«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?», Nanni Moretti dixit. Il tema – oggi lo chiamiamo “comunicazione” – esiste e non è né di destra né di sinistra, come cantò Gaber in un pezzo splendido e arguto che oggi forse sarebbe vietato in quanto sessista.
Comunicare è ostentare? Nella civiltà dei social e delle fake news la domanda è priva di senso. Certo, i punti di partenza devono essere serietà, affidabilità, misurabilità dei fatti. La comunicazione segue e diffonde, non precede. Prendiamo la viabilità urbana. Dapprima progetto, ricerco e sviluppo know-how altamente innovativo, poi realizzo una viabilità sostenibile, tecnologica, al servizio del cittadino che lavora, della donna che deve gestire figli, strumentale allo studente che vorremmo. Se ho visione, e se tutto questo voglio realizzarlo in tempi brevi, posso astenermi dal comunicare? E se comunico, ostento? Quello che non funziona, rimanendo in tema di viabilità, è comunicare, vantandocene pure, di avere aggiunto qualche chilometro di vernice sull’asfalto ad altri chilometri di vernice sull’asfalto. Questo non è comunicare: è imbrogliare.
Insomma, una storiella per pochi (ma sempre troppi) intimi, creata per convenienza o mantenimento dello status quo. Ho la necessità, quasi fisica, di una considerazione. Tutto ciò di cui in città parliamo da tempo che cosa necessariamente implica? Semplice: che il numero di abitanti di Torino torni a crescere. Con l’ambizione di superare il milione. Che qui risieda la classe dirigente. Perché non comunichiamo innanzitutto questo? Il resto, tutto il resto, non può che seguire. La decrescita felice l’abbiamo sperimentata. E abbiamo anche sperimentato cosa accade se il cuore decisionale di qualsiasi iniziativa economica si sposta altrove.
Lasciamo perdere i piccoli progetti: non solo non comunichiamoli, molliamoli proprio. Lanciamoci verso un futuro di grande respiro. E comunichiamolo al meglio. Ma non in città, nei nostri circoli più o meno aperti, e più o meno statici: diciamolo al mondo. Già mi sembra di sentirlo: «Eh ma con quel che costa!». Ebbene sì: la comunicazione vera costa. Ma si chiama investimento: e non è meno importante del contenuto.
D’altra parte, quando un’impresa prepara un business plan se lo tiene nel cassetto o lo presenta ai potenziali investitori? Evidenzio l’ovvio sostenendo che un business plan debba essere approfondito, credibile, misurabile, con elementi di differenziazione rispetto ai concorrenti. Visionario, senza essere propagandistico o irrealizzabile.
Se i fatti e i progetti ci sono, l’impresa può decidere di non comunicare? Certamente sì: a condizione che non si lamenti di non avere investitori, clienti, talenti. E infine non si stupisca di essere espulsa dal mercato.
Per una città che deve evolvere è esattamente lo stesso. Sappiamo di avere un problema: l’understatement tipicamente torinese non ci ha portato lontano; ha solo generato lamentele.
La risposta alla domanda di Moretti è evidente: meglio se vengo e parlo con visione e preparazione; se lo faccio con le persone giuste (e non le “solite”) e nei luoghi giusti. Smettiamola di disquisire di ostentazione, mera cortina fumogena di chi non vuole cambiare mai nulla. Come ha detto Draghi: «Do something!», (e magari stop talking). Verso il futuro, comunicandolo. Perché comunico dunque esisto (oggi le citazioni, più o meno distorte, si sprecano).
