Volterra, la città che non ha mai smesso di parlare con le ombre
C’è un momento, arrivando a Volterra – Città di vento e di macigno, come la cantò D’Annunzio – in cui il paesaggio cambia voce. Le colline della Toscana si fanno improvvisamente più severe, il vento sembra rallentare e la pietra assume il colore della memoria. Non è soltanto una città: è una fortezza costruita sul tempo. Qui gli Etruschi la chiamavano Velathri, uno dei centri più potenti della loro civiltà.

Ancora oggi le mura ciclopiche e la Porta all’Arco sembrano ignorare il trascorrere dei secoli, come se Roma, il Medioevo e il Rinascimento fossero soltanto ospiti di passaggio. Ogni pietra conserva un’impronta, ogni vicolo una stratificazione di epoche che non si sono mai davvero cancellate. Volterra ama stupire, ma soprattutto, interrogarti.

Il Palazzo dei Priori domina la piazza con l’austerità di un potere antico, mentre il Teatro Romano riaffiora dal terreno come una memoria che la terra non ha mai voluto trattenere del tutto. È una città verticale, costruita per guardare lontano e, allo stesso tempo, dentro sé stessa. Poi ci sono le Balze, la ferita aperta di Volterra. Pareti di argilla che franano lentamente da secoli, divorando campi, sentieri e persino edifici. Sono il promemoria che la natura, qui, non è mai stata completamente domata.
Volterra città delle streghe
La tradizione popolare parla di Aradia, figura sospesa tra mito e magia, maestra delle arti occulte e simbolo di una sapienza proibita. Anche la letteratura sembra aver riconosciuto questa vocazione al mistero. Gabriele D’Annunzio rimase folgorato da una piccola statuetta etrusca conservata nel Museo Guarnacci, tanto da ribattezzarla L’Ombra della Sera. Pochi centimetri di bronzo allungato, eppure sufficienti a evocare tutta la malinconia del tramonto.
Secoli dopo, la narrativa contemporanea avrebbe scelto Volterra come dimora dei Volturi: congrega vampiresca concepita da Stephenie Meyer per Twilight, scelta tutt’altro che casuale. Come non fu casuale la scelta di Valerio Massimo Mandredi per il suo romanzo Chimaira, dove una misteriosa belva emerge da epoche remotissime. Nessun’altra città italiana possiede un’architettura così naturalmente predisposta al mito. E poi c’è l’alabastro. Non semplice artigianato, ma identità. La pietra traslucida estratta dalle cave circostanti attraversa la luce come se custodisse una luna imprigionata.

In un mondo dominato dalla velocità, l’alabastro insegna ancora la pazienza. Se cercate un incontro che vi riveli come l’arte possa rendere immortali, salite verso le mura e visitate la bottega di Vito Togniarinini: 94 anni ma piglio da fanciullo. Un perpetuo Peter Pan che realizza ceramiche qualche volta antropomorfe, più spesso aliene, dai colori fiammeggianti, sempre bellissime. Il suo segreto? Semplice: «Svegliarmi sempre nell’attesa di una nuova avventura. A Volterra è possibile!». Ma questa è anche una città che ha conosciuto la violenza della storia.
Nel 1472 l’esercito inviato da Lorenzo il Magnifico la saccheggiò per assicurarsi il controllo delle ricche miniere di allume. Fu una ferita profonda, che segnò la fine della sua indipendenza e lasciò cicatrici non solo nelle mura, ma nella memoria collettiva. La magnificenza del Rinascimento, qui, porta anche il volto della conquista.
Argentario e Maremma, dove la terra finisce e il mito ricomincia
La Maremma ti attraversa. La strada corre tra pini piegati dal maestrale, campi bruciati dal sole e mandrie che sembrano uscite da un altro secolo. Il mare appare all’improvviso, come una lama d’argento, mentre il Monte Argentario emerge dall’acqua, con la forza silenziosa di un’isola antica. È un promontorio, oggi unito alla terra dai tomboli della Giannella e della Feniglia, ma conserva ancora il carattere di chi non ha mai davvero smesso di essere separato dal mondo. Qui la natura detta ancora le regole.
La Maremma non è addomesticata. È un equilibrio fragile tra paludi bonificate, boschi di lecci, dune, saline e macchia mediterranea. L’odore è quello del mirto, del lentisco e della salsedine; il rumore dominante è il vento, che arriva dal Tirreno e leviga rocce, alberi e caratteri. Per secoli questa è stata una terra temuta. La malaria trasformò la Maremma in un confine ostile, una distesa dove l’uomo viveva in equilibrio con la morte. Solo le grandi bonifiche hanno cancellato le acque stagnanti, ma non il ricordo di ciò che erano.

