowland a Boom, il più grande al mondo per la musica elettronica, 500mila arrivi previsti per quest’anno – esposizioni sorprendenti di grande richiamo, eventi sportivi, come le grandi classiche del ciclismo, certificano una terra vocata al futuro, alla gioventù e all’integrazione.
La sensazione che si respira nelle città fiamminghe è che chiunque abbia un progetto da intraprendere – economico o culturale – possa intercettare un attrattore ideale; una motivazione per mettersi in gioco, e per restare.
Bruges, la città sospesa tra acqua e incanto
Bruges ci insegna a camminare piano. A guardare davvero. Perché questo è sì un museo a cielo aperto, ma anche un luogo vivente, caratterizzante, che sa imporre una disposizione d’animo che armonizza azione e pensiero, edonismo e dolce far nulla. Perché qualcosa, di fronte ai tuoi occhi, accadrà sempre o è sempre accaduto. Una delle grosse differenze con le altre città, anche fiamminghe, è che Bruges non si visita, si ascolta. È un’antica mappa squadernata che parla a bassa voce facendosi intendere tra i mattoni gotici delle sue case, nel riflesso liquido dei suoi canali, nell’aroma sottile di cioccolato fuso che si insinua nei vicoli come una promessa.
Ci sono luoghi – come le grandi città d’arte italiane, Firenze, Venezia… – dove la centralità politica è andata perduta, ma il mondo non si è mai scordato di loro, garantendo un posto nei “grand voyage”. Altrove non è stato così, Bruges, pur con le sue meraviglie, meritò, ingiustamente, l’oblio. E fu ridestata da un romanzo: Bruges la morta, scritto pubblicato nel 1892 da Georges Rodenbach. Un libro dallo spleen evidente, che racconta una città straordinariamente intrigante, con atmosfere intime e misteriose, ideale per mettere in moto la mente. Un’entità vivente capace di influenzare l’animo umano.

Si legge: «Una città che pensa, che consiglia, che dissuade, che incita all’azione». Per il mood dell’epoca è quanto basta. Nasce il mito della Venezia del Nord, che dopo 130 anni è ancora ben saldo. La città opera d’arte si ritrova anche nelle parole di Camille Mauclair (Il fascino di Bruges, 1938): «Bruges è una città che si contempla come un’opera d’arte, dove ogni pietra racconta una storia e ogni canale riflette l’anima del passato». Ci sono voluti anni per aggiornare questi cliché, efficaci, ma ormai risaputi. Irresistibile il film In Bruges (lo trovate su Amazon Prime Video, da godere prima di mettersi in viaggio), dove due killer si aggirano – l’uno ammaliato, l’altro inizialmente refrattario – in una città che per nulla li rappresenta, ma li soggioga. Memorabile la frase di Harry, il capo dei sicari: «Sembra uscita da una cazzo di fiaba no? Come fa una città uscita da una cazzo di fiaba a non essere l’ideale per qualcuno?». E il confronto con la “città fiaba” non si fa attendere, basta uscire dalla stazione e si ascolta il ciak del vostro film.
Case come quinte teatrali, macchine assenti, suoni ovattati, l’inconfondibile suono delle biciclette sul selciato, che vi introducono al centro storico, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. «Ci sono luoghi in cui il tempo si arrende. Bruges è uno di questi», è il monito di Patrick Delcroix, poeta fiammingo. La Piazza del Mercato (il Markt) si apre all’improvviso, teatrale e ampia. Il Belfort, la torre civica, si erge come un guardiano antico. Chi ha il fiato e il coraggio di salire i suoi 366 scalini verrà ricompensato con una vista che riporta indietro di sette secoli: tetti rossi, guglie, antiche chiese, i palazzi di mercanti ricchi come sovrani… Ma Bruges non è solo una cartolina. È carne viva, fatta di storie e malinconie.

