Il 15 marzo, a Los Angeles, è andata in scena la 98° edizione degli Oscar, un premio nato quasi cent’anni fa praticamente per non far litigare gli attori, e diventato in un secolo un momento pop atteso un po’ in ogni dove (dai cinefili e dall’intero indotto cinematografico).
Detto ciò, l’Academy che conferisce i premi ha sempre ragione? Assolutamente no (vedi, ad esempio, la scorpacciata di Oscar de Il paziente inglese nel 1997); gli Oscar sono rappresentativi dell’ecosistema cinematografico globale? Certamente no, non nascono neanche con questo scopo peraltro (vedi l’esclusione di Park Chan-wook di quest’anno). Insomma, gli Oscar sono, come spesso accade ai festival, un’indicazione, un’opinione più o meno influenzata da agenti esterni, per capire com’è andato il cinema nell’anno appena trascorso. Un’opinione sicuramente parziale (molto hollywoodiana), ma allo stesso tempo decisamente rilevante.
Infine, gli Oscar sono un modo per continuare a parlare di cinema, sempre e comunque… E quindi lo facciamo anche noi con questa recensione dei premi Oscar 2026! Nota: non parleremo di tutti i premi perché sono ormai troppi (24).
Cominciamo a sottolineare un tema: siamo felici che Paul Thomas Anderson abbia finalmente riscosso il riconoscimento che merita. Una battaglia dopo l’altra si porta a casa Miglior regia, Miglior attore non protagonista (Sean Penn), Miglior sceneggiatura non originale, Miglior casting e Miglior montaggio… Per noi avrebbe potuto vincere praticamente tutto e lo consideriamo già un cult. Intelligente (e in fondo corretta) la decisione di dare a Michael B. Jordan la statuetta per il Miglior attore protagonista in Sinners (anche Miglior sceneggiatura non originale, Fotografia, Colonna sonora). Ottimissime le idee di eleggere Amy McGregor in Weapons come Miglior attrice non protagonista e Jessie Buckley in Hamnet come Miglior attrice protagonista (entrambe splendide). Alla fine, Sentimental Value di Joachim Trier l’ha spuntata come Miglior film internazionale, al netto secondo noi della bella sorpresa L’agente segreto. Tecnicamente rilevantissimo il Frankenstein di Guillermo del Toro che infatti fa la voce grossa sulle maestranze (Scenografia, Costume, Trucco) e strabordante il successo di KPop Demon Hunters di Maggie Kang e Chris Appelhans, trionfatori come Miglior film d’animazione e con la Miglior canzone originale.
Insomma, chi doveva fare bottino grosso, a nostro parere, ha lecitamente spaccato (Una battaglia dopo l’altra). Chi doveva stupire lo ha fatto con la moderazione del caso (Sinners). Il resto dei premi è stato poi suddiviso tra quei pochi rimasti abbastanza “pesanti” da stare sul ring. Certo, siamo contenti di vedere riconosciuta la bellezza estetica, intrinseca, materica del prodotto di Guillermo del Toro, ma forse la grande esclusa di questa cerimonia è proprio la gara stessa (oltre a un Marty Supreme e a un Timothée Chalamet passati da geni a reietti con una rapidità abbastanza spiazzante). E, si sa, quando manca un confronto serrato, a farne le spese spesso è la varietà, grande assente di questi Oscar 2026 tutto sommato coerenti con sé stessi e con le logiche di un’Academy che (ci piaccia oppure no) gioca la sua partita, ormai da quasi un secolo. Voto: 7