L’Argentario, invece, ha sempre guardato il mare. I Fenici vi approdarono, gli Etruschi ne sfruttarono gli approdi, i Romani ne fecero un presidio strategico. Ma furono gli Spagnoli, nel Cinquecento, a lasciarne il segno più evidente. Le fortezze di Porto Ercole e Porto Santo Stefano, le torri costiere disseminate lungo il promontorio, raccontano una stagione in cui il Tirreno era attraversato da pirati barbareschi, flotte imperiali e mercanti. Ogni bastione guarda ancora l’orizzonte come se attendesse vele nemiche.
Il mare, qui, non è mai stato soltanto bellezza. È stato ricchezza, minaccia, confine. Sulle scogliere l’acqua cambia colore a ogni ora del giorno: turchese all’alba, smeraldo sotto il sole, cobalto quando il maestrale spazza il cielo. È un Mediterraneo essenziale, senza artifici. Poi c’è la Feniglia, la leggenda racconta che proprio su questa spiaggia approdò Caravaggio, malato e ormai in fuga, negli ultimi giorni della sua vita. Cercava la grazia del papa, trovò la febbre e la morte.
Castiglione della Pescaia, il borgo dove il mare racconta la storia
Il porto brulica di pescherecci e vele, le reti stese al sole raccontano un mestiere antico, mentre il castello medievale domina il paese dall’alto, come un vecchio capitano che non ha mai smesso di vigilare. È un confine. Tra terra e acqua, tra storia e vacanza, tra la Maremma più autentica e il Mediterraneo. Eppure, molto prima delle spiagge premiate e del turismo internazionale, qui c’era un altro mondo.

Di nuovo: gli Etruschi sfruttarono questi approdi per commerciare lungo le rotte del Tirreno; i Romani ne compresero il valore strategico, ma fu il Medioevo a modellarne il volto. Le mura, le porte d’accesso e la Rocca raccontano un tempo in cui il mare non portava soltanto ricchezza, ma anche incursioni e battaglie. Salendo tra i vicoli del centro storico, il rumore del porto si attenua. Restano il vento, il profumo della salsedine e il suono dei passi sulle pietre consumate. Dall’alto della Rocca, lo sguardo abbraccia uno dei panorami più vasti della costa toscana: l’arcipelago nelle giornate limpide, la lunga spiaggia che corre verso Punta Ala, le pinete che sembrano fondersi con il mare.

