Cornamuse, vento e oceano: qui è nata la Spagna
Come Dio sta nelle piccole cose (ce lo ricorda Arundhati Roy), il paradiso non ha necessità di spazi immensi nel prendere alloggio. Così per gli abitanti delle Asturie (poco più di un milione) questa regione – tra le più piccole di Spagna e d’Europa – merita l’appellativo per un singolare concentrato di bellezza: i monumentali Picos d’Europa (i primi monti visibili dalle navi dopo le traversate atlantiche), duecento spiagge (la più parte presidiate da vertiginose scogliere), tre città d’arte (Gijón, Avilés e Oviedo), l’austera bellezza delle chiese preromaniche (patrimonio UNESCO), una schiera di borghi colorati che scendono verso l’oceano superando rocce e dislivelli. E ancora il fascino di una lingua antichissima (di derivazione celtica), i suoni della gaita, la cornamusa che Evia rese celebre con l’album Tierra de nadie (due milioni di copie vendute).

Un clima cadenzato da tre ingredienti: il sole, che contende il cielo alle nuvole in rapido movimento; la pioggia, variante imprevedibile, anche se non la ami ti ci abitui; il vento, spezza ogni previsione, carezza o schiaffo, a seconda delle giornate. La luce è conseguenza di tutto questo: non c’è sempre come vorresti, ma quando appare è un’orchestra che galoppa veloce. I sapori poi, fanno capitolo a sé. Con ricette che si perdono nella notte dei tempi, curiosità per il nuovo (anche iconoclasta) e alcuni prodotti leggendari: le migliori acciughe che si conoscano, il merluzzo, l’imprescindibile sidro, legumi che si sposano bene a tutto, ma anche a niente, da soli non sentono bisogno di compagnia.

Ma le Asturie, le mie Asturie, sono in assoluto uno stato mentale; perché qui è la somma tra gli elementi a creare un mood pervasivo e coinvolgente. Le Asturie sono belle, ma non urlano. Sono sempre state lì, fierissime del proprio patrimonio. Isolate e indifferenti? Ma proprio per niente. Quando la Spagna era presidiata dai mori, fu da questa terra che prese il via la Reconquista.

Non dalle calde regioni del sud, ma dal regno di Asturie, e dai suoi celti iberici, iniziò quell’epopea leggendaria, che rimise la croce al centro dei giochi. Il ricordo di questi eventi è ancora tangibile, perché, dal 1388, l’erede al trono di Spagna è il principe, o principessa, delle Asturie.
La tenacia degli Asturiani è scolpita nella loro storia: minatori, pescatori oceanici impavidi, marinai e migranti alla volta delle Americhe. Ma anche nostalgici migranti di ritorno: molti fecero fortuna e decisero di rientrare. La loro memoria è tramandata dalle fascinose dimore signorili degli indianos: ville dallo stile ecclettico, dalle ampie balconate in ferro battuto, con giardini esotici e palme. Un po’ al di qua e un po’ al di là dell’Atlantico, come i loro proprietari di un tempo.
Il racconto delle Asturie, le pagine sfogliate di un secolo passato
Hans Christian Anderse, Diari di viaggi in Spagna (1862): «L’erba era alta e fresca, l’aria carica di umidità, e le montagne sembravano custodire qualcosa che non riuscivo a definire. Vi era una malinconia dolce, non triste, che accompagnava il cammino. Anche i villaggi, silenziosi, parevano vivere più rivolti verso l’interno che verso il mondo».
Edmondo de Amicis, Spagna (1873): «Entrando nelle province del nord, si prova una specie di sollievo fisico. Dopo tanta luce abbacinante e tanta nudità di paesaggio, questo verde continuo riposa l’occhio e l’animo. Le montagne si succedono senza asprezza, i campi sono chiusi, raccolti, e le case sembrano fatte per difendersi dal vento più che per mostrarsi. Non è una terra che si offre subito: bisogna attraversarla con calma, e allora si comprende che la sua bellezza è tutta nella continuità e nella misura».