Nei canali serpeggianti che la tagliano come vene d’acqua, si riflettono secoli di amori segreti, commerci, silenzi. Camminando lungo il Dijver, si incontra il Groeningemuseum, scrigno prezioso dell’arte fiamminga. Van Eyck, Memling, ma soprattutto la luce: quella luce dorata, quasi liquida, che solo i pittori del Nord sanno catturare. Non è difficile pensare a Van Eyck mentre si rifletteva nel canale, scrutando il cielo grigio con la pazienza di chi aspetta un miracolo. Altri capolavori, Memling in particolare, nell’ex Ospedale di San Giovanni, con allestimenti di elegantissima modernità. Un colpo d’occhio sull’avanguardia architettonica lo garantisce la Concertgebouw, il teatro più rinomato: edificio impattante che sembra essere atterrato da Marte.
La sera Bruges cambia d’animo e si trasforma. Le luci si specchiano nei canali come in un quadro impressionista. Le strade si svuotano, i passi si fanno più ovattati. È il momento giusto per entrare in una birreria (talvolta le referenze a disposizione possono superare il migliaio), magari una nascosta, dove i vetri appannati raccontano di amori nati sotto la neve e amicizie consumate tra un sorso di tripel e una risata. Per contrastare un eccesso di spleen, Bruges non ti fa mancare le proprie terapie: trappiste, d’abbazia, lambic, saison, witbier, dubbel, tripel…

Per godere al meglio la città quando l’ora si fa blu, e oltre, consiglio di puntare dritti verso Onslow, approdo della gioventù locale, ristorantino dove il Mediterraneo incontra le Fiandre, e dove il menu prevede il rito del “compartecipare”, in modo da non lasciare inespressa alcuna curiosità. Sempre affollato fa pensare a un’antica locanda, però collocata agli albori del terzo millennio. La strada per raggiungerlo è una piccola magia: si lascia il centro per costeggiare canali silenziosi, pochi passanti, qualche bacio furtivo nei portoni, atmosfera a lume di candela. Esiste ancora la Venezia del Nord? Sì, questa.
Anversa, da sempre il futuro abita qui
Secondo me è una delle cinque mete europee che vanno conosciute oggi. Perché Anversa non si visita, ma si attraversa come una corrente. Partecipi di un tessuto urbano che pulsa, tra guglie gotiche e vetri contemporanei, tra Rubens e i fashion designer delle Fiandre. Questa città, stretta tra il fiume Schelda e le braccia dell’avanguardia, è un paradosso che incanta: antica e visionaria, barocca e minimalista, mercantile e poetica. Il suo sguardo verso il futuro è risoluto, curioso, giovane e coraggioso; il suo rispetto per il passato non è statico e museale, ma colto, orgoglioso, fiero nella valorizzazione di un patrimonio che affonda le radici nel medioevo e arriva fino a oggi e domani.
«In Anversa si respira arte come a Venezia si respira il mare», scriveva Marguerite Yourcenar. Basta varcare la soglia della Cattedrale di Nostra Signora, un capolavoro gotico che si erge come una nave di luce tra i tetti fiamminghi, per comprendere cosa intendesse. Imponente ed elegante di giorno, con la sua torre alta 123 metri (impressionante la guglia ripidissima che sale verso il cielo), abbagliante la notte, grazie a un’illuminazione unica in Europa: pennellate color dell’oro che accarezzano ogni minimo dettaglio, la chiesa come le facciate fiamminghe del Grote Markt. All’interno fanno bella mostra quattro capolavori di Pietro Paolo Rubens, il figlio più illustre della città, che ha trasformato la tela in teatro sacro. Poco lontano c’è la sua casa, che racconta la vita e l’opera dell’artista, in una dimora che è essa stessa scenografia barocca. «Non ho mai lasciato davvero Anversa – affermò Rubens – perché ogni pennellata porta con sé il colore di queste strade». Fu lui a imporre il gusto per una pittura nuova, che portò l’amatissima Italia e il mediterraneo in terra di Fiandra.