Ma Castiglione non sarebbe la stessa senza la Diaccia Botrona. Oggi è una delle zone umide più importanti d’Europa, rifugio di fenicotteri rosa, aironi, cavalieri d’Italia e decine di specie migratorie. Dove un tempo si temeva la febbre, oggi si ascolta il battito d’ali degli uccelli. Natura amata e ritrovata? Certo. Leggende appassionanti? Anche. Si racconta di torri costiere che comunicavano con segnali di fuoco quando comparivano le vele dei pirati barbareschi, di tesori nascosti lungo la costa e di pescatori guidati dalle stelle, molto prima dell’invenzione delle moderne carte nautiche. Quando cala la sera, il borgo cambia volto. Le luci del porto si riflettono sull’acqua, inizia la movida, le terrazze si riempiono di voci e il castello, illuminato, sembra galleggiare sopra il paese. È in quel momento che Castiglione mostra la sua doppia natura: località balneare tra le più amate d’Italia (con un turismo high level, anche se ben mimetizzato) e antico presidio marittimo, dove ogni pietra racconta secoli di navigazione, difesa e commerci. Forse è questo il segreto di Castiglione della Pescaia. Non aver mai scelto tra il mare e la storia.
Porto Ercole, il borgo che sorveglia il mare da cinque secoli
Porto Ercole si apparecchia attorno al suo porto, con le barche che oscillano lente e le case color pastello affacciate sull’acqua. Ma basta alzare lo sguardo per capire che questo non è un semplice borgo marinaro. Sopra i tetti, scolpite nella roccia e affacciate sul Tirreno, dominano le fortezze. Sembrano immobili sentinelle di pietra, ancora in attesa di un nemico che il mare potrebbe riportare da un momento all’altro. Qui la storia non è un museo. È il paesaggio.
Per secoli Porto Ercole è stato uno dei cardini dello Stato dei Presìdi, il sistema difensivo creato dalla Corona di Spagna nel XVI secolo per controllare il Tirreno. Da queste mura passavano le rotte commerciali tra Napoli, la Toscana e il Mediterraneo occidentale; da questi bastioni si scrutavano le vele dei corsari e delle flotte rivali. Il mare, allora, era una frontiera armata. La più imponente è la Fortezza Spagnola, una macchina militare costruita per resistere ai cannoni e al tempo. Bastioni angolati, cortili, casematte e camminamenti raccontano un’epoca in cui l’architettura era progettata per salvare vite e dominare il territorio. Salendo sulle sue terrazze lo sguardo abbraccia l’intero Arcipelago Toscano. Più in alto, di estetica quasi siderale, sorge Forte Filippo. Le sue mura seguono il profilo della collina come se fossero nate dalla roccia stessa.

Da qui il vento porta l’odore del lentisco e del mirto, mentre il mare cambia colore a ogni nuvola che attraversa il sole. Dall’altra parte del promontorio, Forte Stella rompe la severità militare con la sua pianta caratteristica. A completare il sistema difensivo c’è la Rocca Aldobrandesca, il nucleo medievale attorno al quale si sviluppò il borgo. Prima degli Spagnoli furono gli Aldobrandeschi, e poi gli Orsini, a comprendere il valore strategico di questo approdo naturale. Ogni dominazione ha aggiunto una pietra, una torre, una cinta muraria. Nessuna ha cancellato quella precedente.
Capalbio, il buen retiro dove il Medioevo incontrò gli intellettuali
Da lontano sembra un borgo rimasto immobile nel Medioevo. Ma dietro le sue porte si nasconde una delle storie più singolari dell’Italia contemporanea. Perché Capalbio è stata due volte un luogo di frontiera. La prima, quando gli Aldobrandeschi ne fecero una roccaforte capace di controllare il confine tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa. La seconda, molto più recente, quando divenne il rifugio estivo di una generazione di giornalisti, scrittori, registi, editori e politici della sinistra italiana, tanto da guadagnarsi il soprannome di “piccola Atene” e, con una punta di ironia, quello di “Capalbio radical chic”. Questa effimera epopea prese corpo in uno scenario perfetto, tanto storico quanto ambientale.