Karl Baedeker (proprio lui, l’inventore delle guide di viaggio), Spain and Portugal Handbook: «La regione delle Asturie presenta un carattere distinto dal resto della penisola. L’umidità costante favorisce una vegetazione rigogliosa, mentre la configurazione montuosa rende i collegamenti difficili. Le città principali sono di dimensioni moderate e prive di grandi monumentalità, ma conservano un aspetto genuino e poco alterato. Il viaggiatore troverà qui attrazioni meno evidenti, ma una maggiore coerenza tra ambiente e vita quotidiana».
Elisée Reclus, Nouvelle Géographie universelle (1876-1894): «Le Asturie formano una specie di mondo chiuso tra il mare e le montagne. I fiumi scendono rapidi, le vallate sono brevi e fertili, e la presenza costante dell’acqua imprime al paesaggio una freschezza continua. Gli abitanti, adattati a queste condizioni, mostrano un carattere sobrio, resistente, poco incline agli eccessi».
Gijón, l’oceano in città
Una città di vento, sale, ferro e memoria; sul confine tra malinconia industriale del Nord e una vitalità marinara quasi tropicale, fatta di sidro versato dall’alto, spiagge immense e notti che si allungano nei quartieri del porto. Arrivando a Gijón, la prima impressione è quella di uno spazio aperto. L’oceano arriva senza chiedere permesso. Non è soltanto un panorama: è un carattere. Le onde del Cantabrico modellano il ritmo delle giornate, il colore del cielo, persino il tono delle conversazioni nei caffè affacciati sul Paseo del Muro.

La grande spiaggia di San Lorenzo, mezzaluna perfetta di sabbia dorata, è il cuore fisico ed emotivo della città. Al mattino ospita surfisti e corridori avvolti nella foschia; nel pomeriggio famiglie e ragazzi seduti sul lungomare; la sera, quando la luce diventa metallica e il mare si tinge di ardesia, assume qualcosa di cinematografico. Qui il mare non è vacanza, ma presenza continua, una forma di identità collettiva.
Eppure Gijón non nasce come città balneare. La sua storia è più antica e ruvida. Fondata in epoca romana con il nome di Gigia, sviluppata poi come porto strategico delle Asturie, ha attraversato secoli di commerci, cantieri navali e industria pesante. Ancora oggi, dietro la facciata elegante del centro, si percepisce l’anima operaia che ha segnato il Novecento spagnolo. I vecchi magazzini del porto convivono con edifici culturali contemporanei, mentre le ciminiere all’orizzonte ricordano che questa è stata una delle capitali industriali del Nord.

Il passato riaffiora soprattutto a Cimavilla, il quartiere antico arrampicato sulla penisola che separa il porto dalla spiaggia. Le sue strade strette, le case colorate battute dal vento e le taverne dove il sidro scorre incessantemente, raccontano una città marinara che ha conservato una rara autenticità. Qui gli anziani siedono davanti alle porte osservando il mare, i pescatori rammendano reti invisibili alla modernità, e ogni pietra conserva qualcosa della lunga relazione tra gli abitanti e l’oceano. Mentre i giovani di ogni età, sovente battendo i pugni sul tavolo, palpitano per le sorti del Real Sporting de Gijón, magari durante una sfida con gli eterni nemici “azul” del Real Oviedo.
Sulla sommità del promontorio domina l’Elogio del Horizonte, la monumentale scultura di Eduardo Chillida. Gli edifici modernisti del centro, eredità della borghesia industriale di inizio Novecento, convivono con strutture razionaliste, vecchi mercati portuali e spazi culturali ricavati da aree industriali dismesse. Il caso più emblematico è la Laboral Ciudad de la Cultura, gigantesco complesso monumentale nato durante il franchismo e trasformato in polo culturale e creativo. La sua monumentalità severa racconta una Spagna del passato, ma il suo riutilizzo testimonia la capacità di Gijón di reinventarsi senza cancellare le proprie contraddizioni e ferite.