L’impatto più emozionante dell’abitazione di Rubens è con il giardino storico, concepito dall’artista, con riferimenti mistici e mitologici, in onore alle terre più soleggiate d’Europa. Lo ha fatto rivivere Klara Alen, che ha narrato la sua esperienza nel raffinato libro Rubens Masterpiece in bloom Garden. Se visitate la casa di Rubens fatevi accompagnare da Jo Van Dessel, una di quelle guide che fanno la differenza. Parla italiano (una vera rarità) ma, soprattutto, è in grado, di evocare volti, vicende e pensieri; col fantasma del pittore che sembra seguire le sue parole.
Il patrimonio museale di Anversa è quello di una capitale di prima grandezza, vario e autorevole. Il Museo Reale di Belle Arti (KMSKA) è un Louvre fiammingo: ha riaperto nel 2022, ampliando del 40% i propri spazi e offrendo una collezione che spazia dal XIV al XX secolo. Ci troverete Rubens (con una nuova sala dedicata), Van Eyck, Van Dick, Memling, Ensor e Magritte. Fino al 17 agosto va assolutamente visitata la grande mostra Nocturnal Journey, dell’artista plastico Hans Op de Beeck, che crea un mondo immaginario e notturno dove si approcciano grandi creature fantastiche, esseri umani, allegorie, animali, villaggi… Un onirico che arriva dritto alla vostra anima.
Il FOMU, Photo Museo Antwerp (collocato in un grande edificio di recupero industriale), espone contemporaneamente quattro mostre che spaziano attraverso stili e continenti; di particolare valore gli impattanti allestimenti.

Il Museo Plantin-Moretus è l’unico museo al mondo a essere inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO. In un ambiente di religiosa devozione ospita le più antiche presse tipografiche esistenti e una preziosa collezione di libri e manoscritti. Ci sono poi musei dedicati alla Red Star Line (un focus sulle migrazioni verso le Americhe), alla cultura e al commercio dei diamanti (il DIVA), all’arte incisoria (Museum De Reede) e alla collezione privata di Fritz Mayer van den Bergh, coi suoi capolavori di Pieter Bruegel il Vecchio. Di grande valore (anche per il suggestivo impatto architettonico, recupero di un’area industriale) è il M HKA, Museum of Contemporary Art Antwerp, dedicato all’arte contemporanea, con una collezione permanente dei maggiori artisti, tra cui Marina Abramovic.
Ma Anversa non è solo arte, è anche commercio, florido commercio, storia viva di scambi e ricchezze. Il porto è un colosso economico che pulsa come un cuore industriale. Altrettanto affascinante è il quartiere dei diamanti, dove ogni giorno si muovono miliardi sotto l’occhio vigile delle telecamere e dei mercanti. Albert Einstein, durante un soggiorno in città, osservò: «Ad Anversa ho visto la fisica dell’economia: tutto si muove, tutto si trasforma». Riflessione ideale per questo crocevia tra l’Asia, l’Europa e le Americhe.

Multietnica per definizione, inclusiva per secolare propensione, la sua universalità si osserva percorrendo le vie centrali dello shopping, dove le provenienze sono indicate dagli abiti: indiani, latinoamericani, mediorientali, ebrei, cinesi, africani… Lo stile di vita ce lo raccontano, invece, i dehors. Centinaia e centinaia, una esposizione ininterrotta di ristoranti, caffè e birrerie; sono ovunque, in ogni piazza e in ogni via, in centro e verso la periferia, sempre affollati, basta un raggio di sole. Neanche nelle capitali mediterranee il fenomeno è così diffuso. La voglia di vivere insieme la città è talmente evidente da trasmettere entusiasmo partecipe. E noi la pensiamo come George Simenon: «Anversa è una città che ti entra negli occhi, ma resta nel cuore».
La moda, quella più rivoluzionaria e iconoclasta, a partire dagli anni Ottanta seppe imporsi grazie ai celebri Sei di Anversa, stilisti rivoluzionari formatisi alla Royal Academy of Fine Arts. Tra questi, Dries Van Noten, che ha trasformato l’eleganza fiamminga in un linguaggio globale. La città continua ad abbracciare la nuova architettura, il design e la sperimentazione, come dimostra il Museum aan de Stroom (MAS), concepito da Neutelings Riedijk: un monolite siderale rivestito di arenaria rossa e vetro, alto 60 metri, simbolo di un futuro che vuole stupire con vigore monumentale. Ognuno dei dieci piani racconta storie diverse – di migrazione, d’acqua, di mondi lontani – mentre dalla terrazza ci si gode una vista sulla città che sembra un ponte tra i secoli.