Dalle mura lo sguardo corre fino all’Argentario, attraversando una campagna fatta di oliveti, vigne e macchia mediterranea. È un paesaggio che invita alla lentezza, alla conversazione, alla riflessione. Un’ambientazione ideale per sedurre gli intellettuali. Alcuni presero alloggio nel borgo, altri in casolari tra il mare e la pineta. Negli anni in cui Roma era il centro della politica e Milano quello dell’editoria, Capalbio offriva qualcosa di diverso: distanza. Si veniva per leggere, discutere, scrivere, ma anche per ritrovare una dimensione privata lontana dai palazzi del potere. Le ville immerse nel verde – le celebri “dacie”, in un paragone affettuoso con le case di campagna russe – divennero luoghi di incontri informali, cene interminabili e dibattiti che spesso continuavano fino all’alba. Ma Capalbio non si è mai lasciata definire soltanto da quella stagione e da quei protagonisti: Furio Colombo, Achille Ochetto, Michelangelo Pistoletto, Eugenio Scalfari, Enrico Letta… La sua storia affonda le radici molto più indietro. Prima gli Etruschi, poi i Romani, quindi le grandi famiglie feudali, gli assedi, le alleanze, i mercanti, i pellegrini, i briganti nascosti nei boschi come il famigerato Tiburzi.
Il Giardino dei Tarocchi, dove la fantasia ha sconfitto la gravità
A pochi chilometri da Capalbio esplodono il blu, il rosso, l’oro, il vetro, la ceramica. Gigantesche figure ricoperte di mosaici riflettono il sole come creature uscite da una fiaba. Non è un parco. Non è un museo. È un universo. Il Giardino dei Tarocchi porta la firma di Niki de Saint Phalle, artista franco-americana che dedicò vent’anni a trasformare una collina di Maremma nella sua opera d’arte totale. Non esistono linee rette. Le sculture respirano, si incurvano, sembrano crescere dalla terra come alberi fantastici. Le superfici sono ricoperte da milioni di frammenti di specchi, vetri veneziani e ceramiche colorate che catturano la luce in modo diverso a ogni ora del giorno. Camminando tra i sentieri si ha la sensazione che il paesaggio si muova con noi, restituendo immagini sempre nuove.

Ogni figura rappresenta un Arcano Maggiore dei Tarocchi. L’Imperatrice, il Mago, la Papessa, la Ruota della Fortuna, il Sole, la Luna. Ma qui i Tarocchi non sono strumenti di divinazione. Diventano archetipi universali, simboli delle paure, dei desideri, della rinascita e della trasformazione. Il cuore del giardino è l’Imperatrice. Una figura monumentale, accogliente e materna, così grande da contenere al proprio interno un’abitazione. Per anni Niki de Saint Phalle visse proprio lì, tra pareti ricoperte di specchi e mosaici, trasformando la scultura nella propria casa. Dormiva, lavorava e riceveva gli amici all’interno della sua stessa opera, cancellando il confine tra vita e creazione artistica.
Pitigliano, la città che nasce dalla roccia
La prima volta che si vede Pitigliano si ha l’impressione di assistere a un’illusione. La rupe di tufo emerge all’improvviso dalle gole scavate dai torrenti, e sopra quella parete verticale si alzano case, campanili e palazzi che sembrano sospesi nel vuoto. Da lontano è impossibile distinguere dove finisca la montagna e dove cominci la città. È come se la pietra avesse deciso, un giorno, di trasformarsi in architettura.
Qui gli Etruschi arrivarono oltre duemila anni fa, scavando nella roccia un universo sotterraneo, fatto di tombe monumentali, acquedotti, cisterne e soprattutto delle straordinarie Vie Cave, profondi corridoi incisi nel tufo, alti anche venti metri. Ancora oggi nessuno sa con assoluta certezza quale fosse la loro funzione: strade cerimoniali, percorsi religiosi o semplici collegamenti? Il mistero continua ad accompagnarle. Poi arrivò il Medioevo. Gli Aldobrandeschi trasformarono Pitigliano in una fortezza inespugnabile.
Più tardi gli Orsini ne fecero una delle corti più vivaci dell’Italia centrale, costruendo il maestoso palazzo che ancora domina il borgo. Le mura si fusero con la rupe, le abitazioni vennero letteralmente scavate nella pietra e ogni spazio disponibile fu conquistato con un equilibrio che ancora oggi sfida la gravità. Ma la vera anima di Pitigliano è fatta di incontri. Dal Cinquecento accolse una numerosa comunità ebraica che trovò qui protezione nei momenti più difficili della storia italiana. Nacque così la Piccola Gerusalemme. Sinagoga, forno per il pane azzimo, macelleria kasher, cantine e bagni rituali raccontano una convivenza rara, costruita sul rispetto reciproco tra culture e religioni diverse. Ma la storia – con le sue pagine più brusche – ha cambiato direzione. Oggi la comunità ebraica di Pitigliano non c’è più. Resiste, nella sua personale resilienza, solo una donna anziana coi propri ricordi.