La cultura qui non è un ornamento turistico, ma parte della vita quotidiana. Gijón legge, discute, produce teatro, cinema, musica. I festival scandiscono l’anno con naturalezza, dal cinema indipendente ai concerti sul mare. Nei bar si parla ancora di politica e letteratura, con una passione che altrove sembra scomparsa. E soprattutto si mangia e si beve come nel resto delle Asturie: con lentezza, orgoglio e abbondanza. Il sidro versato secondo il rituale classico – dall’alto, con il bicchiere inclinato – diventa quasi una performance collettiva, un gesto identitario che unisce tavoli e generazioni.
Forse il fascino di Gijón sta proprio nella sua incapacità di diventare completamente turistica. Anche nei mesi estivi conserva una dimensione quotidiana, concreta, quasi ostinata. È una città che non si mette in scena per piacere al visitatore. Ma si lascia approcciare nella luce fredda dell’Atlantico, nell’odore di alghe del porto, nelle facciate consumate dal sale, nelle conversazioni che si allungano davanti a un bicchiere di sidro.

Avilés, dove è atterrata un’astronave
Porto industriale, cuore siderurgico delle Asturie, luogo di acciaio e cantieri, Avilés ha vissuto a lungo all’ombra della sua funzione produttiva, sostanzialmente ignorata dai grandi itinerari del turismo spagnolo. Eppure oggi, attraversandola, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una delle metamorfosi urbane più sorprendenti. Dove un tempo dominavano ciminiere e traffici industriali, oggi si aprono piazze luminose, canali d’acqua, architetture d’avanguardia e un centro storico che sembra rimasto intatto attraverso i secoli.

Il mare non si presenta con la spettacolarità delle grandi spiagge oceaniche, ma attraverso l’estuario, i moli, le maree e la memoria dei commerci. Avilés è nata grazie all’acqua. Fin dal Medioevo il suo porto fu uno dei più importanti delle Asturie, punto di partenza per mercanti, pescatori e naviganti diretti verso l’Atlantico del Nord. Passeggiando nel centro storico emerge una Spagna inattesa, elegante e silenziosa. Le strade protette da balconate, le piazze raccolte, i palazzi nobiliari in pietra chiara raccontano una prosperità antica legata al commercio marittimo.
Calle Galiana, con il suo lungo porticato, appare quasi teatrale: una strada costruita per proteggersi dalla pioggia del Nord, ma diventata col tempo uno spazio di socialità continua, tra caffè, librerie e locande, tante locande. Qui l’architettura non ostenta monumentalità; preferisce la misura, il dettaglio, la continuità armoniosa delle facciate. Eppure Avilés non è una città museo. La sua identità contemporanea nasce proprio dalla convivenza tra passato e riconversione industriale.

Per decenni il paesaggio urbano è stato dominato dall’industria siderurgica (con le sue “cattedrali in acciaio”) che garantì lavoro e crescita, ma lasciò anche cicatrici profonde. Negli anni più duri del Novecento, il cielo di Avilés era spesso nascosto dal fumo delle acciaierie. Oggi quel passato non viene cancellato: resta visibile nelle strutture portuali, nelle periferie operaie, nella mentalità concreta e orgogliosa degli abitanti.
Ma la città ha scelto di trasformare la propria memoria industriale in una nuova forma di energia culturale. Il simbolo di questa rinascita è il Centro Niemeyer, il complesso progettato dal grande architetto brasiliano (unica sua opera in terra di Spagna) sulle rive dell’estuario. Le forme bianche, fluide e visionarie lasciano assorti e stupefatti, sembrano atterrate da un altro pianeta in mezzo al paesaggio industriale delle Asturie. Una gigantesca astronave che ci parla di futuro, ma anche di perpetuo. Cupole, curve, rampe e torri dialogano con il cielo grigio del Nord, creando un contrasto quasi irreale. All’interno un teatro magnifico, ma senza palchi, perché l’autore ha voluto che tutti gli spettatori fossero uguali.

Niemeyer immaginò questo spazio come una piazza aperta al mondo, dedicata alla cultura e all’incontro umano, e il risultato possiede davvero qualcosa di utopico. Intorno al centro culturale (tante le esposizioni temporanee, tutte bellissime), Avilés ha progressivamente riscoperto il proprio rapporto con l’acqua. Le vecchie aree industriali lungo l’estuario sono diventate passeggiate urbane, spazi pubblici, luoghi di incontro. La città sembra respirare diversamente rispetto al passato: più aperta, più luminosa, senza però perdere la propria autenticità operaia. È una trasformazione che non ha cancellato le contraddizioni (e qualche volta le sofferenze), ma le ha rese parte del paesaggio.
Anche la cultura qui assume una forma concreta, quotidiana. Non è soltanto programmazione artistica o grandi eventi: è il desiderio di ridefinire un’identità collettiva dopo la fine dell’epoca industriale. Nei teatri, nei piccoli caffè del centro, nelle mostre ospitate negli spazi recuperati, si avverte la volontà di costruire una città nuova. È una città di transizione e di frontiera, sospesa tra memoria industriale e immaginazione futura.