Oggi Anversa non dimentica nulla, ma guarda avanti, con le sue startup, l’approccio globale alla cultura, le gallerie indipendenti, il suo scenario tecnologico sorprendente e innovativo, la ricerca di un futuro sostenibile. Siamo in una delle città europee più impegnate nella transizione energetica, con progetti di rigenerazione urbana e mobilità sostenibile. La Havenhuis, progettata da Zaha Hadid, sembra una nave aliena approdata sul porto (e sull’antico edificio direzionale): un’architettura audace, che sfida l’orizzonte e celebra l’ingegno. E in tavola la rotta è la medesima. Ci spiega Regula Ysewijn, scrittrice gastronomica e giudice televisiva di talent: «Anversa è la mia casa e la mia ispirazione. È qui che ho imparato a raccontare la storia del cibo come cultura».
Invincible è un indirizzo intrigante, cool e modernista. Il pasto lo si consuma con gli chef che cucinano di fronte ai nostri occhi e il menu è ricco di ottime sorprese; con la tradizione “presa per il collo” e tradotta al futuro. Siamo ad Anversa, ma potremmo essere a Parigi, New York o Berlino. Il menu è senza passaporto. Ma il prodotto emblematico – la pregiata carne Noire Baltique – è di assoluta prossimità.

Il Bar Bulot è indicato sulle guide come “francese”, ma voi non fidatevi. Perché, in questa brasserie chic, incastonata nell’hotel Botanic Sanctuary Antwerp, l’estro di Gert de Mangeleere di Joachim Boudens non conosce confini. Carni certificate, pesce selvaggio, proposte veg, contaminazioni geografiche, cucinate proprio di fronte a voi, con il tavolo che si affaccia su pentole e fornelli. Se poi volete restare nella più rigorosa tradizione andate alla Brasserie Appelmans, sapori fragranti, un numero incalcolabile di birre e, proprio dietro l’angolo, quel gioiello del Grote Markt illuminato. Un hotel davvero speciale? Eccolo, ‘t Sandt è l’albergo che vorreste trovare in ogni luogo: non per lo sfarzo, ma per stile, misurata eleganza, gusto personalissimo in ogni pezzo d’arredo. Scegliete una delle grandi e luminose mansarde dell’ultimo piano, sarete ripagati da una vista sulla Cattedrale di Nostra Signora: un faro color dell’oro nella notte di Antwerp.
Gent, la ribelle accogliente
Al viaggiatore distratto Gent potrebbe sembrare una copia di Bruges: canali (persin più belli e coreografici) e facciate fiamminghe, alte torri cariche di storia, forzieri d’arte da scoprire… Ma se sai andare oltre – questa è una città che non si concede facilmente – c’è dell’altro. Una vivacità giovanile e sfrontata – street-art, festival, il carneval de la resistence, irriverente e partecipato – una cultura ribelle dalle origini antichissime.
Nel medioevo gli artigiani tessili sfidarono apertamente i nobili locali. Ci volle Carlo V (il più potente signore dell’epoca) per sottometterli nel 1539, costringendo i notabili cittadini a sfilare col cappio al collo. Le cronache dell’epoca riportano però questo passaggio: «Essi marciavano a capo chino, ma con lo sguardo fiero, come chi subisce l’umiliazione ma non l’accetta». Quello spirito mai domo ha attraversato i secoli.