Intorno a lei la bellezza di Pitigliano ammicca da ogni pietra. Nai Nai, nome di battesimo Natalia, è una giovane artista stregata da Alice nel Paese delle Meraviglie, dalle fiabe (e dagli archetipi conseguenti), dai gatti, dagli anarchici e dalle streghe, che hanno i capelli rossi, come i suoi. Dipinge, disegna, crea oggetti e, a volte, li incornicia. Uno stile indefinibile, come la bellezza. Se invece cercate borse fatte a mano, quadri e qualche capo d’abbigliamento – tutto in pezzi unici, irriproducibili – Homely è il vostro approdo. Roberto Giusti e Mariella Mengoni li propongono anche a New York, perché quello stile, elegantissimo e stropicciato, non ha confini. Poi arriva la sera. Le luci delle case accendono la rupe come un presepe scolpito nella montagna. Da lontano Pitigliano sembra galleggiare nel buio, sospesa tra terra e cielo.
Anghiari, il borgo dove una battaglia cambiò la storia
Appoggiato sul crinale di una collina che domina la Valtiberina, il borgo sembra scolpito nella luce, immutato da secoli. Anghiari è il luogo dove il destino dell’Italia rinascimentale cambiò direzione. Il 29 giugno 1440, nella pianura ai piedi del paese, si combatté la celebre battaglia. Da una parte le truppe della Repubblica di Firenze, alleate con lo Stato Pontificio e Venezia, dall’altra l’esercito del Ducato di Milano guidato dai Visconti. La vittoria dei fiorentini fermò l’espansione milanese verso la Toscana, consolidando l’equilibrio politico dell’Italia centrale e aprendo la strada all’ascesa di Firenze come capitale del Rinascimento. La dipinse Leonardo, ma la sua opera andò perduta nel mistero. Da allora studiosi e ricercatori si interrogano: è davvero andata perduta? Oppure, come sostiene una delle ipotesi più affascinanti, sarebbe ancora nascosta? Anghiari espone una realtà identitaria, fiera, felicemente lontana dal turismo più convenzionale.

Un luogo dove il passato non è mai rimasto alle spalle, ma cammina ancora, silenzioso, lungo le sue strade di pietra. Ma anche uno scrigno dove si incontrano artigiani “veri”, contemporanei e rigorosi nelle proprie scelte. Ne è un ottimo esempio Clori – brand ispirato dalla ninfa di primavera – che garantisce una seconda vita ai tessuti di pregio dismessi. Materiali bellissimi, di straordinaria resistenza, che diventano borse (oltre 100 modelli unici) e fierissimi Teddy, con un sistema di imbottitura che elimina i rifiuti tessili. Nel borgo il tempo non si limita a essere ricordato. Viene rimesso in scena.