Oscar Niemeyer: «Avilés è la dimostrazione che una città industriale può rinascere attraverso la cultura senza perdere la propria anima».
Oviedo, ovvero l’arte di vivere la città
Nel cuore verde delle Asturie, Oviedo custodisce un’eleganza silenziosa che sorprende chi arriva dal mare del Nord spagnolo. È una città di pietra e pioggia, di soleggiate improvvise e a volte inattese, di campane, biblioteche, caffè antichi e boulevard ordinati. Una città che non alza mai la voce, ma che possiede una delle identità culturali più profonde.

Qui il passato non appare come semplice memoria: è una presenza continua. Capitale storica del Regno delle Asturie, Oviedo rappresenta uno dei luoghi simbolici della Reconquista cristiana nella penisola iberica. Tra queste colline umide del Nord prese forma, nei secoli altomedievali, una delle prime resistenze cristiane all’espansione araba. Ancora oggi la città conserva quell’aura di antica capitale spirituale, quasi raccolta attorno alle proprie chiese e ai propri chiostri.
Il centro storico è un intreccio raffinato di piazze, portici e strade lastricate, dove tutto sembra mantenere una misura umana. Non esiste l’eccesso monumentale di altre città spagnole: Oviedo preferisce l’armonia. Le facciate color crema, i balconi in ferro battuto, le pasticcerie storiche e le librerie creano un’atmosfera che ricorda certe città francesi, o italiane, più che l’immaginario iberico tradizionale. Persino il rumore sembra attenuato. Si cammina lentamente, accompagnati dall’odore della pioggia sulle pietre e da una luce grigia che rende il paesaggio quasi letterario. Poi le nuvole si spostano, come un sipario luminoso, e Oviedo si ridipinge in un attimo.

Al centro di tutto si erge la Cattedrale di San Salvador, simbolo assoluto della città. La sua torre gotica domina il profilo urbano con una verticalità austera, visibile da quasi ogni punto del centro. Entrare nella cattedrale significa attraversare secoli di spiritualità e potere. Qui sono custodite reliquie medievali e retabli da capogiro, che per lungo tempo resero Oviedo tappa fondamentale dei pellegrinaggi cristiani verso Santiago de Compostela. La Cámara Santa, nucleo più antico del complesso, conserva ancora l’atmosfera severa delle origini medievali del regno asturiano, mentre le navate gotiche raccontano la lenta crescita di una città costruita attorno alla fede, al sapere e all’autorità religiosa.
Ma Oviedo non vive soltanto nel passato. La città possiede un volto contemporaneo, che emerge improvvisamente tra le architetture storiche. Il caso più emblematico è il Palacio de Congresos de Oviedo progettato da Santiago Calatrava. La struttura bianca e dinamica, con le sue curve monumentali e le forme quasi organiche, un esoscheletro che sembra prossimo al movimento, interrompe deliberatamente la continuità urbana tradizionale. Come spesso accade nelle opere di Calatrava, l’edificio appare sospeso tra scultura e architettura, tra slancio futuristico e teatralità. Non tutti a Oviedo lo hanno amato…