Passeggiare per Gent significa incontrare murales che parlano di libertà, librerie indipendenti che rifiutano le logiche del mercato di massa. Gent non è solo storia: è un manifesto anarchico di ribellione gentile. «Gent è un po’ punk, un po’ monastica» mi dice Anke, una barista del quartiere Patershol, mentre versa una Tripel Karmeliet con la precisione di un rito. Ogni luglio, durante le Gentse Feesten, la città esplode in una festa popolare, anarchica, gratuita: dieci giorni di musica, teatro, cibo di strada e caos creativo. Il cuore pulsante della città è Graslei, l’antico porto sul fiume Leie. Le case delle corporazioni, in stile gotico e rinascimentale, si specchiano sull’acqua con una grazia severa. Accanto, la Korenlei completa il quadro: sembra una fiaba, ma senza zucchero. È qui che ci si siede al tramonto, con una birra o un cartoccio di frites, mentre le barche turistiche scivolano lente e le lingue del mondo si mescolano.
Gent è anche una delle città più sostenibili d’Europa. Nel quartiere di Dampoort, vecchi magazzini industriali sono diventati coworking, serre urbane, spazi culturali. Al Dok Noord, tra le rotaie abbandonate, si tiene un mercato biologico ogni sabato mattina. Qui incontro Fatima, rifugiata siriana, che vende saponi naturali: «Gent mi ha accolto come una madre. E io ho ricambiato con i profumi della mia terra». Anche la mobilità è rivoluzionaria: zone pedonali estese, bus elettrici e biciclette ovunque. Dal parco della Citadel fino ai margini del fiume Schelda, si cammina tra arte urbana e natura, come in una città che ha imparato a respirare meglio. Nei vicoli di Patershol, tra cucine di tutto il mondo e vetrine di artigiani, leggo una scritta su un muro: «Hier wonen de dromen» ovvero “qui abitano i sogni”.

Un sogno sicuramente guidò la mano dei fratelli Jan e Hubert van Eyck, quando realizzarono l’Agnello Mistico, terminato nel 1432 e oggi esposto nella cattedrale di San Bavone. Si tratta di un polittico composto da 12 pannelli mobili che, una volta aperti, rivelano una visione grandiosa della salvezza dell’umanità: al centro la figura dell’Agnello, Cristo sacrificato ma vittorioso, adorato da schiere di santi, angeli e pellegrini. Semplicemente una delle opere maggiori dell’umanità, di sicuro tra le più enigmatiche e inquietanti. I pregi artistici lasciano stupefatti, per i colori vivissimi e la minuzia dei dettagli. Il messaggio complesso, ma anche indecifrabile, evoca una tensione tra sacro e terrestre, tra bellezza divina e umana fragilità. Lo sguardo del candido agnello sacrificato è quello di un uomo. Perché? Non lo so e nessuno lo sa dire. Il polittico – protetto da misure di sicurezza degne di un capo di stato – si visita solo su prenotazione. Da solo vale il viaggio.

A Gent consigliamo l’Hotel Harmony – nel cuore del centro, di fronte a un ampio canale, si va a piedi dappertutto per la gentilezza del personale, la piccola piscina nascosta, la cura per ogni dettaglio e il panorama che si gode dall’ultimo piano. Concludiamo il nostro viaggio con l’approdo food che più abbiamo amato nelle Fiandre: la Brasserie Pukhuis. Siamo in uno spettacolare teatro del cibo, con arcate di metallo, a metà strada tra una cattedrale e un edificio di Eiffel. Qui, da vent’anni, lo chef Koen Lefever mette in scena i suoi gloriosi menu, con due punti di forza: il coquillages e le preziose carni del territorio. Vince la tradizione bio, garantita da aziende di proprietà, come la fattoria Il mondo dai mille colori. Portate sontuose, vi segnalo le mie: creme brulée di foie de volaille (leggerezza spirituale) e il vitello Dierendonck rosso delle Fiandre, cotto al forno con carbone di legna.
Rientrando in hotel, con le luci di Gent riflesse nei canali, mi viene in mente Virginia Woolf: «Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene». È proprio così.

(foto MARCO CARULLI)
