La pallina vola, rotola verso il cielo e poi scende attendendo l’incontro con la racchetta. Quasi a 200 km orari pettina il nastro della rete, rimbalza tesa nel primo quadrante del campo a pochi centimetri dalla riga e cerca di non farsi raggiungere dalla racchetta dell’avversario che la rincorre per rimandarla indietro in qualche modo. È un duello di scherma, la racchetta come un fioretto è stretta nel pugno, ora para i colpi più pericolosi, ora affonda per ferire. La pallina è l’estensione della lama che in modo preciso cerca un punto scoperto, imparabile. Altre volte ha lo scopo di preparare il colpo successivo, definitivo, allontanando o portando sotto rete l’avversario, per poi trafiggerlo con un colpo irraggiungibile.
Uno contro uno, non ci saranno attenuanti per non vincere. Una responsabilità che non può essere delegata, ad ogni colpo un sì o un no verso la vittoria o la sconfitta. Il punteggio è scandito di quindici in quindici, i pensieri ora corrono più veloci della pallina per guidarla nella traiettoria, ora sono ovattati, incredibilmente lontani, mentre il corpo sa cosa deve fare e una parte della mente risponde, come sempre, a migliaia di stimoli. Il pubblico alterna agghiaccianti silenzi a ovazioni, disappunti, applausi. Anche tutto questo va e viene, ma è prevalentemente un lontano rumore di fondo. Il tempo è scandito soltanto dal suono netto e bello della pallina colpita dalla racchetta. Ogni azione, ogni gesto, ogni colpo è unico e irripetibile.
Il corpo è come se non ci fosse più
Il corpo danza con la racchetta, il movimento è un istinto naturale, gli occhi non hanno il tempo di vedere ciò che la mente ha già deciso di fare e il corpo ha già realizzato. Tutto va perfettamente bene, andrebbe perfettamente bene, se l’avversario non avesse un volto e un nome, e questo sposta l’attenzione da sé all’altro, da ciò che si fa e si sa perfettamente fare a ciò che fa l’altro. Un pensiero invasivo, come una macchia di petrolio in un mare azzurro e trasparente. Un elettroencefalogramma frenato nei suoi momenti apicali come una barriera corallina, che vede cadere dalla superficie del mare oleose gocce nere che le tolgono la vita.
Si alternano sentimenti diversi, dalla voglia di vincere al timore di perdere, dalla forza di correre su ogni palla e farla diventare un colpo vincente al sentirsi frenato dalla rassegnazione di alcuni momenti. La grinta stringe i denti, il disappunto allenta la mandibola serrata nel colpo precedente. Il corpo è come se non ci fosse più, fa autonomamente tutto quello che sa fare, ma la mente ogni tanto si allontana dal campo e pensa incredibilmente ad altro. La voglia di vincere deve fare una schiacciata sotto rete alla paura di non vincere.
Ad ogni set, ad ogni game, ad ogni battuta si ricomincia. Ma non è esattamente così, quei numeri, multipli di quindici di poco prima, hanno lasciato un segno. È necessario giocare bene, cosicché io possa non vincere, ma non possa perdere. Vincerà sempre solo chi ha sbagliato meno, come nella vita, perché ha avuto meno paura.