Oviedo è una città universitaria, colta, intimamente legata alla letteratura e alla musica. Nei suoi caffè si respira ancora una tradizione intellettuale che attraversa tutto il Novecento spagnolo. Woody Allen: «Oviedo è una città deliziosa, esotica, bella, pulita, piacevole, tranquilla e pedonale; è come se non appartenesse al mondo contemporaneo».
Asturie, accoglienza e sapori
“Pensa con lo stomaco”, sostiene un antico proverbio asturiano. La cucina qui è abbondante e proterva per necessità: si scendeva in miniera, o si andava per mare, quindi la “sostanza” è un valore imprescindibile.
Sua maestà? La fabada (fagiolata), dove i preziosi legumi bianchi vengono proposti con tre prodotti a base di suino: chorizo (salame piccante), sanguinaccio (il maggiore indicatore di qualità) e il prosciutto di spalla. Varianti minime? Infinite, una per ogni famiglia contadina. Altre hit da non perdere: il cachopo (grande cotoletta con formaggio), la Longaniza di Avilés (salume tipico), la più ricca varietà di formaggi d’Europa (cinquanta) in una singola regione e il Merluza del Pincho, prelibata varietà di Nasello.
Gijón e Avilés
- Le finte trattorie metropolitane non esistono, in città e nel contado vince la sidreria, prezzi popolari e sapori ruspanti. Ma quando il livello si alza, la ristorazione asturiana dimostra classe e temperamento. Come a La Tabla: elegante avamposto di campagna vicino a Gijón. Ambientazione minimalista e teatrale, servizio aristocratico, sapori ricercati con radici solide nella tradizione.
- Di fronte alla spiaggia di Gijón non mancate una sosta (meglio serale) al Tierra Astur, dove sembra darsi appuntamento l’intera città: giovani e giovanissimi, operai, famiglie, bon vivant, manipoli di amici vocianti. Un’affollata taverna dei pirati con un menu coloratissimo e infinito.
- A Gijón si dorme nel palazzo “oceanico razionalista” dove ha sede l’Hotel Moderne, edificio emblematico dell’architettura di inizio Novecento. Molto (quasi tutto) ricorda un transatlantico, con le grandi stanze senza angoli affacciate sul viale sottostante, a due passi dalla baia.
- Volete sapere come si produce il sidro? Sostate a Casa Trabanco. Dopo la visita vi attende un bel confronto con la cucina tradizionale nel ristorante dell’azienda.
- Sempre in tema alimentare merita di essere esplorato il Laboral della Città della Cultura, struttura scolastica gigantesca (ancora attiva), dove le storiche cucine sono un sorprendente viaggio nel tempo.
- Ad Avilés la sistemazione ideale è l’Hotel Palacio de Avilés, collocato in un magnifico palazzo cinquecentesco nel cuore del centro storico.
Oviedo
- El Fartuquin, governato con mano sicura da Seila Sanchez Fernandez, è un unicum che merita grande attenzione. La cucina è quella di un’ottima trattoria asturiana, con tutti i grandi piatti della tradizione proposti a livelli di eccellenza. Ma questo è anche un locale gluten free: dove tutte le portate (davvero tutte) possono anche essere gustate dai celiachi.
- La cucina del futuro asturiano – radici antiche, idee nuove – si incontra da Gloria Oviedo: clientela giovane, proposte originali, senza prenotazione si resta fuori.
- Per dormire, l’Hotel AC forum Oviedo: funzionalità internazionale, eccellenti servizi e un bel panorama sulla città vecchia.
- Il miglior ristorante di tutto il viaggio? Casa Gerardo, 150 anni di storia, gestito sempre dalla medesima famiglia nello stesso luogo, dove oggi, lo chef e patron Marcos Morán rappresenta la quinta generazione. Un libro di storia alimentare, consacrato alla migliore cucina asturiana che si possa immaginare. «Per me non c’è ieri, ma non c’è neanche domani. La mia idea è quella di vivere il giorno in cui mi trovo – mi spiega – Io rispetto la tradizione come la creatività, i prodotti che crescono qui intorno, ma più ancora quelli che mi possono garantire i risultati migliori». Piatti preferiti? «La fabada e l’arroz con leche». Il futuro? «Avvicinare i giovani, far provare il menu ai ragazzi. Loro sono il futuro».
Ultima tappa del viaggio, il villaggio marinaro di Cudillero, che scende verso il mare da una scarpata di roccia. Arroccata in alto si trova la Casona De La Paca: dimora de los indianos adibita a boutique hotel. Boiserie, grandi tappeti, librerie, cucina come quella di Nonna Papera (che torte a colazione!), salotto vintage, giardino tropicale-asturiano, patio, poche stanze con terrazze che si tuffano nel verde. Qui il tempo non “sembra essersi fermato”, si è fermato veramente.
(foto MARCO CARULLI)