Il momento più intenso è il Palio della Vittoria. Ogni 29 giugno, anniversario della celebre Battaglia di Anghiari, si torna al Quattrocento. Sbandieratori, tamburini, armigeri e figuranti riempiono le piazze, mentre i borghi si sfidano in una corsa – a piedi, ruvida, violenta – che richiama simbolicamente il coraggio e la determinazione di chi difese la libertà della Repubblica di Firenze. Ma Anghiari sa raccontare la storia anche in un linguaggio completamente diverso. Quello delle biciclette. Le sue strade bianche, i saliscendi della Valtiberina e i panorami disegnati tra cipressi e poderi sono tra gli scenari più iconici de L’Eroica, la manifestazione ciclistica – ogni anno 1000 partecipanti, la prossima il 18 ottobre – che celebra il ciclismo di una volta. Qui non contano la velocità o la tecnologia, ma la fatica autentica, le biciclette d’acciaio, le maglie di lana e il rumore delle ruote sulla ghiaia. Di grande impatto mistico e suggestivo la Via del Sole, che si tiene, ogni anno, alle 5 e 30 del mattino, intorno alla metà di luglio, quando l’astro si allinea perfettamente alla Ruga di San Martino: l’asse rettilineo che collega il borgo a Sansepolcro.
Appunti di viaggio (tra gusto e accoglienza)
La cucina dei borghi toscani celebra un Medioevo alimentare mai domo: i pici (pasta fatta a mano) con ragù delle più diverse tipologie, carni da applausi, crostini col paté di fegato, i pecorini migliori d’Europa, superbi prosciutti tagliati al coltello; se siamo al mare pescato fresco e bottarga del Tirreno.
A Volterra segnate l’Osteria dei Poeti per i migliori pici della città. Mentre per gli affacci cinematografici (e i gusti non da meno) il ristorante Etruria su Piazza dei Priori e l’Osteria dei Fornelli direttamente sulla cinta muraria.
Per dormire mettete in agenda l’Hotel Volterra In Superior, il migliore nella cinta muraria.
Prima di raggiungere Castiglione della Pescaia sosta relax al Roccamare Resort – Hotel Casa di Ponente: atmosfera internazionale, servizi impeccabili e cortesia, per famiglie ma non solo.
Ristoranti che valgono il viaggio: Da Noi Due, a Castiglione della Pescaia. Ci ha stupito con due piatti perfetti: spaghetti cozze, vongole, zafferano e bottarga (omaggio alla Sardegna della chef Patrizia Riello) e un tonno rosso scottato dalla morbidezza quasi innaturale; e l’Osteria del Mare, sempre a Castiglione, segnalato Michelin. Tante buone cose in carta. Le mie preferite: pici all’amatriciana di tonno con la sua bottarga e il bollito misto di mare.
Per l’aperitivo: Secret Garden, ottimi cocktail, prospettiva sul porto.
A Capalbio segnate: la buona cucina di mare al Casale Nuovo, il ristorante del Capalbio Resort; mentre a Porto Ercole, il Gambero Rosso, la migliore frittura di pesce del viaggio.
Per dormire, imperdibile il Terre di Sacra Resort & Glamping: ovvero il mediterraneo (mare, sabbia, grande pineta) abbinato a un comfort che fa pensare ai migliori campi tendati dell’Africa Australe. Per cena annotate il nome di chef Luca Morroto, mattatore de La Dogana, nome da mandare a memoria, pura aristocrazia marittima.
A Pitigliano alloggiamo presso La Bartolomea, Home & Suites: magnifica struttura completata da poco, nel cuore incantato del borgo antico eretto sul tufo. Vi farà gli onori di casa Margherita, la proprietaria, che rivelerà più di un segreto della Pitigliano di ieri e di oggi. Suoi anche i delicati oli della Tenuta Corte dei Re. Subito fuori dall’abitato si raggiunge l’Altro Sapore, avamposto del gusto, dell’olio, di ricette storiche impreziosite da qualche accordo contemporaneo.
Il viaggio termina ad Anghiari: alloggio strategico all’Hotel La Meridiana e cena d’autore alla Cantina del Granduca, per ricordarci l’autorevolezza della tradizione: crostini, pici e carne d’autore. Un tris ideale per ogni cimento, palio compreso.
(foto MARCO CARULLI)